INTERNAZIONALISMO OPERAIO E IL DIRITTO DELL’UCRAINA ALL’AUTODETERMINAZIONE
SECONDA PARTE
di
Andrea Vitale
Mantovani tenta con un poco di intelligenza di aggirare Lenin sulla questione dell’autodeterminazione delle nazioni oppresse, ma è un fallimento totale. Arriva, perché non ne può fare a meno, a chiedere agli operai russi di lottare per l’autodeterminazione dell’Ucraina, che concretamente può solo voler dire l’integrità territoriale del paese invaso, una pace senza annessioni e agli operai ucraini nega il diritto di essere parte attiva di questo movimento di liberazione. Una logica sconclusionata che per fortuna degli operai rimarrà nella testa di chi la produce, non potrà in nessun modo essere di riferimento di un internazionalismo operaio fondato nella realtà. Ma poco importa alla gente come Mantovani, i dottrinari confusionari hanno avuto momenti di gloria nelle fasi in cui mancano movimenti operai che si esprimono in modo indipendente. Appena questi si producono, le loro posizioni perdono la forma di rigore dottrinario e si manifestano volenti o nolenti come copertura dell’imperialismo delle nazioni dominanti del mercato mondiale. Agli operai ucraini che resistono all’aggressione della borghesia russa toccherà dare un giudizio finale sulle indicazioni di questi personaggi che noi ci siamo presi il compito di criticare passo dopo passo.
Il problema dei bordighisti di fronte alla guerra in Ucraina è di piegare il pensiero di Lenin per farlo apparire un sostenitore del loro rifiuto di ogni guerra di liberazione nazionale. Questo è anche il problema che assilla Mantovani, che, pur esprimendo a volte posizioni di distacco dalla tradizione della “Sinistra Comunista” e di Bordiga[1], finisce col sostenere il medesimo loro punto di vista sulla attuale guerra in Ucraina, arrivando addirittura a proporre le stesse assurde “parole d’ordine” del Rostrum, che abbiamo già criticato nella prima parte di questo lavoro. La sua posizione eterodossa nei confronti del bordighismo classico gli consente però di compiere una operazione di “interpretazione” della posizione marxista apparentemente originale, con tanto di riferimenti alle posizioni di Lenin, ovviamente per noi comunque scorrettamente intese. Un lavoro che lo differenzia dal cialtronesco contrabbando di citazioni del Rostrum, che, come abbiamo già dimostrato nella prima parte, è invece solo preoccupato ad utilizzare ad effetto qualche frase di Lenin per dare un qualche credito alle proprie retoriche elucubrazioni, senza farsi nessuno scrupolo di falsificarne, una volta estrapolate dal contesto del ragionamento di Lenin, completamente il loro reale significato[2]. Ed è così che abbiamo deciso di dedicare alla critica dello scritto di Mantovani sulla questione ucraina (Autodeterminazione dell’Ucraina?), reperibile in rete, la seconda parte del nostro lavoro, fornendoci questi l’occasione di illustrare in maniera più organica il punto di vista marxista sulla questione nazionale in generale e sull’attuale guerra in particolare.
L’ANTIAMERICANISMO NON È ANCORA ANTIMPERIALISMO
L’articolo di Mantovani è suddiviso in una serie di step. Nel primo, partendo dalla considerazione che l’autodeterminazione dei popoli, insieme alla difesa della libertà e della democrazia, sono i principali argomenti propagandistici con cui gli USA e alleati giustificano la loro politica aggressiva, egli chiarisce subito la sua posizione.
“Già sperimentato sul teatro siriano (dove, al legittimismo pro Assad dei russi, Washington ha opposto l”’autodeterminazione” dei curdi, riuscendo non poco a confondere le idee nel campo dell’estrema sinistra), ecco che di nuovo questo ordigno propagandistico (l’”autodeterminazione”) sta mietendo nel nostro campo le sue vittime. Col miraggio dell’”autodeterminazione ucraina” parecchi scivolano nel fronte guerrafondaio, mentre dicono – e sono convinti – di opporvisi. Trascinati dalla corrente emotiva, non hanno la forza di rompere col filisteismo ammantato di falso pietismo per le vittime innocenti del conflitto, e introducono sofistici distinguo: dal momento che manca ancora un intervento diretto della NATO, quella tra Russia e Ucraina non sarebbe una guerra ”imperialista”, o lo sarebbe solo da parte russa; da parte Ucraina si tratterebbe invece di una guerra ”nazionale” e ”popolare” contro l’invasione, o quantomeno potrebbe diventarlo. Di conseguenza, secondo costoro, se da noi e in Russia la parola d’ordine corretta sarebbe il classico ”guerra alla guerra”, ossia il disfattismo, gli ucraini andrebbero invece invitati ad imbracciare le armi contro l’esercito invasore invece di rivolgerle contro la propria borghesia”[3].
Dunque, come buona parte di quella che si autodefinisce sinistra “antagonista”, per Mantovani la guerra in Ucraina è una guerra imperialista condotta da entrambi i fronti per il controllo di nuovi mercati e nazioni e non una guerra di liberazione nazionale, per cui è un errore grave sostenere la resistenza del popolo ucraino all’invasione russa, dato che il compito del proletariato ucraino dovrebbe essere quello di combattere in armi contro la propria borghesia.
A questo punto Mantovani si cimenta in “una sintetica messa a punto della questione dell’autodecisione delle nazioni nella tradizione marxista”, necessaria per individuare poi i criteri utili a giudicare la natura del conflitto in corso.
Una più che sommaria ricostruzione delle posizioni di Marx ed Engels sulle questioni nazionali, serve a Mantovani per affermare che:
“Il marxismo, in altre parole, non si impegnava a soddisfare per principio le pretese di ogni singola nazionalità, e appoggiava le lotte nazionali solo nella misura in cui esse potevano favorire la crescita del proletariato e la sua unione. … per i marxisti la questione delle nazionalità non si risolve un volta per tutte in base ad un principio sempiterno; si risolve in concreto, in base ai suoi riflessi sugli interessi internazionali del proletariato. Ed a questi è subordinata”.
Se sorvoliamo sulla imprecisa, a nostro parere volutamente imprecisa, formulazione, la frase, ad una prima lettura superficiale, potrebbe da noi anche essere condivisa. Non è forse lo stesso Lenin a dire che
“… ogni rivendicazione democratica (compresa l’autodecisione) è subordinata per gli operai coscienti agli interessi superiori del socialismo”[4]?
E che “… il proletariato può conservare la propria autonomia solamente subordinando la sua lotta per tutte le rivendicazioni democratiche, senza escludere la repubblica, alla propria lotta rivoluzionaria per l’abbattimento della borghesia”[5]?
Ma soffermiamoci un attimo su questo punto. E’ chiaro che stabilire fra due cose un rapporto di subordinazione non ci dice nulla né sulla natura delle due cose poste in relazione, né sul tipo di relazione di subordinazione che le lega. In verità, Lenin è stato molto attento su questo, esprimendosi in modo preciso in moltissime occasioni. Riportiamo solo alcune delle sue molteplici affermazioni, ricordando che l’autodecisione delle nazioni è solo una delle rivendicazioni democratiche:
“…l’esplosione e gli sviluppi dell’insurrezione socialista contro l’imperialismo sono indissolubilmente legati all’accentuarsi della resistenza e dell’indignazione democratica”[6].
“Tutta la «democrazia» consiste nella proclamazione e nell’attuazione di «diritti» realizzati assai poco e assai convenzionalmente sotto il capitalismo, ma il socialismo è inconcepibile senza questa proclamazione, senza la lotta per realizzare questi diritti immediatamente, senza l’educazione delle masse nello spirito di questa lotta”[7].
“Sarebbe radicalmente errato pensare che la lotta per la democrazia possa distogliere il proletariato dalla rivoluzione socialista, oppure farla dimenticare, oscurarla, ecc. Al contrario, come il socialismo non può essere vittorioso senza attuare una piena democrazia, così il proletariato non può prepararsi alla vittoria sulla borghesia senza condurre in tutti i modi una lotta conseguente e rivoluzionaria per la democrazia. Un errore non meno grave sarebbe quello di sopprimere un qualche punto del programma democratico, per esempio l’autodecisione delle nazioni, col pretesto della sua «irrealizzabilità» o del suo carattere «illusorio» durante l’imperialismo”[8].
E’ evidente che per Lenin subordinare “… l’appoggio alle rivendicazioni dell’indipendenza nazionale agli interessi della lotta proletaria”[9], non significa sminuire l’importanza di queste rivendicazioni. Lenin su questo è categorico:
“Non è marxista e non è neppure democratico, chi non riconosca e non difenda la parità giuridica delle nazioni e delle lingue, chi non si batta contro ogni oppressione e disuguaglianza nazionale”[10].
Torneremo dopo a considerare la posizione di Lenin sulla questione nazionale e sul ruolo che la rivendicazione della autodecisione delle nazioni ha per la lotta degli operai, ne abbiamo, tra l’altro, già trattato ampiamente nella prima parte di questo scritto. Vogliamo qui rilevare come sia tendenziosa la “messa a punto della questione dell’autodecisione delle nazioni nella tradizione marxista” che ci propone Mantovani, il quale, in verità, si limita solo a stravolgere il significato marxista della subordinazione delle lotte nazionali agli interessi della lotta di classe degli operai, senza impegnare una sola parola sulla base storica e sociale dei movimenti nazionali e su come essa abbia assunto caratteristiche peculiari nell’epoca imperialistica. Subordinare non è togliere valore ad un movimento ma solo stabilire il tipo di rapporto fra questo e quello di emancipazione degli operai. Il concetto di subordinazione usato alla Mantovani serve solo a sminuire l’importanza per gli operai di questi movimenti ed è proprio questo, come vedremo, il leitmotiv di tutto l’articolo.
MARX ED ENGELS TRASFORMATI IN SOSTENITORI DELL’OPPRESSIONE NAZIONALE
Il fatto che Mantovani basi la sua svalutazione dell’importanza delle lotte nazionali su una interpretazione errata della posizione assunta da Marx ed Engels durante le rivoluzioni europee del 1848, conferma in pieno il nostro giudizio. Infatti, come ci illustra Mantovani la strategia politica di Marx ed Engels durante il 1848? Dopo aver detto che l’interesse principale per loro era sostenere le nazioni rivoluzionarie contro la Russia, allora baluardo mondiale della reazione, e contro le nazioni controrivoluzionarie sue alleate, Mantovani afferma che essi ritenevano
“… augurabile che la Germania inglobasse l’Austria e la Boemia, aprendosi attraverso la Slovenia un accesso al mare Adriatico; auspicabile che un accesso a quel mare fosse riservato ad un’Ungheria altrimenti inevitabilmente asfittica; che la Polonia e l’Italia fossero ricostituite, infine che l’accesso al Mediterraneo fosse impedito all’odiato knut tataro-cosacco, impedendogli di sfruttare la debolezza dei popoli balcanici per sconfiggere i turchi e fare capolino sugli stretti del Bosforo. Di qui le divergenze tra Marx e Bakunin, che sosteneva l”’autodeterminazione” degli slavi. Stando alla ”Neue Rheinische Zeitung”, il problema non era dunque l’astratta ”uguaglianza” di tutte le nazioni e nazionalità europee, che disseminate in innumerevoli staterelli sarebbero cadute impotenti sotto lo stivale russo, bensì la sconfitta della reazione e del feudalesimo”.
Il quadro che ci dà Mantovani della strategia politica di Marx ed Engels è in questo caso davvero desolante. I due appaiono talmente preda di una bieca realpolitik da sostenere l’oppressione dell’Austria, della Boemia e dei popoli slavi, per rafforzare la Germania, l’Ungheria e la Polonia in funzione antirussa. Marx ed Engels sarebbero personaggi paragonabili alle prime ministre di Svezia e Finlandia, Andersson e Marin, che hanno svenduto i rifugiati curdi ad Erdogan pur di entrare nella NATO. Marx sarebbe colpevole dello stesso “cinismo da cretino”[11] di cui accusava Proudhon per la posizione assunta da questi nei confronti dell’insurrezione polacca del 1863[12]. Tanto più risulterebbe incomprensibile ed affetta da ipocrita doppiezza la posizione di Marx ed Engels se si pensa alle critiche di Engels alla cosiddetta teoria dei confini naturali di una nazione, sostenuta dai politici delle grandi potenze centro europee, teoria con cui si giustificava da un lato, in nome della sicurezza militare della Germania, l’oppressione dell’Italia e dall’altro, in nome della sicurezza della Francia, quella del Belgio e della riva sinistra del Reno e l’annessione della Savoia e di Nizza[13].
L’interpretazione di Mantovani delle posizioni di Marx ed Engels rispetto alla rivoluzione del 1848 è ancora più sconcertante se si tiene conto che Engels, proprio nel corso degli avvenimenti rivoluzionari, così si è espresso:
“La Germania dopo la rivoluzione doveva ripudiare tutto il suo passato, soprattutto nel rapporto coi popoli vicini. Doveva proclamare, insieme alla propria libertà, anche la libertà dei popoli che aveva finora oppressi. E che cosa ha fatto la Germania dopo la rivoluzione? Ha ratificato pienamente l’antica oppressione dell’Italia, della Polonia e ora anche della Boemia, da parte della soldatesca tedesca. Kaunitz e Metternich sono completamente giustificati. E adesso i tedeschi pretendono che i cechi si fidino di loro? E si biasimano i cechi di non volersi annettere ad una nazione che mentre libera se stessa, opprime e maltratta altre nazioni?”[14].
“Ora che i tedeschi scuotono il loro proprio gioco, anche tutta la loro politica nei confronti dell’estero deve mutare: altrimenti nei ceppi, nei quali teniamo incatenati i popoli stranieri, noi incateneremo la nostra stessa giovane libertà, ancora appena intravista. La Germania si fa libera nella misura in cui lascia liberi i popoli vicini”[15].
“Nel momento stesso in cui i tedeschi combattono, per la loro libertà interna, contro i loro governi, far loro intraprendere, sotto il comando di questi governi stessi, una crociata contro la libertà della Polonia, della Boemia, dell’Italia: che profondità di piani! Che paradosso storico! Presa dal fermento rivoluzionario, la Germania si scarica verso l’esterno con una guerra di restaurazione, con una campagna per il rafforzamento di quel vecchio potere contro il quale essa ha appena fatto una rivoluzione. Soltanto la guerra contro la Russia è una guerra della Germania rivoluzionaria, una guerra in cui può lavarsi dei peccati del passato, in cui può rinfrancarsi, in cui può vincere i suoi propri autocrati, in cui, come conviene ad un popolo che scuote le catene di lunga e inerte schiavitù, paga col sacrificio dei suoi figli la propaganda della civiltà e raggiunge la sua libertà interna liberandosi all’esterno. Quanto più la luce della pubblicità evidenzia nettamente i contorni degli avvenimenti più recenti, tanto più i fatti confermano la nostra concezione delle guerre di razza, con cui la Germania ha disonorato la sua nuova era”[16].
ORA SCENDIAMO NEI PARTICOLARI DELLE POSIZIONI DI MARX ED ENGELS
Vale la pena a questo punto vedere più da vicino qual è la posizione di Marx ed Engels, riportata in maniera così tendenziosa da Mantovani. I lettori ci scuseranno se ci attardiamo ancora su questo punto, ma la verità va ristabilita.
Partiamo dall’Austria. Crediamo che a nessuno possa venire in mente di considerarla estranea alla nazionalità tedesca[17]. Certo, l’Austria ha una sua peculiarità storica, legata in particolare all’essere stata costretta nei secoli a fungere da baluardo contro l’avanzata ottomana, ma differenze profonde possiamo ritrovarle anche in altre regioni tedesche. Fino al 1866, anno della guerra austro-prussiana (chiamata significativamente Bruderkrieg, cioè guerra dei fratelli), la Germania tutta era frazionata in una serie di Stati, riuniti dal 1815 in una labile Confederazione Germanica, di cui ovviamente faceva parte anche l’Austria. Solo la sconfitta del 1866 estromise l’Austria dal resto della nazione tedesca, unificata a sua volta a guida prussiana. Dell’appartenenza dell’Austria alla nazione tedesca era talmente convinto Engels che ancora molti anni dopo il 1848, e precisamente nel 1885, parlava di una Germania “lacerata in due metà, l’Austria e la cosiddetta Germania”[18]. Dire allora come fa Mantovani che Marx ed Engels volevano una Germania che inglobasse anche l’Austria, come se si trattasse di una entità separata da annettersi, è palesemente falso e fuorviante. Ma in questo modo Mantovani dimostra anche di non aver per nulla compreso perché per Marx ed Engels era importante unificare la nazione germanica in un unico Stato che comprendesse sia l’Austria che la Prussia, che erano gli Stati che nei fatti dominavano la Germania[19]. Se si voleva raggiungere l’obiettivo posto al primo punto nel programma politico della Lega dei comunisti nella rivoluzione tedesca, cioè rendere l’intera Germania una “repubblica una e indivisibile”[20], allora era necessario frantumare le grandi monarchie tedesche[21], perché era solo dal crollo di Austria e Prussia che si poteva raggiungere l’unità tedesca[22]. Una linea politica che si scontrava frontalmente con il filisteismo borghese che puntava ad una unificazione della Germania a guida prussiana e che Engels tornò ad attaccare nel 1860[23]. Engels anni dopo illustrò in maniera compatta i termini della questione:
“Il programma politico della Neue Rheinische Zeitung consisteva in due punti principali: Repubblica tedesca, unita, indivisibile e democratica, e guerra contro la Russia con la conseguente restaurazione della Polonia. La democrazia piccolo-borghese si divideva allora in due fazioni: quella della Germania settentrionale, che si sarebbe accontentata di un imperatore prussiano democratico e quella della Germania meridionale all’epoca quasi esclusivamente quella del Baden, che intendeva trasformare la Germania in una repubblica federale sul modello svizzero. Noi dovevamo combattere ambedue. L’interesse del proletariato vietava sia di prussianizzare la Germania quanto di perpetuare lo spezzettamento in piccoli stati. Esso imponeva l’unificazione definitiva della Germania in una nazione, la quale soltanto poteva creare quel campo di battaglia liberato di tutti i gretti ostacoli del passato sul quale il proletariato e la borghesia dovevano misurare le loro forze. Ma vietava, in modo ugualmente imperativo, la formazione di una guida prussiana: lo Stato prussiano, con tutte le sue istituzioni, le sue tradizioni e la sua dinastia era proprio l’unico serio nemico interno che la rivoluzione doveva abbattere in Germania; e, per di più, la Prussia poteva unificare la Germania solo smembrandola, escludendo l’Austria tedesca. Dissoluzione dello Stato prussiano e di quello austriaco, vera unificazione della Germania come repubblica … non potevamo avere un altro programma rivoluzionario, immediato. E questo poteva realizzarsi solo con una guerra contro la Russia e solo attraverso di essa”[24].
E’ davvero desolante che una tale limpida linea politica, che tracciava, nelle condizioni allora date, il sentiero su cui costruire l’indipendenza politica degli operai, venga ridotta da Mantovani nell’appoggio ad una mera politica espansionistica della Germania nei confronti dell’Austria. Ed è davvero sconcertante che i tanti sedicenti “ultramarxisti” o “ultraleninisti” arruolati nel partito della guerra ucraina come mera guerra imperialista da ambo i contendenti non abbiano sentito il dovere di dire almeno una parola contro una simile oscena rappresentazione.
IL SIGNIFICATO DI TRIESTE COME SBOCCO AL MARE PER LA GERMANIA DEL 1848
Ma proseguiamo nella critica a questo discorso di Mantovani, toccando la questione della necessità di uno sbocco nel mare Adriatico necessario all’auspicato nuovo stato tedesco. E’ evidente che il riferimento qui è soprattutto a Trieste e poi, subordinatamente, anche a Pola. Trieste era già da secoli sotto il dominio austriaco e doveva la sua importanza commerciale proprio al legame con l’entroterra austriaco, che le aveva permesso di superare di gran lunga i volumi dei traffici della stessa Venezia[25], ed aveva inoltre una popolazione abbastanza cosmopolita[26]. Tutto ciò spiega perché Marx ed Engels ritenessero questa città già appartenente alla Germania. E non è un caso che Engels, in riferimento al progetto di creare all’interno dell’impero austriaco uno stato autonomo croato-slavone-dalmata (che Engels definisce con disprezzo “Stato predone”, “trinità dei tagliatori di teste in mantello rosso”, che era il mantello che usavano le truppe speciali degli slavi meridionali che sorvegliavano i confini con l’impero turco e che erano note per la loro crudeltà) e alle pretese che esso includesse una parte del distretto istriano-triestino, afferma che quel territorio era un pezzetto di Germania[27]. Ma, in generale, è davvero scorretto confondere, mettendo sullo stesso piano, la necessità di possedere singole città, per altro, come abbiamo visto già di per sé cosmopolite, con la questione dell’oppressione di intere nazioni, una posizione che Engels taccia di sentimentalismo:
“Gli sloveni e i croati tagliano la Germania e l’Ungheria fuori dall’Adriatico; e la Germania e l’Ungheria non possono lasciarsi tagliare fuori dall’Adriatico, per «necessità geografiche e commerciali», che non sono un ostacolo per la fantasia di Bakunin, ma che pur tuttavia esistono e sono per la Germania e l’Ungheria questioni della stessa importanza vitale come lo è per la Polonia, per esempio, la costa baltica da Danzica a Riga. E dove si tratta dell’esistenza, del libero sviluppo di tutte le risorse di grandi nazioni, un sentimentalismo come il rispetto per pochi tedeschi o slavi dispersi non deciderà nulla! Senza tener conto che anche questi slavi meridionali sono ovunque mescolati a elementi tedeschi, magiari e italiani, che anche qui il primo sguardo alla carta linguistica spezza in brandelli sconnessi il progettato Stato slavo meridionale e che, nel migliore dei casi, l’intero Stato cadrà in mano ai borghesi italiani di Trieste, Fiume e Zara, e ai borghesi tedeschi di Zagabria, Lubiana, Karlstadt, Semlin, Pancsova e Weisskirchen”[28].
E ORA PASSIAMO AL GIUDIZIO SUL PANSLAVISMO
Questa ultima citazione ci introduce all’ultimo aspetto della “ricostruzione” di Mantovani della posizione di Marx ed Engels nella rivoluzione del 1848, e cioè il giudizio di questi ultimi di fronte ai movimenti nazionali slavi. Non ci limitiamo alla sola Boemia, citata da Mantovani, ma a tutti i popoli slavi che abitavano l’impero austriaco sui quali, fatta eccezione degli slavi polacchi, Marx ed Engels espressero un medesimo comune giudizio negativo. I Boemi[29] rappresentavano certo la parte più avanzata culturalmente, economicamente e politicamente di quelle popolazioni, e non a caso Praga fu all’inizio dei moti del ’48 teatro di una insurrezione, repressa nel sangue dall’esercito austriaco, ma in generale tutti gli slavi austriaci appoggiarono attivamente la controrivoluzione, compresi i Boemi, che pur avevano subito all’inizio l’intervento delle forze imperiali[30]. Nel fuoco degli avvenimenti Marx ed Engels si spiegarono il perché di questo atteggiamento degli slavi fondandolo sulla storia stessa di questi popoli e non cambiarono mai il loro giudizio negli anni successivi. In polemica con i “sognatori panslavisti”[31], Engels nega l’esistenza stessa di una nazione slava, la definisce infatti “la nazionalità fantasmagorica di tutti gli slavi”[32], la “fantasmagorica nazionalità slava”[33]. Per lui
“Il panslavismo è l’unione di tutte le piccole nazioni e nazioncelle slave dell’Austria e, in secondo luogo della Turchia, per combattere i tedeschi austriaci, i magiari ed eventualmente i turchi. … Nella sua tendenza fondamentale, il panslavismo è diretto contro gli elementi rivoluzionari dell’Austria ed è quindi a priori reazionario. Il panslavismo dimostrò immediatamente questa tendenza reazionaria con un doppio tradimento: sacrificando l’unica nazione slava che si era finora comportata in maniera rivoluzionaria, i polacchi, alle sue meschine ottusità nazionali e vendendo se stesso e la Polonia allo zar di Russia. Lo scopo immediato del panslavismo è l’instaurazione di un impero slavo sotto la supremazia russa che si estenda dall’Erzgebirge e dai Carpazi fino al Mar Nero, all’Egeo e all’Adriatico, un impero che oltre alle lingue tedesca, italiana, magiara, valacca, turca, greca e albanese comprenderebbe ancora circa una dozzina di lingue e dialetti slavi principali. … Ma dove esiste questo slavismo se non nella testa di alcuni ideologi, dove la «lingua slava» se non nella fantasia dei signori Palacký, Gaj e compagnia, e all’incirca nella vecchia litania slava della Chiesa russa che nessun slavo capisce più? Nella realtà, tutti questi popoli hanno raggiunto i più diversi gradi di civiltà, dall’industria e alla cultura moderne della Boemia, sviluppate a un livello piuttosto alto (da tedeschi), fin giù alla barbarie quasi nomade dei croati e bulgari, e in realtà tutte queste nazioni hanno quindi gli interessi più opposti. In realtà la lingua slava di queste dieci o dodici nazioni consiste in altrettanti dialetti per lo più incomprensibili l’uno dall’altro, che si possono persino ridurre a radici principali diverse (ceco, illirico, serbo, bulgaro), che, a causa della totale rinuncia a ogni letteratura e della rozzezza della maggior parte dei popoli, sono diventati puro patois [idioma locale – nota nostra] e che, con poche eccezioni, hanno sempre avuto sopra di sé come lingua scritta una lingua straniera, non slava. L’unità panslavistica, quindi, o è una pura illusione, o è … la sferza russa”[34].
La critica di Engels non si limita solo al sogno panslavista ma coinvolge anche i singoli popoli che di quel progetto sarebbero dovuti essere soggetti attivi. Per Engels si tratta solo di “immaginarie nazionalità”[35], mancanti delle “elementari condizioni storiche, geografiche, politiche e industriali dell’indipendenza e della vitalità”[36], “piccole nazioncine disperse che hanno avuto un ruolo così miserabile nella storia”[37], “nazioncine piccole, rattrappite e impotenti”[38], “miseri avanzi di nazionalità la cui storia appartiene al passato e il cui moderno sviluppo storico è legato a quello di nazioni di razza e lingua differenti”[39] oppure “frammenti di stirpi che nel corso della storia sono state separate dal grande corpo della loro nazione”[40]. “In entrambi i casi gli slavi dell’Austria non sono altro che disjecta membra”[41].
Ed è proprio questa loro condizione a spiegare la natura reazionaria del loro movimento:
“Non c’è paese in Europa che non possieda , in qualche angolo, una o più rovine di popoli, resti di una popolazione precedente, repressa e soggiogata dalla nazione che divenne in seguito l’elemento portante dello sviluppo storico. Questi resti di una nazione spietatamente calpestata dall’andamento della storia, come dice Hegel, questi avanzi di popoli diventano ogni volta i sostenitori fanatici della controrivoluzione e lo rimarranno fino alla loro estinzione o denazionalizzazione complete, come del resto tutta la loro esistenza è già una protesta contro una grande rivoluzione storica. Così in Scozia i gaeli, sostenitori degli Stuart, dal 1640 al 1745. Così in Francia i bretoni, sostenitori dei Borboni dal 1792 al 1800. Così in Spagna i baschi, sostenitori di Don Carlos. Così in Austria gli slavi del sud panslavisti che non sono nient’altro che l’avanzo di popoli risultanti da uno sviluppo millenario estremamente intricato. Se quest’avanzo di popoli altrettanto intricato vede la sua salvezza solo nell’inversione dell’intero movimento europeo, che per esso non dovrebbe andare dall’ovest all’est, ma dall’est all’ovest, se l’arma liberatrice, il legame dell’unità è per esso la sferza russa, tutto ciò è la cosa più naturale del mondo. Gli slavi del sud avevano quindi chiaramente espresso il loro carattere reazionario già prima del 1848. L’anno 1848 l’ha portato apertamente alla luce del giorno”[42].
Engels ribadisce ancora questo concetto:
“Gli sparsi residui di numerose nazioni, la cui nazionalità e vitalità politica si erano spente da un pezzo, e quindi erano state obbligate, per almeno mille anni, a seguire le orme di una nazione più forte, loro conquistatrice, come i celti in Inghilterra, i baschi in Spagna, i bassi bretoni in Francia, e in un periodo più recente i creoli spagnuoli e francesi in quelle parti dell’America del Nord occupate di recente dalla razza angloamericana, queste nazionalità morenti, i boemi, i carinziani, i dalmati, ecc. avevano cercato di trarre profitto dalla confusione universale del 1848 per restaurare il loro status quo politico dell’anno 800 del Signore. La storia di mille anni avrebbe dovuto insegnar loro che questo regresso era impossibile; che se tutti i territori a oriente dell’Elba e della Saale sono stati un tempo occupate da tribù slave, questo fatto prova soltanto la tendenza storica e, in pari tempo, la capacità fisica e intellettuale della nazione tedesca di soggiogare, assorbire e assimilare i suoi vecchi vicini orientali; che questa tendenza all’assorbimento da parte dei tedeschi è sempre stata ed è ancora uno dei mezzi più potenti con l’aiuto dei quali la civiltà dell’Europa occidentale si è diffusa nella parte orientale del continente; che essa poteva cessare solo quando il processo di germanizzazione avesse raggiunto le frontiere di nazioni grandi, compatte, non spezzettate, capaci di una vita nazionale indipendente, come gli ungheresi e in una certa misura i polacchi; e che perciò la sorte naturale e inevitabile di queste nazioni morenti era di lasciare che si compisse questo processo di dissoluzione e assorbimento da parte dei loro vicini più forti”[43].
Dopo questa lunga esposizione delle posizioni di Marx ed Engels, torniamo all’interpretazione di Mantovani. Appare adesso chiaro come il rifiuto di “soddisfare per principio le pretese di ogni singola nazionalità” non era per loro, come superficialmente sostiene invece Mantovani, legato all’essere o meno questi movimenti nazionali alleati della Russia, né alla considerazione che a causa dall’estrema debolezza di questi piccoli eventuali Stati, essi fossero destinati a cadere sotto il giogo russo, ma ad un giudizio preciso sulla diversa natura dei movimenti nazionali in questione. Da una parte abbiamo lo svilupparsi di moderni movimenti nazionali borghesi di centralizzazione statale (tedeschi, polacchi ed ungheresi)[44], mentre dall’altra abbiamo il tentativo reazionario di ristabilire vecchie nazionalità sconfitte già dal corso storico, di far tornare indietro la storia, cioè un
“…movimento antistorico e assurdo, un movimento che tendeva nientemeno che a soggiogare l’Occidente civilizzato all’Oriente barbaro, la città alla campagna, il commercio, l’industria, l’intelligenza all’agricoltura primitiva dei servi slavi”[45].
LA CONFUSIONE FRA LO STATO UCRAINO E I MOVIMENTI ANTISTORICI DEI RESIDUI FEUDALI IN EUROPA
Mantovani dimostra proprio di non aver compreso questo discrimine, mettendo in un sol fascio movimenti nazionali di natura totalmente diversa, confondendo movimenti che erano espressione dello sviluppo capitalistico con movimenti che invece rappresentavano la resistenza verso questo sviluppo, il tentativo estremo di “annullare ciò che è il frutto di una storia millenaria”[46], sperando che “la storia torni indietro di mill’anni”[47].
Vale la pena notare qui come questo discrimine è invece ben presente in Lenin, che sottolinea come nel ’48 nei popoli slavi mancassero movimenti democratici, ragion per cui assumeva di rimando estrema importanza il movimento nazionale polacco[48].
In sostanza, Mantovani, dimentica egli stesso l’esigenza assoluta del marxismo, secondo cui:
“Per analizzare una questione qualsiasi, la teoria marxista esige assolutamente che essa sia collocata entro un quadro storico determinato, e, inoltre, se si tratta di un solo paese (per esempio, del programma nazionale relativo a un paese dato), che si tenga conto delle particolarità concrete che differenziano questo paese dagli altri nello stesso periodo storico”[49].
Invece di far questo, è lui per primo a ridurre a feticcio la questione della nazionalità, a trattarla come un mero principio astratto da utilizzare sulla base delle momentanee contingenze politiche, senza comprendere come la posizione di Marx e Engels si basasse su una precisa analisi concreta del movimento degli slavi, in base alla quale potevano affermare che
“…essi appartengono tutti a stirpi che, o, come gli slavi meridionali, sono necessariamente controrivoluzionarie per tutta la loro posizione storica, o, come i russi, sono ancora molto lontani da una rivoluzione e, quindi, almeno per adesso, ancora controrivoluzionari”[50].
Mettere in un unico calderone i movimenti nazionali rivoluzionari borghesi e i rigurgiti nazionalistici che dettero base di massa alle forze reazionarie che puntavano a far sopravvivere il regime feudale (non a caso Engels paragona i movimenti slavi alla Vandea[51]) serve solo a presentare come marxista la posizione di indifferenza nei confronti delle questioni nazionali sostenuta nell’articolo da Mantovani. Poco importa a costui se in questa operazione risultano grottescamente deformate le posizioni di Marx ed Engels. L’amaro destino di tutti coloro che si cimentano ad adattare le posizioni di Marx ed Engels per renderle compatibili con le posizioni “radicali” della sinistra “sovversiva” attuale è di finire col descrivere il pensiero dei due fondatori del socialismo scientifico come affetto e corrotto dai peggiori difetti del pensiero politico borghese. Così, per loro, Marx ed Engels sono di volta in volta o “eurocentrici” o “antisemiti” o “nazionalisti tedeschi”. Mantovani non sfugge a questa sorte e non esita a presentare Marx come il sostenitore dell’oppressione nazionale di interi popoli, giustificata in nome delle esigenze del progresso e della democrazia[52].
Eppure è stato proprio Lenin a mettere in guardia contro simili posizioni:
“Spesso si sente dire – per esempio dallo sciovinista tedesco Lensch nei nn. 8 e 9 della rivista Die Glocke – che l’atteggiamento negativo di Marx verso il movimento nazionale di alcuni piccoli popoli, per esempio dei cechi nel 1848, confuta la necessità dal punto di vista del marxismo – di riconoscere l’autodecisione delle nazioni. Ma questo è falso, perché nel 1848 esistevano dei motivi storici e politici per distinguere le nazioni «reazionarie» da quelle democratiche rivoluzionarie. Marx aveva ragione condannando le prime e sostenendo le seconde. Il diritto di autodecisione è una delle rivendicazioni della democrazia che, naturalmente, dev’essere subordinata agli interessi generali di quest’ultima. Nel 1848 e negli anni successivi questi interessi generali consistevano in primo luogo nella lotta contro lo zarismo”[53].
“Che la questione nazionale sia subordinata alla «questione operaia» è cosa indiscutibile per Marx. Ma la sua teoria è lontana, come il cielo dalla terra, dall’ignorare i movimenti nazionali”[54].
Passiamo ora, in questa nostra disanima critica delle posizioni di Mantovani, direttamente alla sua ricostruzione del pensiero di Lenin, essendo la parte riferita alla II Internazionale davvero poco significativa per il nostro discorso.
IN DISACCORDO CON BORDIGA, MA SENZA DICHIARARLO
La prima cosa da registrare è che Mantovani, in disaccordo con Bordiga (anche se si guarda bene dal dichiarare esplicitamente questo suo dissenso) dichiara che per Lenin il problema delle nazioni oppresse non riguarda solo i paesi arretrati ma anche quelli capitalisticamente sviluppati. A questa semplice affermazione si limita però il nostro accordo con lui. Infatti, questi, partendo dal fatto che le rivendicazioni democratiche sono pienamente realizzabili solo col socialismo, ne deduce, e non si capisce perché, che
“il proletariato non ha più bisogno di farsi carico dello sviluppo capitalistico e può quindi lasciare la propria nazionalità oppressa al proprio destino, puntando alla rivoluzione proletaria internazionale, all’affermazione del socialismo, tendendo all’unità con quello della nazione che opprime, da cui la sua borghesia vorrebbe deviarlo tramite l’eterna querelle nazionalistica e sciovinistica. Di qui la diversità di tattica nei paesi dominanti e in quelli dominati”.
Da dove tragga questa conclusione Mantovani davvero non si capisce. Cita dei passi di Lenin da La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodecisione e da Risultati della discussione sull’autodecisione (vedi citazioni corrispondenti alle note 14 e 15 del suo articolo), che, invece, non giustificano affatto questa sua conclusione, in quanto in essi Lenin sottolinea come l’oppressione nazionale può essere eliminata definitivamente solo col socialismo. E’ evidente che è un’astuzia di Mantovani: si cita Lenin a vanvera e poi si afferma quello che si vuole dimostrare, nella speranza che il lettore si convinca che Lenin voleva dire quello che fa comodo all’articolista. Siamo di fronte ad una versione, sia pur più raffinata rispetto a quella gretta e volgare praticata dal Rostrum, della tecnica che Lenin definiva “contrabbando di citazioni”[55].
CONTENUTO DEMOCRATICO DEL RICONOSCIMENTO ALL’AUTODETERMINAZIONE
Per fortuna Lenin torna su questo discorso sull’importanza della lotta per l’autodecisione in tanti altri scritti e chiarisce così, contro ogni travisamento, il senso della sua posizione, ma ci vogliamo riferire ai passi direttamente chiamati in causa da Mantovani. Subito dopo la prima frase di Lenin riportata da lui nella prima nota (14), leggiamo da Lenin:
“Quei partiti socialisti i quali non dimostrassero mediante tutta la loro attività – sia oggi, sia nel periodo della rivoluzione, sia dopo la vittoria della rivoluzione [grassetto nostro] – che essi liberano le nazioni asservite e basano il loro atteggiamento verso di esse sulla libera unione, – e la libera unione non è che una frase menzognera senza la libertà di separazione, – tali partiti tradirebbero il socialismo”[56].
E poche righe più avanti il passo da noi già citato (vedi sopra, nota 8 )
“Sarebbe radicalmente errato pensare che la lotta per la democrazia possa distogliere il proletariato dalla rivoluzione socialista, oppure farla dimenticare, oscurarla, ecc. Al contrario, come il socialismo non può essere vittorioso senza attuare una piena democrazia, così il proletariato non può prepararsi alla vittoria sulla borghesia senza condurre in tutti i modi una lotta conseguente e rivoluzionaria per la democrazia”[57].
E Lenin poi passa a criticare coloro che vogliono eliminare la rivendicazione dell’autodecisione delle nazioni perché irrealizzabile o illusoria, precisando che dal fatto che tutte le rivendicazioni democratiche sono realizzabili solo in modo incompleto nel capitalismo
“non deriva affatto che la socialdemocrazia dovrebbe rinunciare alla lotta immediata e decisa per tutte queste rivendicazioni (facendolo, farebbe soltanto il giuoco della borghesia e della reazione); deriva appunto, invece che essa deve formulare e porre tutte queste rivendicazioni in modo rivoluzionario e non riformista”[58]
e per chiarire meglio il concetto, poche righe più avanti, scrive:
“Il rafforzamento dell’oppressione nazionale durante l’imperialismo non determina per la socialdemocrazia la rinunzia alla lotta «utopistica» (come viene definita dalla borghesia) per la libertà di separazione delle nazioni, ma determina, al contrario, una più ampia utilizzazione dei conflitti che sorgono anche su questo terreno, come motivi per l’azione di massa, per le azioni rivoluzionarie contro la borghesia”[59].
Guarda caso, tutti questi passi sono omessi nel collage di frasi di Lenin incollate ad arte da Mantovani.
LASCIARE LA NAZIONE OPPRESSA AL SUO DESTINO
Per quanto riguarda la seconda nota (la citazione cioè riportata come nota 15), la pratica truffaldina di Mantovani viene confermata. Immediatamente dopo le frasi che lui cita, incollandole in un discorso più generale, Lenin dileggia i socialisti polacchi che polemizzavano contro la rivendicazione dell’autodecisione per la sua “irrealizzabilità” nel capitalismo[60]. E allora da quale affermazione di Lenin Mantovani ricava che gli operai dei paesi oppressi dovrebbero lasciare la propria nazione oppressa al proprio destino? Mistero.
Ma nelle parole di Mantovani troviamo anche la prova di una incomprensione, se non una vera e propria tendenziosa formulazione, del nesso lotta degli operai/questione nazionale. Scrive Mantovani che “il proletariato non ha più bisogno di farsi carico dello sviluppo capitalistico”. Ma Lenin non ha mai detto che gli operai lottando contro l’oppressione nazionale si fanno carico di sostenere lo sviluppo del proprio capitalismo nazionale, anzi ha detto esattamente il contrario.
“Il marxismo è inconciliabile con il nazionalismo, sia pure nella sua forma più «giusta» e «pura», raffinata e civile. Il marxismo sostituisce a ogni nazionalismo l’internazionalismo … Il principio di nazionalità è storicamente inevitabile nella società borghese, e il marxista, tenendo conto di questa società, riconosce pienamente la legittimità storica dei movimenti nazionali. Ma, perché questo riconoscimento non si trasformi in un’apologia del nazionalismo, bisogna che esso si limiti strettamente a ciò che vi è di progressivo in tali movimenti, è indispensabile che questo riconoscimento non offuschi la coscienza proletaria mediante l’ideologia borghese. E’ progressivo il risveglio delle masse dal torpore feudale, è progressiva la loro lotta contro ogni oppressione nazionale, per la sovranità del popolo, per la sovranità della nazione. Deriva da qui per i marxisti l’obbligo assoluto di difendere la democrazia più radicale e conseguente in tutti gli aspetti della questione nazionale. Si tratta fin qui di un compito prevalentemente negativo. Ma il proletariato non può andare oltre nell’appoggiare il nazionalismo, perché più oltre incomincia l’attività «positiva» della borghesia, che tende a rafforzare il nazionalismo. Scuotere ogni giogo feudale, ogni oppressione nazionale, ogni privilegio di una nazione o di una lingua è un dovere assoluto del proletariato, in quanto forza democratica, è un interesse imprescindibile della lotta di classe proletaria, che viene offuscata e frenata dagli attriti nazionali. Ma aiutare il nazionalismo borghese oltre questi confini, rigorosamente delimitati e posti entro un quadro storico determinato, significa tradire il proletariato e schierarsi con la borghesia. Qui sta il limite, spesso assai sottile, che i bundisti e i nazional-sociali ucraini dimenticano del tutto. Alla lotta contro ogni oppressione nazionale bisogna dire assolutamente sì. Alla lotta per ogni sviluppo nazionale, per la «cultura nazionale» in genere bisogna dire assolutamente no. Lo sviluppo economico della società capitalistica ci offre in tutto il mondo esempi di movimenti nazionali non ancora evoluti, esempi di grandi nazioni formatesi da una serie di piccole nazioni o a danno di esse, esempi di assimilazione delle nazionalità. Il principio del nazionalismo borghese è lo sviluppo della nazionalità in genere: di qui l’esclusivismo del nazionalismo borghese, di qui il dissidio nazionale insolubile. Il proletariato invece non solo non si assume la difesa dello sviluppo nazionale di ogni nazione, ma al contrario ammonisce le masse contro simili illusioni, propugna la libertà più completa della circolazione capitalistica, plaude a ogni assimilazione nazionale che non sia fondata sulla violenza e sul privilegio”[61].
“In quanto la borghesia della nazione oppressa lotta contro la nazione che opprime, noi siamo sempre, in tutti i casi, più risolutamente di ogni altro, in suo favore, perché noi siamo i nemici più implacabili e coerenti dell’oppressione. In quanto la borghesia della nazione oppressa difende il proprio nazionalismo borghese, noi le siamo contrari. Lotta contro i privilegi e le violenze della nazione che opprime; nessuna debolezza verso la nazione oppressa che aspira a conquistare dei privilegi”[62].
In nessun caso gli operai nella lotta contro l’oppressione nazionale si fanno carico dello sviluppo capitalistico. Gli operai, né nella situazione di formazione delle nazioni moderne (come sostiene Mantovani), né nella realtà delle nazioni oppresse di oggi sostengono lo sviluppo del capitalismo. Presentare la partecipazione degli operai alla lotta contro l’oppressione nazionale come fa Mantovani, significa a priori negare la possibilità degli operai di avere sempre una propria autonomia e indipendenza anche su questo terreno, significa dare ragione ai menscevichi e torto ai bolscevichi.
UNA SOLA CLASSE DUE POLITICHE COMPLEMENTARI
Mantovani prosegue nella sua pratica, riportando un’altra citazione (vedi nota 16 del suo articolo), in cui Lenin ritorna sugli stessi concetti, mostrando nelle questioni nazionali come la subordinazione agli interessi generali della lotta degli operai si declini in maniera differente per gli operai del paese dominante e per quelli del paese dominato (i primi devono appoggiare incondizionatamente la separazione, i secondi condizionatamente[63]) e, come al solito, Mantovani ne deduce che, dato l’attuale sviluppo imperialistico
“il proletariato delle nazioni oppresse non ha più un interesse ad allearsi con le classi borghesi e piccolo borghesi ai fini dello sviluppo di un mercato nazionale indipendente e perde quindi interesse alle insurrezioni nazionali”.
Il proletariato non si è mai posto come compito proprio lo sviluppo del mercato nazionale capitalistico, compito che ora non avrebbe più. Le lotte per la sua emancipazione hanno accompagnato semmai a maturità l’evoluzione del capitalismo in imperialismo. E’ l’imperialismo ad opprimere popoli e nazioni. L’interesse del proletariato delle nazioni oppresse non è quello di sostenere l’insurrezione nazionale per difendere il mercato interno, ma per garantirsi la possibilità di sviluppare la lotta di classe senza l’oppressione di una borghesia esterna più forte e potente economicamente e militarmente.
Ma, trascurando ogni altro commento sul proletariato che si farebbe promotore dello sviluppo, come Mantovani ricava questa conclusione da una frase di Lenin che significa tutt’altro? Siamo di fronte alle solite affermazioni dei bordighisti sulla impossibilità o irrilevanza per gli operai delle lotte contro l’oppressione nazionale nell’imperialismo, concetto che è del tutto contrario alle posizioni di Lenin, ma che si vuole fare passare come posizione leninista. In verità, Mantovani si aggrappa ad una frase di Lenin, contenuta proprio nella citazione della nota 16 del suo articolo, ed evidenziata in grassetto proprio dall’articolista, in cui Lenin parla (ma, come vedremo, in realtà non è così) di educare gli operai all’indifferenza verso le questioni nazionali. Per capirci meglio riportiamo qui per intero la citazione esattamente come Mantovani l’ha pubblicata, anche con i grassetti posti da lui:
«L’educazione internazionalista degli operai nei paesi dominanti deve avere necessariamente come centro di gravità la propaganda e la difesa della libertà di separazione dei paesi oppressi. Altrimenti non v’è internazionalismo. […] Si tratta di una rivendicazione incondizionata, quantunque fino all’avvento del socialismo la separazione sia possibile e “realizzabile” in un caso su mille. Noi abbiamo il dovere di educare gli operai all’ “indifferenza” verso le questioni nazionali. Ma non un’indifferenza da annessionista […] Al contrario, il socialdemocratico di una piccola nazione deve porre il centro di gravità dell’agitazione sulla […] “volontaria unione” delle nazioni. […] Ma in ogni caso egli deve lottare contro la grettezza delle piccole nazioni, il loro isolamento, il loro particolarismo, lottare perché si tenga conto del tutto, dell’assieme del movimento, perché l’interesse particolare venga subordinato all’interesse generale. Coloro che non hanno approfondito la questione trovano “contraddittorio” che i socialdemocratici dei paesi oppressori insistano sulla “libertà di separazione” e i socialdemocratici delle nazioni oppresse sulla “libertà di unione“. Ma se si riflette un pochino si vede che un’altra via per arrivare all’internazionalismo e alla fusione delle nazioni, un’altra via per raggiungere questo scopo partendo dalla situazione attuale non c’è e non può esserci»
MUTILARE LENIN PER AVERE RAGIONE
Ma leggiamo ora il testo di Lenin, senza i grassetti aggiunti da Mantovani e, soprattutto, con i passi che ha tagliato. Si tratta di quattro passi, anche se in realtà viene omessa anche un’altra frase (cioè un “Questo è indiscutibile”), senza che sia segnalata, ma questa omissione è dovuta certamente a una semplice svista. Per quanto riguarda gli altri tagli, come si può vedere, e ciò soprattutto per il secondo, l’eliminazione non è secondaria alla comprensione del vero pensiero di Lenin al riguardo. Ma la cosa più grave è la sostituzione di un termine (“distinzioni nazionali”) con un altro (“questioni nazionali”), sostituzione che stravolge interamente il discorso, un fatto davvero inaudito e che non può essere considerato frutto di una semplice svista, ma, nella migliore delle ipotesi, frutto di un lapsus freudiano, dato che è poi su questa idea dell’indifferentismo che Mantovani costruisce tutto il suo ragionamento, ammantandolo di leninismo. Questa volta siamo noi ad evidenziare in grassetto le parti omesse da Mantovani:
“L’educazione internazionalista degli operai nei paesi dominanti deve avere necessariamente come centro di gravità la propaganda e la difesa della libertà di separazione dei paesi oppressi. Altrimenti non v’è internazionalismo. Noi abbiamo il diritto e l’obbligo di trattare da imperialista e da furfante ogni socialdemocratico di un paese oppressore che non faccia questa propaganda. Si tratta di una rivendicazione incondizionata, quantunque fino all’avvento del socialismo la separazione sia possibile e «realizzabile» in un caso su mille. Noi abbiamo il dovere di educare gli operai all’«indifferenza» verso le distinzioni nazionali. Questo è indiscutibile. Ma non a un’indifferenza da annessionista. Un membro della nazione che opprime dev’essere «indifferente»di fronte alla questione se le piccole nazioni appartengono al suo Stato, o a quello vicino, oppure siano indipendenti a seconda delle loro simpatie; senza questa «indifferenza» egli non è un socialdemocratico. Per essere un socialdemocratico internazionalista bisogna pensare non soltanto alla propria nazione, ma mettere al di sopra di essa gli interessi di tutti, la libertà generale e la parità di diritti per tutti. In «teoria» tutti sono d’accordo su questo; ma in pratica si manifesta proprio un’indifferenza da annessionisti. Qui sta la radice del male. Al contrario, il socialdemocratico di una piccola nazione deve porre il centro di gravità dell’agitazione sulla seconda parola della nostra formula generale: «volontaria unione» delle nazioni. Egli può, senza trasgredire i suoi doveri di internazionalista, essere e per l’indipendenza politica della sua nazione, e per l’inclusione di essa in un vicino Stato X, Y, Z, ecc. Ma in ogni caso egli deve lottare contro la grettezza delle piccole nazioni, il loro isolamento, il loro particolarismo, lottare perché si tenga conto del tutto, dell’assieme del movimento, perché l’interesse particolare venga subordinato all’interesse generale. Coloro che non hanno approfondito la questione trovano «contraddittorio» che i socialdemocratici dei paesi oppressori insistano sulla «libertà di separazione» e i socialdemocratici delle nazioni oppresse sulla «libertà di unione». Ma se si riflette un pochino si vede che un’altra via per arrivare all’internazionalismo e alla fusione delle nazioni, un’altra via per raggiungere questo scopo partendo dalla situazione attuale non c’è e non può esserci”[64].
Nel prosieguo di questo ragionamento, Lenin parlerà proprio del caso particolare dei socialdemocratici olandesi e polacchi e del loro errore di trattare la loro condizione particolare come se fosse generalizzabile a tutte le situazioni.
Soffermiamoci un attimo sulla corretta interpretazione di questa citazione di Lenin, anche se l’averla riportata nella sua interezza e nella sua integrità, mondandola da ogni proditoria sostituzione, ne rende già chiarissimo il significato. Prima va fatta però una precisazione: se non si vuole giocare con le parole, con l’Ucraina ci troviamo di fronte ad una annessione manu militari di una nazione indipendente, non fuori dalle pressioni reciproche dei paesi imperialisti più forti, ma indipendente quanto lo può essere sulla base del capitalismo una nazione.
L’INDIFFERENTISMO SULLE QUESTIONI NAZIONALI
Lenin non ha mai sostenuto l’indifferentismo sulle questioni nazionali, anzi ha sempre detto il contrario, affermando che
“Dal punto di vista dei socialisti è assolutamente sbagliato ignorare i compiti della liberazione nazionale in una situazione d’oppressione nazionale”[65]
e, considerando insensata e direttamente reazionaria l’indifferenza verso i movimenti nazionali, indifferenza che diventa sciovinismo quando a sostenerla sono membri delle nazioni dominanti[66], per lui
“la negazione della libertà di separazione è oggi un colossale errore teorico e un servigio pratico reso agli sciovinisti dei paesi oppressori”[67]
ed il socialdemocratico che si dichiarasse indifferente verso questa questione cesserebbe con ciò di essere socialdemocratico[68].
Partendo da questo dato, su cui i nostri bordighisti cercano sempre di svicolare, vediamo come per Lenin si pone l’internazionalismo operaio sul piano della questione nazionale. Essendo oggettivamente diversa la posizione degli operai a seconda se vivono in una nazione dominante o in una oppressa[69], il perseguimento del comune obiettivo di lottare contro l’oppressione nazionale[70] può manifestarsi solo in modo diverso fra loro. Gli operai di una nazione dominante devono essere incondizionatamente per la libertà di separazione della nazione oppressa, mentre gli operai della nazione oppressa lo devono essere condizionatamente, mettendo al centro della loro lotta certamente non la difesa dei privilegi della borghesia della nazione oppressa, contro cui devono opporsi tenacemente, ma l’unità con gli operai della nazione che opprime:
“Alla rissa nazionalistica tra i diversi partiti borghesi, sulle questioni della lingua, ecc., la democrazia operaia oppone, come sua istanza, l’unità incondizionata e la completa fusione degli operai di tutte le nazionalità in tutte le organizzazioni operaie, sindacali, cooperative, di consumo, culturali, ecc., in antitesi a qualsiasi forma di nazionalismo borghese”[71].
Proprio il fatto che non si violi l’unità politica del proletariato è per Lenin la più importante, l’unica condizione sulla cui base i socialdemocratici riconoscono l’autodecisione delle nazioni[72], anzi c’è da dire di più, per Lenin la possibilità di salvaguardare l’unità politica internazionale degli operai passa attraverso il riconoscimento dell’autodecisione delle nazioni che diventa una frase vuota se non si riconosce agli operai della nazione oppressa la possibilità e il diritto di lottare contro l’oppressione.
“L’imperialismo è l’oppressione sempre maggiore dei popoli del mondo da parte di un pugno di grandi potenze, è il periodo di guerre tra queste potenze per l’estensione e il consolidamento dell’oppressione delle nazioni, è un periodo di inganno delle masse popolari da parte dei socialpatrioti ipocriti, i quali – col pretesto della «libertà dei popoli», del «diritto delle nazioni all’autodecisione» e della «difesa della patria» – giustificano e difendono l’oppressione della maggioranza dei popoli del mondo da parte delle grandi potenze. Perciò, nel programma dei socialdemocratici, il punto centrale dev’essere precisamente quella divisione delle nazioni in dominanti e oppresse, che rappresenta l’essenza dell’imperialismo e alla quale sfuggono mentendo i socialsciovinisti e Kautsky. Questa divisione non è sostanziale dal punto di vista del pacifismo borghese o dell’utopia piccolo-borghese della concorrenza pacifica tra nazioni indipendenti in regime capitalista, ma essa è indiscutibilmente sostanziale dal punto di vista della lotta rivoluzionaria contro l’imperialismo. E da questa divisione deve scaturire la nostra definizione – coerentemente democratica, rivoluzionaria e corrispondente al compito generale della lotta immediata per il socialismo – del «diritto delle nazioni all’autodecisione». In nome di questo diritto, lottando per il suo riconoscimento non ipocrita, i socialdemocratici delle nazioni dominanti debbono rivendicare la libertà di separazione per le nazioni oppresse, perché altrimenti il riconoscimento dell’eguaglianza di diritti delle nazioni e della solidarietà degli operai sarebbe in pratica soltanto una parola vuota, un’ipocrisia. E i socialdemocratici delle nazioni oppresse debbono considerare come fatto di primaria importanza l’unità e la fusione degli operai dei popoli oppressi cogli operai delle nazioni dominanti poiché altrimenti questi socialdemocratici diverranno involontariamente degli alleati dell’una o dell’altra borghesia nazionale, che tradisce sempre gli interessi del popolo e della democrazia che è sempre pronta, a sua volta, ad annettere e ad opprimere altre nazioni”[73].
L’ASSURDA CONCLUSIONE: LA LOTTA ALL’OPPRESSIONE NON PUò ESSERE CONDOTTA DAGLI OPERAI DELLA NAZIONE OPPRESSA
Una volta stabilito questo, diventa semplice comprendere in cosa consiste questa lotta che gli operai delle nazioni oppresse devono fare per la volontaria unione delle nazioni, per la libertà di unione, come dice Lenin nel passo “liberamente” riportato da Mantovani, il quale, dimostrando di non aver compreso assolutamente questo punto, afferma che dall’
“obbligo dei proletari della nazione dominante di lottare a favore di quella oppressa … non deriva affatto sillogisticamente che i proletari di quest’ultima debbano mobilitarsi sempre e comunque per l’affermazione della propria nazione”.
Torneremo in seguito, analizzando le parole d’ordine proposte da Mantovani e da Rostrum, sul significato pratico di questa frase di Mantovani, perché quello che ora ci preme di più è ristabilire il senso vero del discorso di Lenin, cosa che ci permetterà di capire poi meglio chi fa davvero sillogismi. Una cosa però va evidenziata: più avanti nell’articolo, Mantovani si chiede se sia giusto che
“il proletariato ucraino debba farsi promotore di una guerra nazionale e popolare contro l’invasione russa”,
ma la domanda qui è posta male, e fa trasparire la faziosa e tendenziosa idea della partecipazione operaia alle lotte democratiche che sottende i ragionamenti del nostro articolista e che abbiamo già avuto modo di verificare prima. In verità, Lenin non sostiene che gli operai debbano farsi promotori di una lotta di liberazione nazionale:
“Noi socialdemocratici siamo contrari a ogni nazionalismo e sosteniamo il centralismo democratico. Siamo nemici del particolarismo, siamo convinti che, a parità di tutte le altre condizioni, i grandi Stati possano assolvere molto meglio dei piccoli Stati i compiti del progresso economico e i compiti della lotta del proletariato contro la borghesia. Ma noi apprezziamo soltanto i legami fondati sul libero accordo e non sulla violenza. Dovunque esistano dei rapporti coercitivi fra le nazioni, noi, pur senza predicare immancabilmente la separazione di una data nazione, difendiamo però energicamente e incondizionatamente il diritto di ciascuna nazione all’autodecisione politica, cioè alla separazione. Difendere, propagandare, riconoscere questo diritto significa difendere la parità di diritti fra le nazioni, significa non accettare i rapporti coercitivi, significa inoltre, educare gli operai delle diverse nazioni alla completa solidarietà di classe. La solidarietà di classe tra gli operai delle diverse nazioni si può solo avvantaggiare, quando ai legami coercitivi, feudali, militari, si sostituiscano legami volontari”[74].
[Per quanto riguarda l’autodecisione delle nazioni è] “evidente che il nostro programma è applicabile solo nei casi in cui i movimenti nazionali esistano”[75].
Appare chiaro, quindi, che il proletariato, per Lenin, pur riconoscendo in generale il principio di autodeterminazione delle nazioni, non appoggia questa rivendicazione “sempre e comunque”, al modo dei borghesi, del loro nazionalismo, bensì subordina questo appoggio agli interessi generali del proletariato, che tutto vuol dire fuorché non lottare contro oppressioni ed annessioni, ma vuol dire unire le forze contro l’imperialismo. Ma questo fatto non riguarda affatto la differenza della politica operaia in questa lotta fra operai delle nazioni dominanti ed operai delle nazioni oppresse, anzi la subordinazione all’interesse generale della lotta proletaria vale sia per gli operai delle nazioni dominanti che per quelle oppresse. Lenin, nei suoi scritti, ribadisce continuamente come la partecipazione operaia alla lotta per l’autodecisione delle nazioni sia vincolata all’interesse generale della lotta internazionale degli operai e quindi richieda non l’enunciazione di principi astratti, ma l’analisi concreta delle singole situazioni:
“Per il proletariato e per l’Internazionale comunista è particolarmente importante, nell’epoca dell’imperialismo, constatare i fatti economici concreti e, nel risolvere tutti i problemi coloniali e nazionali, prendere l’avvio non da premesse astratte, ma dai fenomeni della realtà concreta”[76].
“Non è lecito confondere la questione del diritto delle nazioni a separarsi liberamente con la questione dell’opportunità per questa o quella nazione di separarsi in questo o in quel momento. Il partito del proletariato deve risolvere questa seconda questione in ciascun caso particolare, in modo assolutamente autonomo, dal punto di vista degli interessi dello sviluppo sociale nel suo insieme e degli interessi della lotta di classe del proletariato per il socialismo”[77].
LENIN E L’ANALISI STORICA DEI MOVIMENTI DI AUTODETERMINAZIONE
“Se la socialdemocrazia riconosce il diritto di autodecisione per tutte le nazionalità, ciò non significa affatto che essa rinunci a una valutazione autonoma della opportunità, in ogni singolo caso, della separazione statale di questa o quella nazione. Al contrario, i socialdemocratici devono dare precisamente un giudizio autonomo, tenendo conto sia delle condizioni di sviluppo del capitalismo e dell’oppressione dei proletari delle diverse nazioni da parte della borghesia, unita, di tutte le nazionalità, sia dei compiti generali della democrazia e, in primo luogo e soprattutto, degli interessi della lotta di classe del proletariato per il socialismo”[78].
Il riconoscimento del diritto di autodecisione non ci fa rinunciare al giudizio della lotta fra le classi nella nazione oppressa, alla possibilità della classe sfruttata di sostenere i propri interessi di classe. Fuori dal riconoscimento nei fatti del diritto all’autodeterminazione, viene meno il quadro generale di una politica internazionalista degli operai.
“Il nazionalismo piccolo-borghese riduce l’internazionalismo al riconoscimento della parità giuridica delle nazioni e (senza dire del carattere puramente verbale di questo riconoscimento) lascia intatto l’egoismo nazionale, mentre l’internazionalismo proletario esige la subordinazione degli interessi della lotta proletaria in un paese agli interessi di questa lotta nel mondo intero”[79].
Lenin, ci dà tutta una serie di esempi concreti di questa subordinazione nelle questioni nazionali all’interesse generale della lotta proletaria, ed in particolare si riferisce alla Polonia[80]. Riporto qui alcuni passaggi del suo ragionamento sviluppato nel 1916, in piena guerra mondiale, nella critica a Radek perché questi riteneva, contro Lenin, che sostenere il principio dell’autodecisione alimentasse l’idea che fosse doveroso appoggiare qualsiasi lotta per l’indipendenza:
“… noi non abbiamo il dovere di appoggiare né «qualsiasi» lotta per l’indipendenza, né «qualsiasi» movimento repubblicano oppure anticlericale. …. Considerate tuttavia, invece di questi argomenti generali [ossia contro l’oppressione nazionale e quindi contro le annessioni – nota nostra], le condizioni particolari della Polonia: la sua indipendenza è attualmente «irrealizzabile» senza guerre o rivoluzioni. Essere per la guerra in tutta l’Europa per la ricostruzione della Polonia significa essere un nazionalista della peggior specie, significa porre gli interessi di un piccolo numero di polacchi al di sopra degli interessi di centinaia di milioni di uomini che soffrono per la guerra. … Lanciare la parola d’ordine dell’indipendenza della Polonia oggi, nelle condizioni degli attuali rapporti fra le potenze imperialistiche limitrofe, significa veramente correre dietro un’utopia, cadere in un angusto nazionalismo, dimenticare la premessa necessaria, quella della rivoluzione generale in Europa, o, per lo meno, in Russia e in Germania. … Tutto questo parla molto giustamente contro la parola d’ordine dell’indipendenza della Polonia oggi, poiché neppure la rivoluzione nella sola Polonia cambierebbe minimamente la situazione, e l’attenzione delle masse polacche sarebbe distolta da ciò che è fondamentale: il legame della loro lotta con la lotta del proletariato russo e tedesco. Non è un paradosso ma un fatto che il proletariato polacco, come tale, può aiutare la causa del socialismo e della libertà, compresa la libertà polacca, soltanto lottando insieme con i proletari dei paesi vicini, contro i nazionalisti grettamente polacchi. Non si può negare il grande merito storico dei socialdemocratici polacchi nella lotta contro questi ultimi. Ma gli stessi argomenti, giusti dal punto di vista delle condizioni particolari della Polonia, sono palesemente sbagliati nella forma generale che è stata loro data. La Polonia rimarrà sempre, finché vi saranno guerre, un campo di battaglia nelle guerre tra la Germania e la Russia; non è questo un argomento contro una maggiore libertà politica (e, quindi, contro l’indipendenza politica) nell’intervallo tra le guerre. Lo stesso si può dire per il ragionamento sullo sfruttamento da parte del capitale straniero, sulla funzione di giocattolo per gli interessi altrui. I socialdemocratici polacchi non possono lanciare ora la parola d’ordine dell’indipendenza della Polonia, poiché, quali proletari internazionalisti, i polacchi non possono fare nulla in questo campo senza cadere … in un basso servilismo nei confronti di una delle monarchie imperialistiche. Ma per gli operai russi e tedeschi non è indifferente il fatto se parteciperanno o meno all’annessione della Polonia (ciò significherebbe educare gli operai e i contadini tedeschi e russi nello spirito della più abbietta brutalità, della rassegnazione alla funzione di boia degli altri popoli) oppure se la Polonia sarà indipendente. La situazione è, senza dubbio, molto intricata, ma vi è una via d’uscita che permetterebbe a tutti i partecipanti di rimanere degli internazionalisti: i socialdemocratici russi e tedeschi esigendo l’incondizionata «libertà di separazione» della Polonia; i socialdemocratici polacchi lottando per l’unità della lotta proletaria in un piccolo e nei grandi paesi senza lanciare per il momento attuale, o per il periodo attuale, la parola d’ordine dell’indipendenza della Polonia[81].
Ci siamo dilungati su questo passo, perché qui Lenin riprende il discorso che poche pagine prima dello stesso articolo aveva fatto sul come risolvere la situazione intricata che si viene a creare fra gli operai delle nazioni dominanti e quelli delle nazioni oppresse, quasi ripetendo le stesse parole. Si tratta proprio del “famoso” passo riportato “liberamente” da Mantovani, ed utilizzato da lui per sostenere che gli operai delle nazioni oppresse non avrebbero più interesse nella questione nazionale. Per lui “subordinare tutte le nazioni, “grandi” e “piccole”, all’esigenza dell’internazionalismo proletario”, come scrive lui stesso, significa che gli operai delle nazioni oppresse non avrebbero più interesse alle insurrezioni nazionali. Come possiamo vedere dai passi che ho riportato, il discorso di Lenin è ben diverso. Essendo ogni rivendicazione subordinata all’interesse generale del proletariato internazionale, in alcune situazioni eccezionali il proletariato delle nazioni oppresse può temporaneamente rinunciare all’obiettivo dell’indipendenza nazionale. Sicuramente non è il caso dell’Ucraina dei nostri giorni, che non si trova nella situazione di scegliere se dividersi o no dalla Russia, ma viene aggredita dall’imperialismo russo per essere annessa con la forza dentro i suoi confini.
Vale la pena insistere ancora su questo punto. Ancora nello stesso articolo, Lenin, dopo aver detto che per la liberazione incerta di una piccola nazione non si può essere per una guerra generale tra i grandi popoli, con il massacro di 20 milioni di uomini, dice che, in questo caso non si sostiene la liberazione di quella piccola nazione
“… non perché eliminiamo dal nostro programma la completa eguaglianza delle nazioni, bensì perché gli interessi della democrazia di un solo paese vanno subordinati agli interessi della democrazia di alcuni paesi e di tutti i paesi”[82].
Lenin prosegue qui con un esempio:
“Figuriamoci che tra due grandi monarchie se ne trovi una piccola, il piccolo re della quale sia «legato» da vincoli di parentela e di altro genere ai monarchi di entrambi i paesi vicini. Figuriamoci in seguito che la proclamazione della repubblica nel piccolo paese e la cacciata del suo monarca possano significare in pratica una guerra fra i due grandi paesi vicini per la restaurazione di questo o di quell’altro monarca nel piccolo paese. Non v’è dubbio che tutta la socialdemocrazia internazionale, come tutta la parte veramente internazionalista della socialdemocrazia del piccolo paese, sarebbe, in questo caso, contro la sostituzione della repubblica alla monarchia. La sostituzione della monarchia con la repubblica non è un assoluto, ma è una delle rivendicazioni democratiche, subordinata agli interessi della democrazia (e ancor più, certo, agli interessi del proletariato socialista) nel suo complesso. Certamente, un caso simile non susciterebbe neanche il minimo dissenso tra i socialdemocratici di qualsiasi paese. Ma se, basandosi su questo caso, un socialdemocratico qualsiasi proponesse di eliminare in generale dal programma della socialdemocrazia internazionale la parola d’ordine della repubblica, sarebbe certamente considerato un pazzo. Gli si direbbe: non bisogna tuttavia dimenticare l’elementare differenza logica tra il particolare e il generale”[83].
MANTOVANI TRUCCA LE CARTE
Ma Mantovani fa proprio questo! Dopo aver riportato una citazione di Lenin sulla Serbia nella prima guerra mondiale e, in parte, il discorso di Lenin sulla Polonia, che abbiamo citato quasi per intero sopra, afferma:
“Gli esempi della Serbia e della Polonia non sono eccezionali: al contrario, sono generalizzabili e lo sono a maggior ragione in quanto l’affermazione di questa o quella nazione in più o in meno diviene, in un’area di capitalismo ormai avanzato indifferente al proletariato, il quale non pone, come la borghesia, in primo piano le rivendicazioni nazionali, ma «le subordina agli interessi della lotta delle classi»”.
Sulla differenza fra guerra nazionale e guerra imperialista parleremo dopo, perché Mantovani tratta in seguito delle guerre nazionali. Vale qui la pena sottolineare l’estrema confusione della frase. Cosa significa, infatti, “l’affermazione di questa o quella nazione in più o in meno”? Tanto può significare l’affermazione di una potenza imperialista su un’altra, in uno scontro tra predoni, quanto la liberazione di una nazione oppressa da quella dominante. Vediamo come Lenin affronta unitariamente entrambe le situazioni:
“Gli interessi della classe operaia e la sua lotta contro il capitalismo esigono la piena solidarietà e l’unità più stretta degli operai di tutte le nazioni, esigono che si opponga resistenza alla politica nazionalistica della borghesia di qualsiasi nazionalità. Perciò negare alle nazioni oppresse il diritto di autodecisione, cioè di separazione, oppure sostenere tutte le rivendicazioni nazionali della borghesia delle nazioni oppresse, equivarrebbe, per i socialdemocratici, a sottrarsi ai compiti della politica proletaria e a subordinare gli operai alla politica borghese. Per l’operaio salariato è indifferente che il suo principale sfruttatore sia la borghesia grande-russa invece di quella allogena, o la borghesia polacca invece di quella ebraica, ecc. L’operaio salariato, cosciente degli interessi della propria classe, è indifferente sia ai privilegi statali dei capitalisti grandi-russi sia alle promesse dei capitalisti polacchi o ucraini di instaurare il paradiso in terra, quando avranno conquistato i privilegi statali. Lo sviluppo del capitalismo prosegue comunque e proseguirà tanto in uno Stato plurinazionale quanto in singoli Stati nazionali. L’operaio salariato rimarrà in tutti i casi un oggetto di sfruttamento e per lottare con successo contro questo sfruttamento il proletariato deve essere esente dal nazionalismo, deve essere, per così dire, assolutamente neutrale nella lotta della borghesia delle diverse nazioni per la supremazia. Il minimo appoggio del proletariato di una qualsiasi nazione ai privilegi della «propria» borghesia nazionale susciterà inevitabilmente la sfiducia del proletariato delle altre nazioni, indebolirà la solidarietà internazionale di classe, dividerà gli operai con grande gioia della borghesia. Negare il diritto all’autodecisione o alla separazione significa inevitabilmente sostenere in pratica i privilegi della nazione dominante”[84].
Lenin, più avanti, nello stesso scritto, rincara la dose:
“Dal punto di vista dei socialisti è assolutamente sbagliato ignorare i compiti della liberazione nazionale in una situazione d’oppressione nazionale”[85].
Ma di quale indifferenza parla allora Mantovani? Lenin certamente la combatte. Mantovani, che non può non rendersi conto di aver stravolto a proprio uso e consumo le posizioni di Lenin, cerca di rimediare, e afferma che
“Non è indifferente al proletariato, tuttavia, la divisione fra i suoi diversi distaccamenti nazionali favorita dal permanere dell’oppressione nazionale”.
Qui la cosa diventa incomprensibile. Se si ammette il permanere dell’oppressione nazionale e che essa è un elemento di divisione del proletariato internazionale, che fine fa la tanto decantata e presunta indifferenza proletaria verso le questioni nazionali? Se l’oppressione nazionale favorisce la divisione fra gli operai, come determinarne l’unione se non combattendola? Certo non nell’illusione di eliminare tutte le oppressioni nazionali, dato che questo obiettivo è raggiungibile solo con il socialismo, ma appoggiando, alle condizioni cui abbiamo accennato prima, le resistenze che si manifestano a queste oppressioni.
Mantovani cerca di uscire dal vicolo cieco in cui si è cacciato nel tentativo di far collimare le posizione bordighiste di negazione assoluta e generale della lotta per l’autodecisione nazionale con quelle di Lenin, e lo fa recuperando della tattica proletaria che Lenin aveva definito nel caso eccezionale, diventato per Mantovani generale, della Polonia solo il primo lato, quello cioè riguardante l’atteggiamento che gli operai della nazione dominante dovrebbero prendere, sostenendo la piena e incondizionata autodeterminazione della nazione oppressa. Questo, per Mantovani, dovrebbero fare gli operai russi per l’Ucraina e gli operai ucraini per il Donbass. Si chiede poi cosa dovrebbero fare gli operai ucraini contro l’invasione russa. Possiamo già immaginare quale sarà la sua risposta, ma preferiamo seguirlo nel ragionamento che fa per giustificare la sua posizione.
SULLA NATURA DELLA GUERRA IN CORSO, CHE È IL PROBLEMA ESSENZIALE
Il primo punto che affronta riguarda la natura della guerra. Partiamo ancora una volta dalla esatta posizione di Lenin. Per Lenin si deve partire dal riconoscimento della
“necessità dell’esame storico (dal punto di vista del materialismo dialettico di Marx) di ogni singola guerra. Nella storia sono più volte avvenute delle guerre che, nonostante tutti gli orrori, le brutalità, le miserie e i tormenti inevitabilmente connessi con ogni guerra, sono state progressive; che, cioè, sono state utili all’evoluzione dell’umanità, contribuendo a distruggere istituzioni particolarmente nocive e reazionarie (per esempio l’autocrazia o la servitù della gleba), i più barbari dispotismi dell’Europa (quello turco e quello russo). Perciò bisogna prendere in esame le particolarità storiche proprie di questa guerra [quella del 1914-15 – nota nostra]”[86].
“…per essere marxisti bisogna valutare ogni singola guerra in concreto”[87].
Lenin critica, a tal proposito, nel seguente modo,la posizione dei socialisti francesi, che nel 1915 avevano dichiarato che «Un paese aggredito ha diritto a difendersi»:
“Come se la sostanza fosse di sapere chi abbia attaccato per primo e non di determinare le cause della guerra, i fini che essa si propone e le classi che la conducono”[88].
Applicando questo metodo, Lenin distingue fra guerre nazionali e guerre imperialiste. Le prime sono “guerre per abbattere l’oppressione nazionale”[89], “delle nazioni oppresse contro i loro oppressori”[90] per la “liberazione dal giogo nazionale straniero”[91], in cui “una parte rovescia il giogo straniero e l’altra lo difende”[92].
“La guerra contro le potenze imperialistiche, ossia contro i paesi oppressori, da parte dei paesi oppressi (per esempio, i popoli coloniali) è una guerra effettivamente nazionale. Una simile guerra è possibile anche oggi. La «difesa della patria» da parte della nazione oppressa contro la nazione che l’opprime non è un inganno, e i socialisti non sono affatto contrari alla «difesa della patria» in questa guerra”[93].
Di tutt’altra natura è per Lenin una guerra imperialista, essa è:
“una guerra diretta esclusivamente alla conquista delle colonie, al saccheggio dei paesi concorrenti e all’indebolimento del movimento proletario, ottenuto scagliando i proletari di un paese contro quelli di un altro”[94].
“Da parte di entrambi i gruppi di nazioni belligeranti, questa guerra è una guerra di schiavisti per il mantenimento e il rafforzamento della schiavitù: per una nuova spartizione delle colonie, per il «diritto» di opprimere altre nazioni, per i privilegi e i monopoli del capitale delle grandi potenze, per la perpetuazione della schiavitù del salario mediante la divisione degli operai dei diversi paesi e la loro repressione reazionaria”[95].
“Nell’opuscolo si è dimostrato che la guerra del 1914-1918 fu imperialista (cioè di usurpazione, di rapina, di brigantaggio) da ambo le parti, che si trattò di una guerra per la spartizione del mondo, per una suddivisione e nuova ripartizione delle colonie, delle «sfere di influenza» del capitale finanziario e via dicendo”[96].
“Ma come definire il contenuto politico di una guerra? La guerra è soltanto la continuazione della politica. Ora, quale politica viene continuata dalla guerra in corso? La politica del proletariato, che tra il 1871 e il 1914 è stato l’unico rappresentante del socialismo e della democrazia in Francia, Inghilterra e in Germania, o, piuttosto, la politica imperialistica, la politica della rapina coloniale e dell’oppressione dei popoli deboli da parte della borghesia reazionaria, che volge al tramonto e sta per soccombere? Basta porre il problema in modo preciso e corretto per avere una risposta assolutamente chiara: la guerra in corso è una guerra imperialistica; è una guerra fra schiavisti, che si contendono il bestiame da lavoro e vogliono consolidare e perpetuare la schiavitù. E’ la guerra di «brigantaggio capitalistico»”[97].
Da questa distinzione per Lenin deriva una conseguenza pratica importante:
“Dal riconoscimento che una guerra è legata agli interessi di liberazione nazionale deriva una tattica dei socialisti. Dal riconoscimento che una guerra è imperialistica, di conquista, di rapina, deriva un’altra tattica”[98]. “Il considerare che una guerra è una guerra di liberazione nazionale porta con sé una tattica; il considerare che essa è imperialistica ne implica un’altra”[99].
“… pur giustificando la guerra per abbattere l’oppressione nazionale, non giustifichiamo l’attuale guerra imperialistica, combattuta da entrambe le parti solo per rinsaldare l’oppressione nazionale”[100].
“La difesa della patria è una menzogna in una guerra imperialistica, ma non lo è affatto in una guerra democratica e rivoluzionaria”[101].
“… noi non siamo contrari «in generale» alla «difesa della patria» … ma ci opponiamo all’idealizzazione della guerra imperialistica attuale con questa parola d’ordine mistificatrice”[102].
“Negare la «difesa della patria», cioè la partecipazione a una guerra democratica, è un’assurdità che non ha niente da spartire con il marxismo. Abbellire la guerra imperialistica, applicandole la nozione di «difesa della patria», spacciandola cioè per una guerra democratica, significa ingannare gli operai e passare dalla parte della borghesia reazionaria”[103].
“Credo sia teoricamente errato e nocivo non distinguere i tipi di guerra. Noi non possiamo essere contrari alle guerre di liberazione nazionale. Voi citate un esempio: quello della Serbia. Ma se i Serbi fossero soli contro l’Austria, non saremmo forse per i Serbi? Il nodo della questione adesso sta nella lotta tra le grandi potenze per la spartizione delle colonie e la sottomissione delle piccole potenze. Una guerra dell’India, della Persia, della Cina, ecc., contro l’Inghilterra o la Russia? Forse che non saremmo per l’India contro l’Inghilterra, ecc?”[104].
“Una classe rivoluzionaria non può, durante una guerra reazionaria, non augurarsi la sconfitta del proprio governo”[105].
“La classe rivoluzionaria, nella guerra reazionaria, non può non desiderare la disfatta del proprio governo, non può non vedere il legame esistente fra gli insuccessi militari del governo e la maggior facilità di abbatterlo. Soltanto il borghese, il quale crede e desidera che la guerra iniziatasi tra i governi termini assolutamente come una guerra tra governi, trova «ridicola» o «assurda» l’idea che i socialisti di tutti i paesi belligeranti manifestino e augurino la sconfitta a tutti i «propri» governi. Al contrario, proprio una simile azione corrisponderebbe ai segreti pensieri di ogni operaio cosciente e si accorderebbe con la linea della nostra attività diretta a trasformare la guerra imperialista in guerra civile”[106].
LE GUERRE NAZIONALI NELL’IMPERIALISMO
Abbiamo riportato tutte queste citazioni (fra le tante disponibili) perché volevamo fosse evidente che la posizione di Lenin è così chiara da non poter in nessun caso essere equivocata. I bordighisti in generale se la cavano negando che nell’imperialismo siano possibili guerre nazionali. Lo fanno con varie differenze fra loro, ma questa è la sostanza della loro posizione, incappando però nelle critiche che Lenin ha fatto a chi, prima di loro (Luxemburg, Radek, Bucharin) aveva già sostenuto simili posizioni. Mantovani, invece, ammette che siano ancora possibili guerre nazionali e questo rende molto difficile per lui presentare come coerente agli insegnamenti di Lenin la sua posizione sull’attuale guerra in Ucraina. Vediamo come se la cava, come cioè svolge la sua opera di mistificazione.
Esordisce subito dicendo che vuole “evitare il più possibile lunghe citazioni”. E’ evidente che in questo modo tenta di non dover fare i conti con le numerose nette formulazioni di Lenin, simili a quelle che abbiamo riportato sopra, per lasciarsi le mani libere ad “interpretare” il suo pensiero come più gli conviene.
OPPRESSIONE IMPERIALISTA E RIVOLUZIONE PROLETARIA
Ed infatti afferma che la questione nazionale nelle aree economiche sviluppate, in particolare in Europa, ha le proprie sorti legate alla rivoluzione proletaria[107]. Per trovare validata in Lenin tale posizione cita una nota a piè di pagina di Lenin all’articolo Intorno a una caricatura del marxismo, nota che riportiamo qui nella sua interezza e non parzialmente come fa invece Mantovani:
“Se uno dei possibili esiti della guerra attuale rende pienamente «realizzabile» la costituzione in Europa di nuovi Stati, in Polonia, in Finlandia, ecc., senza che le condizioni di sviluppo dell’imperialismo e la sua potenza ne abbiano a risentire, – ché anzi l’influenza, i legami e la pressione del capitale finanziario risulteranno consolidati, – l’esito opposto rende altrettanto «realizzabile» la costituzione di un nuovo Stato ungherese, ceco, ecc. Gli imperialisti pensano sin da ora a questa seconda soluzione, qualora riportino la vittoria. L’epoca dell’imperialismo non distrugge né l’aspirazione delle nazioni all’indipendenza politica né la «realizzabilità» di tale aspirazione nel quadro dei rapporti imperialistici mondiali. Senonché, fuori di questo quadro, la repubblica in Russia o in genere una qualsiasi trasformazione democratica sostanziale è «irrealizzabile» senza una serie di rivoluzioni e non può essere mantenuta senza il socialismo. P. Kievski non ha capito proprio niente dei rapporti tra l’imperialismo e la democrazia”[108].
Ma è evidente che qui Lenin, come si può dedurre anche dal passo dell’articolo cui Lenin ha aggiunto la nota, si riferisce alla possibilità che, in seguito alla guerra attuale, siano formati degli Stati indipendenti “per ragioni di carattere puramente militare e strategico”[109] e contrappone a questa modalità quella che avviene al di fuori del quadro dei rapporti imperialistici e che quindi necessita di rivoluzioni. E’ vero che Lenin aggiunge che i risultati di queste rivoluzioni non sono assicurati se non con il socialismo, ma non dice affatto che queste rivoluzioni debbano avere un carattere socialista. Anzi, a conferma di ciò, nel prosieguo dell’articolo Lenin dice:
“La rivoluzione sociale può compiersi soltanto come un’epoca che associa la guerra civile del proletariato contro la borghesia nei paesi più progrediti a tutta una serie di movimenti democratici e rivoluzionari, compresi i movimenti di liberazione nazionale, nei paesi non evoluti, arretrati e nelle nazioni oppresse. Perché? Perché il capitalismo si sviluppa in modo ineguale, e la realtà oggettiva ci mostra, accanto alle nazioni capitalistiche molto evolute, tutta una serie di nazioni economicamente molto deboli e non sviluppate”[110].
In verità, il ragionamento di Lenin è quindi esattamente l’opposto di come ce lo presenta Mantovani. Partendo dalla considerazione che:
“Il rafforzamento dell’oppressione nazionale durante l’imperialismo non determina per la socialdemocrazia la rinunzia alla lotta «utopistica» (come viene definita dalla borghesia) per la libertà di separazione delle nazioni, ma determina, al contrario, una più ampia utilizzazione dei conflitti che sorgono anche su questo terreno, come motivi per l’azione di massa, per le azioni rivoluzionarie contro la borghesia”[111].
Lenin afferma che bisogna:
“… utilizzare ai fini della rivoluzione socialista tutti i movimenti nazionali contro l’imperialismo”[112], perché “il proletariato … non può liberare se stesso senza liberare le piccole nazioni, senza educare le masse nello spirito antisciovinista, cioè anti-annessionista, cioè nello spirito dell’«autodecisione»”[113].
Dunque, per Lenin ciò che è importante nella situazione di crisi dell’imperialismo, manifestatasi con la guerra, è l’utilizzo dei movimenti nazionali e non viceversa il fatto che questi movimenti in tanto avrebbero un valore in quanto diretti dal proletariato. Questa condizione è certamente auspicabile, ma non è la condizione necessaria per il loro verificarsi e per la loro utilità per la lotta proletaria.
L’INSURREZIONE IRLANDESE DI PASQUA 1916
Significativo è il giudizio di Lenin sull’importanza dell’insurrezione irlandese di Pasqua 1916, citata anche da Mantovani, per sostenere che le guerre nazionali “possono darsi solo in circostanze del tutto particolari”, deduzione sua non riscontrabile in Lenin, e per poi far capire fra le righe che questa condizione particolare sarebbe il Connolly “marxista” e, soprattutto, il suo essere stata una rivolta “disfattista”. A parte il fatto che ci risulta incomprensibile come una rivolta per l’indipendenza nazionale possa non essere disfattista nel momento il cui lo stato oppressore è impegnato in una guerra con altre potenze, torniamo a Lenin, che qui critica Radek, che aveva bollato come putsch l’insurrezione, definendo questo giudizio “mostruoso per dottrinarismo e pedanteria”[114]:
“Si può parlare di «putsch» nel senso scientifico della parola quando il tentativo di insurrezione riveli esclusivamente l’esistenza di un gruppo di cospiratori o di sciocchi maniaci e non abbia suscitato nessuna simpatia fra le masse. Il movimento nazionale irlandese – che dura da secoli, che è passato per diverse tappe e combinazioni di interessi di classe – ha trovato un’espressione, fra l’altro, nel Congresso nazionale irlandese di massa che ha avuto luogo in America … e che si è dichiarato per l’indipendenza irlandese, ha trovato un’espressione nella lotta di strada di una parte della piccola borghesia e di una parte degli operai, dopo una lunga agitazione di massa, dimostrazioni, proibizioni di giornali, ecc. Chi chiama putsch una simile insurrezione o è uno dei peggiori reazionari oppure è un dottrinario irrimediabilmente incapace d’immaginare la rivoluzione sociale come un fenomeno reale”[115].
“La lotta delle nazioni oppresse in Europa, capace di giungere sino all’insurrezione e alla lotta di strada, sino a spezzare la ferrea disciplina dell’esercito e dello stato di assedio, «inasprisce la crisi rivoluzionaria in Europa» con forza immensamente maggiore di un’insurrezione molto più sviluppata in una lontana colonia. Un colpo forte come quello assestato al potere della borghesia imperialista inglese dall’insurrezione in Irlanda ha un’importanza politica cento volte maggiore di un’insurrezione in Asia o in Africa. … La dialettica della storia è tale che la funzione delle piccole nazioni, impotenti come fattori indipendenti nella lotta contro l’imperialismo, è quella di fermenti, di bacilli che, insieme con altri fermenti e bacilli, contribuiscono a far entrare in scena la vera forza che può combattere contro l’imperialismo, e precisamente il proletariato socialista. Gli stati maggiori si adoperano assolutamente a sfruttare nella guerra attuale ogni movimento nazionale e rivoluzionario nel campo dei loro avversari: i tedeschi, l’insurrezione irlandese; i francesi il movimento ceco, ecc. E, dal loro punto di vista, hanno perfettamente ragione. Non si può seriamente condurre una guerra seria senza sfruttare le minime debolezze dell’avversario; senza approfittare di ogni possibilità, tanto più che non è assolutamente dato sapere in quale preciso momento e con quale forza «scoppierà», in questo o quel luogo, l’una o l’altra polveriera. Saremmo dei pessimi rivoluzionari se, nella grande guerra di liberazione del proletariato per il socialismo, non sapessimo approfittare di ogni movimento popolare contro le singole calamità, generate dall’imperialismo, allo scopo di inasprire e di estendere la crisi. Se da una parte cominciassimo a proclamare e ripetere in mille modi che siamo «contro» ogni oppressione nazionale e, dall’altra parte, a chiamare «putsch» l’insurrezione eroica della parte più viva e intelligente di alcune classi della nazione oppressa contro gli oppressori, cadremmo allo stesso livello di ottusità dei kautskiani”[116].
DOVE VOLEVA ANDARE A PARARE MANTOVANI
Dopo tutto questo girare intorno, ecco dove voleva andare a parare Mantovani:
“La premessa di una guerra “nazionale” nel senso marxista, di una guerra “giusta” che giustifichi la partecipazione del proletariato, è sempre, dunque, il suo contenuto oggettivamente rivoluzionario, il suo contenuto di classe all’interno del paese che lotta contro l’oppressione nazionale. … Tenuto conto delle condizioni attuali di elevato sviluppo capitalistico dell’Europa, non v’è dubbio che il contenuto di classe fondamentale di ogni rivolgimento rivoluzionario non può essere che antiborghese e proletario. Qualsiasi guerra nazionale senza questa premessa fondamentale, senza il proletariato al potere o quantomeno una situazione di dualismo di potere, non è la nostra”.
In pratica, Mantovani torna al punto di partenza bordighista. L’unica guerra nazionale possibile è quella legata a una rivoluzione proletaria o, al massimo, quella in cui il proletariato sta lottando per il potere. Tutto il resto di guerre nazionali possibili non possono essere per Mantovani che guerre imperialiste, non lo dice esplicitamente, ma non a caso conclude il ragionamento sulle guerre nazionali in questo modo:
“E’ il contenuto di classe a decidere se, oggi, in Europa una guerra è o meno imperialistica, non certo il fatto che vi siano schierati molti o pochi paesi capitalisti. E dicendo guerra imperialistica non intendiamo banalmente una guerra di rapina, di conquista. Questa sarebbe una concezione volgare, non scientifica. Intendiamo una guerra che rappresenti da una parte e dall’altra, gli interessi del capitale finanziario e, indipendentemente da quanti paesi vi partecipino, dei grandi gruppi monopolistici del capitale mondiale”.
Quindi, per lui, una guerra non è imperialistica solo se ha un contenuto di classe proletario e la definizione data da Lenin della guerra imperialistica viene bollata come volgare e non scientifica (ovviamente Mantovani si guarda bene dall’attribuire tale definizione a Lenin) e sostituita con un’altra molto labile, che può tranquillamente includere anche guerre nazionali in cui il proletariato, almeno all’inizio, abbia una funzione subalterna. Infatti, è evidente che, anche prima della fase imperialistica (vedi ad es. la rivoluzione americana, che vide Spagna e, soprattutto Francia, appoggiare gli indipendentisti contro l’Inghilterra), in ogni guerra, oltre al contrasto fra la nazione dominante e quella oppressa, entrano in ballo gli interessi delle potenze concorrenti la potenza impegnata direttamente nel conflitto.
Siamo di fronte alla solita minestra ribollita del bordighismo, condita in salsa “leninista”.
Ma dopo aver affrontato il primo punto, cioè quella della natura e delle caratteristiche, secondo lui, di una guerra nazionale, Mantovani passa a valutare se e in che misura esista un movimento nazionale ucraino.
Il punto di partenza del suo discorso è l’indicazione che Lenin dette per distinguere una guerra nazionale da una imperialistica, ossia il fatto che essa sia legata ad “una lunga successione di movimenti nazionali di massa”[117] e che la politica che l’ha preceduta abbia “espresso … il movimento delle masse contro l’oppressione straniera”[118]. In verità Lenin dà anche un’altra indicazione per comprendere se una guerra è imperialistica o nazionale[119] e si tratta del diverso atteggiamento che i democratici e i socialisti hanno nella fase di preparazione alla guerra. E’ teoricamente poco significativo questo ultimo passo (Lenin stesso lo definisce “puramente pratico”) ma ci fa capire, all’opposto, l’importanza del “criterio scientifico”, che è alla base della valutazione del contenuto sociale di una guerra. Una guerra nazionale di liberazione è quella in cui una nazione ha l’obiettivo di spezzare il dominio esercitato da un’altra nazione su di essa. Se non c’è questa posta in ballo, nessuna guerra nazionale è possibile.
UN ELENCO STORICO SCADENTE
Mantovani allora, invece di farci un elenco storico scadente (stile wikipedia) dei movimenti nazionali ucraini, sarebbe dovuto partire dalla definizione degli interessi imperialistici russi in Ucraina, dalla loro evoluzione nei decenni precedenti, dalla loro messa in discussione negli anni recenti e sulla base di questi definire i termini del conflitto in atto[120]. Mantovani termina il suo lungo sproloquio storico con queste affermazioni:
“Se ne deve concludere che un movimento nazionale progressista di impianto davvero popolare in Ucraina non è mai esistito, se con ciò si intende – come si deve nel nostro caso – un movimento di lunga durata, che acquisisca una capillare dimensione all’interno di una compagine nazionale. Al massimo si può concedere ve ne siano stati degli elementi, o degli embrioni, che tali sono rimasti, a dispetto dei sentimenti e degli intenti nazionalistici (che non vuol dire nazionali) di alcuni settori della società ucraina. … Ed è così infatti che l’Ucraina di oggi è sorta di nuovo, non in seguito ad un movimento nazionale, ma, ancora una volta, a causa del crollo del dominio russo”. “Non ci troviamo dunque di fronte ad una guerra nazionale. Nessun movimento popolare rivoluzionario ha preceduto di poco o di tanto l’invasione russa, a meno che tali non si vogliano considerare la “rivoluzione arancione” e la “rivoluzione di Maidan”, le quali, anche ammessa la loro natura endogena e non eterodiretta dall’estero, come i russi sostengono, furono in ogni caso movimenti reazionari, i cui contenuti ben si sono visti nell’oppressione sanguinosa del Donbass e nei pogrom contro la popolazione russa, ai quali (e alla Crimea) si vuol negare quella stessa “autodeterminazione” che a gran voce si chiede l’occidente vada a salvare in Ucraina a costo di un conflitto armato globale. E del resto quale movimento davvero rivoluzionario potrebbe attendersi in Ucraina, nelle condizioni capitalistiche di oggi se non un movimento a trazione proletaria?”
QUELLO UCRAINO NON È UN MOVIMENTO NAZIONALE, LO HA STABILITO MANTOVANI
Non è nostra intenzione criticare qui nei dettagli l’erroneità di questi giudizi (perché mai l’esistenza di movimenti nazionalistici di lunga durata dovrebbe presupporre che essi avvengano in forma continuativa? Come fa a dire che le numerose guerre civili avvenute sui campi ucraini non abbiano coinvolto la popolazione? Perché il fatto che un movimento sia solo embrionale, dovrebbe escludere che esso conquisti, in condizioni particolari, in tempi brevi il consenso delle masse? Non accadde forse questo in Irlanda con l’insurrezione di Pasqua che preparò la guerra di liberazione seguente? Perché mai il crollo dell’URSS ha dato vita ad uno Stato indipendente? ecc.). Mi basta qui citare il giudizio del tutto opposto che espresse Lenin ben 108 anni fa, poche pagine dopo aver scritto che “il nostro programma è applicabile solo nei casi in cui i movimenti nazionali esistano”[121]:
“Se, ad esempio, l’Ucraina riuscirà a costituirsi in uno Stato indipendente dipenderà da mille fattori imprevedibili. Ma, senza perderci in vane congetture, noi rimaniamo saldamente ancorati al principio indiscutibile che l’Ucraina ha diritto a uno Stato autonomo. Noi rispettiamo questo diritto, non difendiamo i privilegi dei grandi-russi rispetto agli ucraini ed educhiamo le masse a riconoscere questo diritto, a lottare contro i privilegi statali di qualsiasi nazione”[122].
Passiamo dunque alla parte conclusiva dell’articolo di Mantovani, che parte dal presupposto, ritenuto da lui dimostrato, che la guerra in atto è una guerra imperialista. Anche su questo piano “propositivo” però, dobbiamo dire che Mantovani continua a confondere le carte, dato che invece di lanciare chiaramente la classica parola d’ordine di trasformare la guerra imperialista in guerra civile, ci dà queste proposte:
“Caliamo tutto ciò nella realtà presente: pur in assenza, a tutt’oggi, purtroppo, di sentimenti rivoluzionari nelle masse, v’è un solo modo per tenere alta la bandiera dell’internazionalismo proletario nella difficile situazione odierna: respingere qualsiasi sirena nazionalista, qualsiasi compromissione, anche temporanea, con la propria borghesia nazionale. Lanciare parole d’ordine apparentemente astute, come quella della ”resistenza popolare” contro l’invasore russo, si gioca a rimpiattino con la guerra, si elude la questione fondamentale: non c’è guerra rivoluzionaria, durante un conflitto imperialistico, senza previa presa del potere da parte del proletariato, e a questo non si arriva se non si comprende che il primo nemico della classe operaia non è l’esercito invasore ma la propria borghesia, se si teme la sconfitta del proprio esercito, se non si capisce che è proprio questa sconfitta ad aprire un possibile scenario rivoluzionario. Che la parola d’ordine non è ”trasformazione della guerra in guerra popolare”, bensì la vecchia parola d’ordine bolscevica: ”trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile”. Ciò significa che: in Russia il proletariato deve sostenere incondizionatamente (indipendentemente cioè da chi sia al governo in Ucraina in questo momento) la completa indipendenza ed autodecisione dell’Ucraina (proprio come ai tempi di Lenin), contro il proprio stato e la propria borghesia, contro la guerra, augurarsi la disfatta del proprio esercito, incitare i militari di leva mandati a morire in Ucraina a fraternizzare con i proletari ucraini; in Ucraina il proletariato deve anch’esso combattere contro la propria borghesia, non temere, anzi desiderare la sua sconfitta militare, negarle la solidarietà, fraternizzare ovunque possibile con i proletari russi inquadrati come militari di leva nell’esercito invasore, riconoscere l’autodeterminazione della Crimea, del Donbass, della Transnistria, i diritti dei cittadini di lingua russa e delle altre nazionalità nel proprio territorio; In Donbass, nella Crimea e nella Transnistria il proletariato deve anteporre l’unione con i proletari ucraini alle proprie aspirazioni indipendentistiche. E noi, proletari d’Italia e d’Occidente? Il nostro primo dovere è opporci con ogni forza alla guerra, non con sterili e utopiche richieste di arbitrati e di pace per graziosa concessione delle cancellerie governative, non con patetici appelli costituzionali, ma con la lotta di classe. Il campo di battaglia del proletariato è quello interno. Il secondo dovere è esprimere la nostra solidarietà imparziale verso tutti i proletari di Russia, Ucraina, Crimea, Donbass, Transnistria”
LE PAROLE D’ORDINE SPARATE A VANVERA
Sorvoliamo sulla considerazione più importante e cioè che le parole d’ordine si lanciano tenendo conto della natura dei contrasti in atto, dei movimenti reali delle classi, del grado di evoluzione della coscienza degli operai e dei loro legami organizzativi e, non in ultimo, del ruolo e del peso che si possiede anche potenzialmente, altrimenti o si fa gli opinionisti oppure ci si riduce a fare i preti che tuonano contro i peccati del mondo e predicano il dover essere delle cose, in contrapposizione all’essere reale, sapendo benissimo che le loro prediche impotenti sono orpelli, buoni solo a legittimare l’esistenza del peccato. Limitiamoci a considerare l’evidente illogicità del ragionamento di Mantovani.
Se si è di fronte ad una guerra imperialista, non avendo lo sviluppo capitalistico ucraino la possibilità di esplicitare una propria politica imperialista indipendente, non avendo cioè nessun bottino da difendere, nessuna oppressione nazionale da proteggere (tranne il Donbass), necessariamente, dobbiamo immaginarci lo scontro in atto come una guerra per procura[123] fra i due imperialismi in confronto, il blocco occidentale da un lato e la Russia dall’altro. Se le cose stanno così, perché gli operai russi dovrebbero mettere al centro della loro lotta l’autodecisione dell’Ucraina? E’ come se agli operai austriaci e tedeschi si fosse detto durante la prima guerra mondiale di mettere al centro dell’agitazione la libertà della Serbia, contraddicendo il fatto che nella guerra imperialista le questioni nazionali assumono un peso del tutto secondario. Perché non porre chiaramente la questione nei termini imposti dalla presunta natura imperialista del conflitto: denunciare la natura di guerra di rapina da ambo le parti dello scontro in atto, spingere per la sconfitta del proprio governo per rendere possibile la guerra civile? Ma, al tempo stesso, perché chiedere solo agli operai ucraini un comportamento diverso, di non lottare per l’autodeterminazione, contro l’invasione, e al tempo stesso non dire loro che l’obiettivo è la guerra civile per l’instaurazione della dittatura operaia? Perché non dare agli operai russi ed ucraini la prospettiva della rivoluzione socialista, l’unica cosa che dà un senso alla politica disfattista? E’ come se ci si affidasse alla sconfitta per poi pensare alla rivoluzione. Uno strano modo di procedere, di chi ha paura anche nello sparare a vanvera, come fa, parole d’ordine. Entrambi i fronti non possono perdere simultaneamente. Se l’Ucraina perde, si ritrova o smembrata o con i carri armati russi per le strade e la possibilità di fare la rivoluzione (ammesso che ci sia oggi, con gli operai così divisi) diventa ancora più complicata, soprattutto se gli operai, in maniera indipendente, con un loro partito, non hanno lavorato per l’insurrezione, prima della sconfitta. Discorso simile vale per la Russia. Sicuramente una sconfitta avrebbe nel paese rinculi politici e sociali profondi, ma come potrebbero avere un ruolo in questo gli operai, senza aver da adesso posto la questione della loro liberazione, essendosi limitati, come propone Mantovani, a lottare per l’indipendenza dell’Ucraina?
Se invece, come per certi versi sembra pensare Mantovani, la questione principale del conflitto è l’indipendenza dell’Ucraina, finendo così con l’ammettere in maniera subdola che ci si trova davanti ad una guerra nazionale, che cioè ha al centro la lotta contro l’oppressione nazionale russa sull’Ucraina, perché dovremmo volere un comportamento così irrazionalmente diverso fra gli operai della nazione dominante e quello della nazione oppressa? Perché mai i primi dovrebbero lottare per l’indipendenza nazionale e i secondi contro questa stessa indipendenza?
DALLE CONTORSIONI MENTALI ALLA COMPLETA INCOMPRENSIONE DELL’INTERNAZIONALISMO OPERAIO
Da queste contorsioni mentali appare evidente la totale incomprensione che Mantovani ha del discorso sull’unità internazionale degli operai. Essa non si raggiunge predicando astrattamente la necessità di un’unione organizzativa, ma, dato che le organizzazioni sono solo le forme, gli strumenti con cui le classi perseguono obiettivi comuni, definendo i contenuti comuni su cui organizzarsi. Senza questi contenuti comuni, nessuna forma unitaria di organizzazione è pensabile[124]. Prendiamo, per capirci, il discorso di Lenin sulle diverse posizioni politiche degli operai a seconda che siano operai di una nazione dominante o di una nazione oppressa. Riprendiamo cioè il discorso che avevamo affrontato prima e precisiamolo nella critica alle assurde proposte di Mantovani.
La differenza di politica (gli operai dei paesi dominanti che mettono al centro la libertà di separazione della nazione oppressa e quelli della nazione oppressa che mettono al centro, contro il nazionalismo della loro borghesia, l’unione con gli operai della nazione dominante) è funzionale all’esigenza comune ad entrambi i tronconi operai di mantenere la propria indipendenza politica dalla propria borghesia e di costruire al tempo stesso fra loro la più stretta unione internazionale possibile, sul piano politico e organizzativo[125]. Per gli operai dei paesi dominanti essi ottengono ciò sostenendo la separazione della nazione oppressa. Per gli operai della nazione oppressa, essi ottengono ciò appoggiando la lotta di separazione, ma, contro il nazionalismo della borghesia, in unione anche organizzativa con gli operai della nazione dominante, nella prospettiva di una libera unione, che è possibile solo dopo aver eliminato l’oppressione. In entrambi i casi l’obiettivo della lotta, la liberazione della nazione oppressa, è comune. Su questo, Lenin è categorico.
“… l’azione è duplice, «dualistica» ….. Perché l’azione consiste: a) nell’«azione» del proletariato e dei contadini nazionalmente oppressi insieme con la borghesia nazionalmente oppressa contro il paese oppressore; b) nell’«azione» del proletariato – o della parte cosciente del proletariato – della nazione dominante contro la borghesia della nazione dominante e contro tutti gli elementi che la seguono[126].
E, in polemica con l’economismo imperialistico, che blaterava su una presunta necessità di “monismo” nell’azione politica, Lenin scriveva:
“Se io «metterò assieme» una spazzola per le scarpe e un mammifero, avrò forse il «monismo»? Se dirò che per raggiungere l’obiettivo a bisogna
(c) a (b)
andare dal punto (b) a sinistra, ma dal punto (c) a destra, sarà questa una forma di «dualismo»? E’ forse identica la posizione del proletariato delle nazioni che opprimono e delle nazioni oppresse riguardo all’oppressione nazionale? No, è ben diversa in tutti i sensi: economico, politico, ideale, spirituale, ecc. E allora? Allora per raggiungere uno stesso obiettivo (la fusione delle nazioni) da punti di partenza diversi, gli uni seguiranno una strada, gli altri un’altra. Negare questo criterio significa praticare quel «monismo» che mette assieme la spazzola per le scarpe e il mammifero”[127].
Lenin ribadisce chiaramente questo concetto:
“Il cammino verso un fine unico – verso la eguaglianza completa, l’avvicinamento più stretto e l’ulteriore fusione di tutte le nazioni – procede qui, evidentemente, per differenti vie concrete, allo stesso modo, per esempio, che il tragitto per arrivare a un punto situato al centro di una pagina va verso sinistra se si parte da uno dei margini e verso destra se si parte dal margine opposto”[128].
Cosa fa, invece Mantovani? Tiene distinti i percorsi politici dei due spezzoni dell’esercito proletario, ma ne cancella il punto centrale di arrivo, parafrasando gli ultimi esempi di Lenin. In questo modo ogni unità internazionale operaia va a farsi friggere. Siamo di fronte ad una forma patologica dello sciovinismo degli abitanti delle nazioni dominanti, che prima, fra i “marxisti”, si presentava nel negare il diritto all’autodecisione, con la scusa che era un cadere nel nazionalismo borghese. Ora si presenta, ipocritamente, nell’affidare al solo proletariato delle nazioni dominanti il compito di lottare per l’indipendenza della nazione oppressa, mentre al proletariato che patisce direttamente l’oppressione viene negato il diritto di lottare contro di essa.
- Si veda ad esempio la recensione di Mantovani al libro di Pietro Basso su Bordiga, in cui leggiamo, fra l’altro: “Nel suo famoso pamphlet sull’ Estremismo…, Lenin fa risalire l’infantilismo di sinistra ad una residua influenza “anarchica” sul giovane movimento comunista Internazionale. Da questo punto di vista la Sinistra comunista italiana, rappresenta, al pari delle “sinistre occidentali” quali la tedesca e l’olandese – dalle quali pur si distingue per molti importanti aspetti – un’imperfetta decantazione del movimento proletario dal libertarismo ed un’incompleta assimilazione, da parte delle sue avanguardie, del metodo marxista” ↑
- A proposito del Rostrum, vale la pena sottolineare come, di fronte alle precise e dettagliate critiche che gli abbiamo fatto, dimostrando che è solo uno squallido contrabbandiere di citazioni, questi abbia preferito, almeno fino ad ora, mantenere il silenzio più assoluto. Non che in verità ci interessi interloquire, sia pure indirettamente, con un simile personaggio, anzi. Facciamo però notare questa cosa perché essa stride totalmente con le boriose minacce che ci aveva rivolto di essere pronto a seppellirci non appena avremmo provato ad argomentare teoricamente le ragioni della nostra posizione sulla guerra in Ucraina. Dove mai saranno finite le vanghe già pronte di cui si dichiarava in possesso? Anche in questa occasione il Rostrum ha dato prova di appartenere al tipo classico piccolo borghese, la cui “natura mesquine [meschina]” viene descritta così nettamente da Engels in Rivoluzione e controrivoluzione in Germania. Una piccola borghesia “grande nel vantarsi” ma “assolutamente incapace d’azione, ed estremamente paurosa”, facile “alle parole grosse” e alle “pompose esaltazioni di ciò che essa stava per fare”, ma subito terrorizzata dalla situazione in cui si è cacciata (cfr., Engels, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania, in OO. CC.,vol. XI, Editori Riuniti, Roma, 1982, p. 94). Va aggiunto nel suo caso, che a questa tipizzazione va incluso il sottotipo del borioso codardo privo di qualsiasi onestà intellettuale ↑
- Alessandro Mantovani, Autodeterminazione dell’Ucraina?. Da notare che mentre nella versione dell’articolo pubblicato su Sinistrainrete la frase finale del passo in questione è quella, crediamo corretta, come da noi riportata sopra, nel medesimo articolo pubblicato sul sito di Rotta Comunista la frase finale cambia in un contraddittorio e velleitario: “gli ucraini andrebbero invece invitati ad imbracciare le armi contro il proprio esercito invece di rivolgerle solo contro l’esercito invasore” – AVVERTENZA: dato che tutte le prossime citazioni di Mantovani sono tratte da questo articolo, noi non lo indicheremo più ↑
- Lenin, Intorno a una caricatura del marxismo e all’«economismo imperialistico», in OO. CC., vol. 23, Editori Riuniti, Roma, 1965, p. 54 ↑
- Lenin, La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodecisione (Tesi), in OO. CC., vol. 22, Editori Riuniti, Roma, 1966, p. 153 ↑
- Lenin, Risposta a P. Kievski (Iu. Piatakov), in OO. CC., vol. 23, cit., p. 21 ↑
- Lenin, Intorno a una caricatura del marxismo e all’«economismo imperialistico», cit., pp. 71-72 ↑
- Lenin, La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodecisione (Tesi), cit., p. 148 ↑
- Lenin, La questione nazionale nel nostro programma, in OO. CC., vol. 6, Editori Riuniti, Roma, 1959, p. 427 ↑
- Lenin, Osservazioni critiche sulla questione nazionale, in OO. CC., vol. 20, Editori Riuniti, Roma, 1966, p. 20 ↑
- Marx, Su P.-J. Proudhon [lettera a J. B. von Schweitzer], in OO. CC., vol. XX, Editori Riuniti, Roma, 1987, p. 33 ↑
- Cfr. Proudhon, Si les traités de 1815 ont cessé d’exister? : actes du futur congrès, E. Dentu Libraire Editeur, Paris, 1864 (Troisième Édition) ↑
- Cfr., Engels, Po e Reno, in OO. CC., vol. XVI, Editori Riuniti, Roma, 1983, pp. 219-263 (in particolare a p. 258 leggiamo: “Il medesimo diritto che ha la Germania sul Po, lo ha la Francia sul Reno. Se la Francia non si deve incorporare, per amore di una buona posizione militare, nove milioni di valloni, di olandesi e di tedeschi, così anche noi non abbiamo nessun diritto di tener sottomessi sei milioni di italiani per amore di una posizione militare”). Cfr. anche Engels, Savoia e Nizza, in OO. CC., vol. XVI, cit., pp. 560-569, e Engels, Savoia, Nizza e Reno, ivi, pp. 571-611, in cui, fra l’altro, è possibile verificare l’estrema attenzione che Engels pone sulla questione del rispetto delle nazionalità ↑
- Engels, L’insurrezione di Praga, in OO. CC., vol. VII, Editori Riuniti, Roma, 1974, p. 87 ↑
- Engels, Politica estera tedesca, ivi, p. 167 ↑
- Engels, La politica estera tedesca e gli ultimi avvenimenti di Praga, ivi, pp. 218-219 ↑
- Anzi, se proprio vogliamo essere pignoli, è proprio la Prussia, ad essere definita da Marx quale “Stato extratedesco” (Marx, Polonia, Prussia e Russia, in Manoscritti sulla questione polacca (1863-1864), La Nuova Italia, Firenze, 1981, p. 8), in virtù della sua origine storica di feudo polacco. ↑
- Engels, Prefazione a Karl Marx davanti ai giurati di Colonia, in Scritti maggio 1883-dicembre 1889, Edizioni Lotta Comunista, Milano, 2014, p. 200 ↑
- “Nel frattempo, i governi effettivi, quelli che detengono il potere, sono l’Austria e la Prussia. Essi governano la Germania col dispotismo militare e fanno e disfano le leggi a loro piacimento. Fra i loro domini e dipendenze, si trovano, come terreno pseudo neutrale, i quattro regni [Hannover, Sassonia, Baviera e Württemberg – nota nostra] e sarà su questo terreno, in particolare in Sassonia, che le pretese delle due grandi potenze si scontreranno”, Engels, Lettere dalla Germania, in OO. CC., vol. X, Editori Riuniti, Roma, 1977, p. 8. “Essendo l’Austria e la Prussia i due Stati guida della Germania, ogni vittoria rivoluzionaria decisiva a Vienna o a Berlino sarebbe stata decisiva per tutta la Germania”, Engels, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania, cit., pp. 42-43 ↑
- Cfr. Marx-Engels, Rivendicazioni del partito comunista in Germania, in OO. CC., vol. VII, cit., p. 3 ↑
- “Vogliamo l’unità della Germania, ma solo la frantumazione delle grandi monarchie tedesche può sprigionare gli elementi per questa unità. Essi saranno forgiati solo nella tempesta della guerra e della rivoluzione. Ma il costituzionalismo sparisce da sé, appena la parola d’ordine degli avvenimenti è: autocrazia o repubblica”, Marx-Engels, Minaccia della Gervinus-Zeitung, ivi, p. 112 ↑
- “Bisogna comunque apprezzare che persino a Berlino si riconosca l’idea, già da tempo largamente diffusa qui sul Reno, che soltanto dal crollo delle cosiddette grandi potenze tedesche può nascere l’unità tedesca. Non abbiamo mai nascosto la nostra opinione al riguardo. … Ma se mai la Germania vuole diventare qualche cosa deve centralizzarsi, deve diventare un impero, non solo a parole, ma di fatto. E per questo è certamente necessario che non esista più «né l’Austria, né la Prussia»”, Engels, La «Zeitungs-Halle» sulla provincia renana, ivi, p. 412. “La guerra che può ora nascere dalle risoluzioni di Francoforte, sarebbe una guerra della Germania contro la Prussia, l’Inghilterra e la Russia. E appunto una tale guerra occorre al sonnecchiante movimento tedesco, una guerra contro le tre grandi potenze della controrivoluzione, una guerra che effettivamente dissolva la Prussia nella Germania, che renda assolutamente indispensabile l’alleanza con la Polonia, che comporti l’immediata liberazione dell’Italia, che sia diretta appunto contro i vecchi alleati controrivoluzionari della Germania nel 1792-1815; una guerra che mettendo «la patria in pericolo», la salvi appunto in quanto faccia dipendere la vittoria della Germania dalla vittoria della democrazia”, Engels, L’armistizio prussiano-danese, ivi, p. 439 ↑
- “Ma i filistei di Gotha ormai da anni non consideravano più l’Austria tedesca come «uno dei nostri». Per loro la guerra era la benvenuta perché indeboliva l’Austria e così poteva rendere finalmente possibile l’inaugurazione dell’impero piccolo-tedesco ovvero grande-prussiano”, Engels, Savoia, Nizza e Reno, cit., pp. 574-575 ↑
- Engels, Marx e la Neue Rheinische Zeitung 1848-1849, in Scritti maggio 1883-dicembre 1889, cit., p. 18 ↑
- “Una volta unita all’impero austriaco, Trieste ricoprì una posizione geografica ben diversa da quella di Venezia. Essa costituiva il naturale sbocco di un esteso e inesauribile retroterra, mentre Venezia non era mai stato altro che un porto isolato e lontano dell’Adriatico che aveva usurpato il dominio del trasporto commerciale mondiale fondando tale usurpazione sull’arretratezza di un mondo inconsapevole delle proprie risorse. La prosperità di Trieste non trova invece limiti se non nello sviluppo delle forze produttive e dei mezzi di comunicazione dell’enorme complesso di territori sotto il dominio austriaco”, Marx, Il commercio marittimo dell’Austria – I, in OO. CC., vol. 15, Edizioni Lotta Comunista, Milano, 2018, p. 181 ↑
- “Come avvenne, dunque, che Trieste e non Venezia divenne la culla della rinascita della navigazione nel Mare Adriatico? Venezia era una città di ricordi; Trieste invece aveva come gli Stati Uniti il vantaggio di non possedere alcun passato. Abitata da una variegata compagnia di mercanti-avventurieri italiani, tedeschi, inglesi, francesi, greci, armeni ed ebrei, non era gravata da tradizioni come la città della laguna”, ivi, p. 180 ↑
- “La trinità dei tagliatori di teste in mantello rosso comincia subito la sua esistenza con conquiste. A parte il fatto che strappa all’Ungheria tutta la Croazia e la Slavonia, chiede l’isola di Mur, cioè l’angolo del comitato di Zala situato tra la Drava e la Mur, e le isole del Quarnaro del distretto istriano-triestino, cioè, oltre a un pezzetto di Ungheria, anche un pezzetto di Germania”, Engels, Il nuovo Stato predone croato-slavone-dalmata, in OO. CC., vol. IX, Editori Riuniti, Roma, 1984, p. 316 ↑
- Engels, Il panslavismo democratico, in OO. CC., vol. VIII, Editori Riuniti, Roma, 1976, pp. 370-371 ↑
- Per quanto riguarda il destino della Boemia, riportiamo cosa ne dice Engels: “Il problema nazionale dette occasione a un’altra lotta in Boemia. Questo paese, abitato da due milioni di tedeschi e da tre milioni di slavi di lingua ceca, aveva grandi tradizioni storiche, quasi tutte legate alla passata supremazia dei cechi. Ma la forza di questa branca della famiglia slava venne spezzata fin dal tempo delle guerre degli ussiti nel secolo decimoquinto. I paesi di lingua ceca vennero divisi: una parte formò il regno di Boemia, un’altra il principato di Moravia, una terza, la regione carpatica montagnosa degli slovacchi, passò a far parte dell’Ungheria. I moravi e gli slovacchi hanno perduto da tempo ogni traccia di coscienza e di vita nazionali, pur conservando in gran parte la loro lingua. La Boemia era circondata, da tre parti su quattro, da paesi completamente tedeschi. L’elemento tedesco aveva fatto grandi progressi sul territorio boemo; persino nella capitale, a Praga, le due nazionalità erano quasi in equilibrio; e dappertutto il capitale, il commercio, l’industria e la cultura erano nelle mani dei tedeschi. Il campione principale della nazionalità ceca, il professore Palacký, non è altro che un tedesco colto impazzito, che anche oggi non è capace di parlare il ceco correttamente e senza accento straniero. Ma come spesso avviene, la nazionalità ceca morente – secondo tutti i fatti storici conosciuti degli ultimi quattro secoli – ha fatto nel 1848 uno sforzo per riconquistare la sua vitalità d’un tempo, e il fallimento di questo sforzo, indipendentemente da ogni considerazione rivoluzionaria, ha dato la prova che la Boemia può soltanto esistere, d’ora in avanti, come parte della Germania, benché una parte dei suoi abitanti possano ancora continuare, per alcuni secoli, a parlare una lingua non tedesca”, Engels, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania, cit., pp. 49-50 ↑
- “La rivoluzione del 1848 ha costretto tutti i popoli europei a dichiararsi pro o contro di essa. Nel giro di un mese tutti i popoli maturi per la rivoluzione avevano fatto la loro rivoluzione, tutti i popoli immaturi si erano alleati contro la rivoluzione. Allora si trattava di sbrogliare la confusione etnica dell’Europa orientale. Era importante vedere quale nazione prendesse qui l’iniziativa rivoluzionaria, quale nazione sviluppasse la massima energia rivoluzionaria, assicurandosi così l’avvenire. Gli slavi sono rimasti muti, i tedeschi e i magiari, fedeli alla loro tradizionale posizione storica, si sono messi alla testa. E con ciò gli slavi sono stati gettati totalmente nelle braccia della controrivoluzione . … Il bombardamento di una città come Praga avrebbe riempito di odio inestinguibile contro gli oppressori qualunque altra nazione. Che cosa hanno fatto i cechi? Hanno baciato la sferza che li aveva colpiti a sangue, con entusiasmo hanno giurato fedeltà alla bandiera sotto la quale erano stati massacrati i loro fratelli, violentate le loro donne. La lotta di strada a Praga è stata la svolta per i panslavisti democratici dell’Austria. Per la prospettiva della loro misera «indipendenza nazionale» hanno venduto la democrazia, la rivoluzione alla monarchia austro-ungarica, al «centro», alla «sistematica applicazione del dispotismo nel cuore dell’Europa», come dice lo stesso Bakunin a p. 29. E di questo tradimento vile e infame della rivoluzione, un giorno compiremo sanguinosa vendetta sugli slavi”, Engels, Il panslavismo democratico, cit., pp. 376-377 ↑
- Engels, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania, cit., p. 77. Nell’originale inglese “Panslavistic dreamers” (MECW, vol. 11), mentre in tedesco abbiamo “panslawistischen Schwärmer” (MEW, B. 8, S. 81) con Schwärmer che ha il doppio significato di sognatori, ma anche di fanatici ↑
- Engels, Il panslavismo democratico, cit. p. 379, nell’originale tedesco “die phantastische, allgemeinslawische Nationalität” (MEW, B. 6, S. 285) ↑
- Engels, Il panslavismo democratico, cit. p. 381, nell’originale tedesco “die phantastisch-slawische Nationalität” (MEW, B. 6, S. 286) ↑
- Engels, La lotta dei magiari, in OO. CC., vol. VIII, cit., pp. 232-233. A proposito della assenza di una lingua comune slava, Engels riporta un aneddoto illuminante, verificatosi durante il congresso generale slavo di Praga del giugno 1848: “Le diverse lingue slave differiscono l’una dall’altra tanto quanto l’inglese, il tedesco e lo svedese, e quando cominciarono i lavori non vi era una lingua slava comune, nella quale gli oratori potessero intendersi a vicenda. Si tentò col francese, ma esso era egualmente inintelligibile alla maggioranza, e i poveri slavi entusiasti, il cui unico sentimento comune era l’odio comune contro i tedeschi, furono alla fine costretti a esprimersi nell’odiata lingua tedesca, perché era la sola compresa da tutti!”, Engels, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania, cit., p. 51. Tre anni dopo, nel 1855, Engels, a dimostrazione dell’importanza che attribuiva all’episodio, torna a rammentarlo: “Inoltre la diversità dei dialetti slavi è così grande che essi, tranne rare eccezioni, non si comprendono a vicenda. Ciò risultò in modo perfino comico durante il congresso slavo a Praga nel 1848 quando, dopo vari e inutili tentativi di trovare una lingua comprensibile a tutti gli intervenuti, dovettero infine parlare la lingua che era a tutti la più odiosa, quella tedesca”, Engels, La Germania e il panslavismo, in OO. CC., vol. XIV, cit., p. 161 (cfr. anche Engels, La debolezza dell’Austria, ivi, p. 682) ↑
- Engels, La Germania e il panslavismo, cit., nell’originale tedesco “eingebildete Nationalitäten” (MEW, B. 11, S. 197) ↑
- Engels, Il panslavismo democratico, cit., p. 369 ↑
- Ivi, p. 372 ↑
- Ivi, p. 373 ↑
- Engels, La Germania e il panslavismo, cit., p. 159 ↑
- Ibidem ↑
- Ivi, p. 160 ↑
- Engels, La lotta dei magiari, cit., pp. 233-234 ↑
- Engels, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania, cit., pp. 76-77 ↑
- “In tutto il mondo, il periodo della vittoria definitiva del capitalismo sul feudalesimo fu connesso con movimenti nazionali. La base economica di questi movimenti sta nel fatto che per la vittoria completa della produzione mercantile è necessaria la conquista del mercato interno da parte della borghesia, l’unificazione politica dei territori la cui popolazione parla la stessa lingua, la soppressione di tutti gli ostacoli che si frappongono allo sviluppo di questa lingua e al suo fissarsi nella letteratura. La lingua è il mezzo più importante di comunicazione tra gli uomini; l’unità della lingua e il suo libero sviluppo costituiscono una delle premesse più importanti per una circolazione delle merci realmente libera e vasta, che corrisponda al capitalismo moderno, per un raggruppamento – libero e vasto – della popolazione in classi diverse, ed è infine la condizione per collegare strettamente il mercato con ogni padrone o piccolo padrone, con ogni venditore e compratore. Ecco perché ogni movimento nazionale tende (aspira) a costituire uno Stato nazionale che meglio corrisponda a queste esigenze del capitalismo moderno. Spingono a ciò i fattori economici più profondi: ecco perché in tutta l’Europa occidentale – o, meglio, in tutto il mondo civile – lo Stato nazionale è lo Stato tipico e normale del periodo capitalistico”, Lenin, Sul diritto di autodecisione delle nazioni, in OO. CC., vol. 20, cit., p. 378 ↑
- Engels, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania, cit., p. 50 ↑
- Engels, La Germania e il panslavismo, cit., pp. 158-159; “… annullare lo sviluppo storico dello scorso millennio”, ivi, p. 161 ↑
- Engels, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania, cit., p. 77 ↑
- “E’ noto che Marx e Engels consideravano come un obbligo assoluto per tutta la democrazia occidentale europea, e ancor più per la socialdemocrazia, l’appoggio attivo alle rivendicazioni d’indipendenza della Polonia. Negli anni quaranta e sessanta del secolo scorso, che furono il periodo della rivoluzione borghese in Austria e Germania e della «riforma contadina» in Russia, questa posizione era completamente giusta ed era l’unica coerentemente democratica e proletaria. Quando le masse popolari della Russia e la maggioranza dei paesi slavi dormivano ancora un sonno profondo, quando in questi paesi non v’era ancora un movimento democratico di massa indipendente, il movimento di liberazione della nobiltà in Polonia aveva un’importanza gigantesca, di prim’ordine, dal punto di vista della democrazia non soltanto panrussa, panslava, ma anche paneuropea”, Lenin, Sul diritto di autodecisione delle nazioni, cit., pp. 412-413. Da notare come qui nella nota a piè di pagina Lenin critichi il “filisteismo nazionalistico” di Dragomanov (cfr., Lenin, Osservazioni critiche sulla questione nazionale, cit., p. 36) “il quale esprimeva il punto di vista del contadino, ancora così selvaggio, addormentato, attaccato al suo mucchio di concime, e che, per il suo legittimo odio verso il signore polacco, non poteva comprendere il significato della lotta di questo signore per la democrazia panrussa”, Lenin, Sul diritto di autodecisione delle nazioni, cit., p. 413 nota ↑
- Ivi, p. 382 ↑
- Engels, Il panslavismo democratico, cit., p. 368 ↑
- “E per quanto in nessun paese le masse popolari prendessero parte alle piccole risse sulla nazionalità suscitate dai capi panslavisti, per la semplice ragione che erano troppo ignoranti, pure non si potrà mai dimenticare che a Praga, in una città mezza tedesca, la folla dei fanatici slavi applaudiva e ripeteva il grido: «Meglio il knut russo che la libertà tedesca!». Dopo i primi loro sforzi sfortunati nel 1848 e dopo la lezione data loro dal governo austriaco, non è probabile che essi facciano in una nuova occasione un nuovo tentativo. Ma se dovessero tentare di nuovo, sotto pretesti simili, di allearsi con le forze controrivoluzionarie, il dovere della Germania è chiaro. Nessun paese in rivoluzione e coinvolto in guerre esterne può tollerare una Vandée nel suo cuore”, Engels, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania, cit., p. 77 ↑
- Questo amaro destino accomuna anche Rosdolsky, non a caso lodato da Mantovani stesso nel suo articolo. Rosdolsky infatti bolla le critiche di Engels all’ipotesi di formazione dello Stato ladrone croato-slavone-dalmata, affermando che esse “… rappresentano semplicemente una concessione, già allora inammissibile, al modo di pensare dei nazionalisti tedeschi”, Rosdolsky, Friedrich Engels e il problema dei popoli «senza storia», Graphos, Genova, p. 81. Rosdolsky, inoltre, esprimendo posizioni del tutto simili a quelle di Mantovani, cita la polemica di Marx ed Engels contro l’“invenzione non molto intelligente” del giornale democratico italiano La Concordia, secondo la quale la “«Neue Rheinische Zeitung» prende a cuore ogni partito, purché esso sia oppresso” (La «Concordia» di Torino, in OO. CC., vol. VII, cit., p. 279) per sostenere, senza che in alcun modo, si badi bene, il contenuto della replica di Marx ed Engels confermi questa sua interpretazione, che i due abbiano assunto “il punto di vista di un disinteresse di fronte alle nazionalità oppresse, ossia dal punto di vista del cosiddetto «nichilismo nazionale»”, Rosdolsky, Friedrich Engels e il problema dei popoli «senza storia», cit., p. 56 ↑
- Lenin, La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodecisione (Tesi), cit., p. 154 nota ↑
- Lenin, Sul diritto di autodecisione delle nazioni, cit., p. 416 ↑
- Per una migliore comprensione del ragionamento che svolgeremo ora, riportiamo le due citazioni di Lenin, come le ha esattamente riportate lo stesso Mantovani, anche con i grassetti aggiunti da lui:Prima citazione corrispondente alla Nota 14 dell’articolo di Mantovani: «il socialismo vittorioso deve necessariamente instaurare la completa democrazia e quindi, non deve attuare soltanto l’assoluta eguaglianza dei diritti delle nazioni, ma anche riconoscere il diritto di autodecisione delle nazioni oppresse, cioè il diritto di libera separazione politica. […] il socialismo non può essere vittorioso senza attuare una piena democrazia […] Come l’umanità non può giungere all’abolizione delle classi se non attraverso un periodo transitorio di dittatura della classe oppressa, così non può giungere all’inevitabile fusione delle nazioni se non attraverso un periodo transitorio di completa liberazione di tutte le nazioni oppresse», Lenin, La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodecisione (Tesi), cit., pp. 147-151.Seconda citazione corrispondente alla Nota 15 dell’articolo di Mantovani: «Tutti gli indizi attestano che l’imperialismo lascerà in eredità al socialismo che lo sostituirà frontiere meno democratiche, parecchie annessioni in Europa e nelle altri parti del mondo. E allora? Il socialismo vittorioso, ristabilendo e applicando fino in fondo, su tutta la linea, la piena democrazia, rinuncerà a determinare democraticamente le frontiere dello Stato? […] In realtà queste frontiere verranno determinate democraticamente, cioè conformemente alla volontà e alle “simpatie” della popolazione. […] In regime capitalista non si può sopprimere l’oppressione nazionale (e politica in generale). Per farlo è necessario abolire le classi, cioè instaurare il socialismo. Ma, pur essendo fondato sull’economia, il socialismo non si riduce affatto a questo solo fattore. Per sopprimere l’oppressione nazionale si devono avere delle fondamenta: la produzione socialista, ma su queste fondamenta occorre anche edificare un’organizzazione democratica dello Stato, un esercito democratico, ecc. […] la delimitazione delle frontiere dello Stato conformemente alle “simpatie” della popolazione, compresa la libertà di separazione. Su questa base, a sua volta, si svilupperà praticamente l’assoluta eliminazione dei sia pur minimi attriti nazionali […] si avrà un rapido riavvicinamento e la fusione delle nazioni, che verrà coronata dall’estinzione dello Stato», Lenin, Risultati della discussione sull’autodecisione, in OO. CC., vol. 22, cit., pp. 322-324 ↑
- Lenin, La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodecisione (Tesi), cit., p. 147 ↑
- Ivi, p. 148 ↑
- Ivi, p. 149 ↑
- Ivi, p. 150 ↑
- Cfr. Lenin, Risultati della discussione sull’autodecisione, cit., pp. 324-326 ↑
- Lenin, Osservazioni critiche sulla questione nazionale, cit., pp. 25-26 [grassetto nostro]. “La borghesia, che interviene naturalmente come egemone (dirigente) all’inizio di ogni movimento nazionale, chiama azione pratica l’appoggio a tutte le aspirazioni nazionali. Ma, nella questione nazionale (come del resto in tutte le altre questioni), la politica del proletariato appoggia la borghesia solo in una direzione determinata, senza mai confondersi con la politica della borghesia. La classe operaia sostiene la borghesia solamente nell’interesse della pace nazionale (che la borghesia non può dare pienamente e che è realizzabile solo con una democrazia integrale), nell’interesse della parità di diritti e per assicurare condizioni migliori della lotta di classe. Ecco perché, nella questione nazionale, al praticismo della borghesia i proletari oppongono una politica di principio e sostengono sempre la borghesia soltanto a certe condizioni. Nella questione nazionale, ogni borghesia cerca o privilegi o vantaggi esclusivi per la propria nazione: è questo il «praticismo». Il proletariato è contro ogni privilegio, contro ogni esclusivismo. Esigere da esso il «praticismo» significa lasciarsi guidare dalla borghesia, significa cadere nell’opportunismo … La borghesia pone sempre in primo piano le sue rivendicazioni nazionali. Le pone incondizionatamente. Il proletariato invece le subordina agli interessi della lotta delle classi. Teoricamente, non si può dire a priori se la rivoluzione democratica borghese sarà portata a termine mediante la separazione di una nazione determinata o la sua parità di diritti con un’altra nazione. In entrambi i casi, al proletariato importa assicurare lo sviluppo della propria classe, mentre la borghesia, cui importa ostacolare tale sviluppo, ne subordina gli obiettivi a quelli della «propria» nazione. Ecco perché il proletariato si limita a porre la rivendicazione, per così dire negativa, del riconoscimento del diritto di autodecisione delle nazioni, senza dare garanzie ad alcuna nazione, senza prendere l’impegno di darle qualcosa a danno di un’altra”, Lenin, Sul diritto di autodecisione delle nazioni, cit., pp. 390-391 ↑
- Ivi, p. 392. “Ogni nazionalismo borghese delle nazioni oppresse ha un contenuto democratico generale diretto contro l’oppressione, e questo contenuto noi lo sosteniamo incondizionatamente, separando da esso con rigore la tendenza all’esclusivismo nazionale, combattendo l’aspirazione del borghese polacco a schiacciare gli ebrei, ecc. ecc.”, ivi, p. 393. “Perciò negare alle nazioni oppresse il diritto di autodecisione, oppure sostenere tutte le rivendicazioni nazionali della borghesia delle nazioni oppresse, equivarrebbe, per i socialdemocratici, a sottrarsi ai compiti della politica proletaria e a subordinare gli operai alla politica borghese”, ivi, p. 404. “ … in realtà, nel riconoscimento del diritto di autodecisione a tutte le nazioni vi è il massimo di democrazia e il minimo di nazionalismo”, ivi, p. 414. “Il nazionalismo borghese e l’internazionalismo proletario sono due parole d’ordine inconciliabilmente avverse, che corrispondono ai due grandi schieramenti di classe di tutto il mondo capitalistico e che esprimono due linee politiche (di più: due concezioni del mondo) nella questione nazionale”, Lenin, Osservazioni critiche sulla questione nazionale, cit., p. 18 ↑
- Cfr. Lenin, Intorno a una caricatura del marxismo e all’«economismo imperialistico», cit., p. 54 ↑
- Lenin, Risultati della discussione sull’autodecisione, cit., pp. 344-345 ↑
- Lenin, Sul diritto di autodecisioni delle nazioni, cit., p. 412 ↑
- Cfr. Lenin, A proposito dell’opuscolo di Junius, in OO. CC., vol. 22, cit., p. 311 ↑
- Lenin, Intorno a una caricatura del marxismo e all’«economismo imperialistico», cit., p. 68 ↑
- cfr. Lenin, Sul diritto di autodecisioni delle nazioni, cit., p. 407. “Non è marxista, e non è neppure democratico, chi non riconosca e non difenda la parità giuridica delle nazioni e delle lingue, chi non si batta contro ogni oppressione e disuguaglianza nazionale”, Lenin, Osservazioni critiche sulla questione nazionale, cit., p. 20 ↑
- cfr. Lenin, Sulla tendenza nascente dell’«economismo imperialistico», in OO. CC., vol. 23, cit., p. 15 e Intorno a una caricatura del marxismo e all’«economismo imperialistico», ivi, p. 53 ↑
- “… noi dobbiamo tendere alla più profonda unità degli operai di tutte le nazioni, alla loro lotta comune contro ogni sciovinismo, contro ogni esclusivismo nazionale, contro ogni nazionalismo, Lenin, Sulla questione della politica nazionale, in OO. CC., vol. 20, cit., p. 212 ↑
- Lenin, Osservazioni critiche sulla questione nazionale, cit., p. 14. Cfr. anche Lenin, Liberali e democratici sulla questione delle lingue, in OO. CC., vol. 19, Editori Riuniti, Roma, 1967, pp. 326-327 ↑
- cfr. Lenin, La questione nazionale nel nostro programma, cit., p. 426 ↑
- Lenin, Il proletariato rivoluzionario e il diritto di autodecisione delle nazioni, in OO. CC., vol. 21, Editori Riuniti, Roma, 1966, pp. 373-374. “I socialisti non possono raggiungere il loro alto obiettivo senza lottare contro ogni oppressione nazionale. Indubbiamente, essi devono perciò esigere che i partiti socialdemocratici dei paesi oppressori (in modo particolare delle cosiddette «grandi» potenze) riconoscano e difendano il diritto di autodecisione delle nazioni oppresse, precisamente nel significato politico della parola, e cioè il diritto dalla separazione politica. Il socialista di una grande potenza o di una nazione che possiede delle colonie, il quale non difenda questo diritto, è uno sciovinista. La difesa di questo diritto non solo non favorisce la formazione di piccoli Stati, ma, al contrario, conduce alla formazione più libera, più audace e perciò più larga e più diffusa di grandissimi Stati ed unioni fra gli Stati, più vantaggiosi per le masse e meglio rispondenti allo sviluppo economico. I socialisti delle nazioni oppresse, da parte loro, devono lottare incondizionatamente per la completa unità (anche organizzativa) tra gli operai delle nazioni oppresse e di quelle che opprimono”, Lenin, Il socialismo e la guerra, in OO. CC., vol. 21, cit., p. 289. “Gli interessi della classe operaia impongono la fusione degli operai di tutte le nazionalità della Russia in organizzazioni proletarie uniche: politiche, sindacali, cooperative, culturali, ecc. Solo questa fusione degli operai delle diverse nazionalità in organizzazioni uniche consentirà al proletariato di lottare vittoriosamente contro il capitale internazionale e il nazionalismo borghese”, Lenin, Risoluzione sulla questione nazionale, in OO. CC., vol. 24, Editori Riuniti, Roma, 1966, p. 312 ↑
- Lenin, Sulla questione della politica nazionale, cit., p. 210. “Ma l’incondizionato riconoscimento della lotta per la libertà di autodecisione non ci impegna affatto ad appoggiare ogni richiesta di autodecisione da parte di una nazione. La socialdemocrazia, quale partito del proletariato, si pone come compito concreto e principale l’appoggio all’autodecisione non dei popoli e delle nazioni, ma del proletariato in ogni nazionalità: Noi dobbiamo tendere sempre ed incondizionatamente alla più stretta unione del proletariato di tutte le nazionalità, e solo in casi eccezionali possiamo avanzare e appoggiare attivamente le rivendicazioni che mirano alla creazione di un nuovo Stato classista e alla sostituzione di una più debole unità federativa alla piena unità politica dello Stato, ecc. … Il riconoscimento del diritto di autodecisione delle nazioni esige forse che si appoggi ogni rivendicazione di autodecisione di ogni nazione? … riconoscendo questo diritto, subordiniamo il nostro appoggio alle rivendicazioni dell’indipendenza nazionale agli interessi della lotta proletaria”, Lenin, La questione nazionale nel nostro programma, cit., pp. 420, 421, 427 ↑
- Lenin, Sul diritto di autodecisione delle nazioni, cit., p. 386 ↑
- Lenin, Rapporto della commissione sulle questioni nazionale e coloniale, in OO. CC., vol. 31, Editori Riuniti, Roma, 1967, p. 228 ↑
- Lenin, Risoluzione sulla questione nazionale”, cit., pp. 311-312 ↑
- Lenin, Tesi sulla questione nazionale, in OO. CC., vol. 19, Editori Riuniti, Roma, 1967, p. 221 ↑
- Lenin, Tesi per il II congresso dell’Internazionale Comunista – Primo abbozzo di tesi sulle questioni nazionali e coloniali, in OO. CC., vol. 31, cit., p. 163 ↑
- Cfr. Lenin, La questione nazionale nel nostro programma, cit., pp. 420-428 ↑
- Lenin, Risultati della discussione sull’autodecisione, cit., pp. 347-349 ↑
- Ivi, p. 343 ↑
- Ibidem ↑
- Lenin, Sul diritto di autodecisione delle nazioni, cit., p. 404 ↑
- Ivi, p. 412 ↑
- Lenin, Il socialismo e la guerra, cit., p. 273 ↑
- Lenin, Intorno a una caricatura del marxismo e all’«economismo imperialistico», cit., p. 33 ↑
- Lenin, Lettera aperta a Boris Souvarine, in OO. CC., vol. 23, cit., p. 199 ↑
- Lenin, Sulla tendenza nascente dell’«economismo imperialistico», cit., p. 16 ↑
- Lenin, Progetto di risoluzione della sinistra di Zimmerwald, in OO. CC., vol. 21, cit., p. 316 ↑
- Lenin, Intorno a una caricatura del marxismo e all’«economismo imperialistico», cit., p. 28 ↑
- Ivi, p. 31 ↑
- Ibidem ↑
- Lenin, Alla redazione del «Nasce Slovo», in OO. CC., vol. 21, cit., p. 111 ↑
- Lenin, Progetto di risoluzione della sinistra di Zimmerwald, cit., pp. 316-317; cfr. anche Lenin, Variante del progetto di risoluzione dei socialdemocratici di sinistra, in OO. CC., vol. 41, Editori Riuniti, Roma, 1968, p.433 ↑
- Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo. Prefazione alle edizioni francese e tedesca, in OO. CC., vol. 22, cit., pp. 191-192 ↑
- Lenin, Lettera aperta a Boris Souvarine, cit., p. 197. “… i socialisti devono dire al popolo la verità, e precisamente che questa guerra è una guerra di schiavisti per il rafforzamento della schiavitù, per tre motivi; questa guerra tende: in primo luogo a rafforzare la schiavitù delle colonie con una più «giusta» ripartizione e con un ulteriore e più «concorde» sfruttamento di esse; in secondo luogo a consolidare l’oppressione sulle nazionalità allogene nelle «grandi» potenze stesse, perché sia l’Austria, sia la Russia (la Russia molto più e molto peggio dell’Austria) si reggono soltanto con tale oppressione e la rafforzano con la guerra; in terzo luogo, a consolidare e prolungare la schiavitù salariata, poiché il proletariato è diviso e schiacciato ed i capitalisti ne approfittano arricchendosi con la guerra, inculcando i pregiudizi nazionali e rafforzando la reazione, la quale ha alzato la testa in tutti i paesi, perfino in quelli più liberi e repubblicani”, Lenin, Il socialismo e la guerra, cit., pp. 277-278 ↑
- Lenin, L’opportunismo e il fallimento della II Internazionale, in OO. CC., vol. 21, cit., p. 401 ↑
- Lenin, L’opportunismo e il fallimento della II Internazionale, in OO. CC., vol. 22, p. 115 ↑
- Lenin, Sulla tendenza nascente dell’«economismo imperialistico», cit., p.16 ↑
- Lenin, Risposta a P. Kievski (IU. Piatakov), in OO. CC., vol. 23, cit., p. 19 ↑
- Lenin, Sulla tendenza nascente dell’«economismo imperialistico», cit., p.14 ↑
- Lenin, Intorno a una caricatura del marxismo e all’«economismo imperialistico», cit., p. 33 ↑
- Lenin ad Alexandra Kollontai, in OO. CC., vol. 35, Editori Riuniti, Roma, 1955, p. 134. “Noi non siamo affatto contro la «difesa della patria» in generale. Non troverete mai questa assurdità in nessuna risoluzione (e in nessun mio articolo). Noi siamo contro la difesa della patria e la difensiva nella guerra imperialistica 1914-16 e nelle altre guerre imperialistiche, tipiche dell’epoca imperialistica. Ma nell’epoca imperialistica possono esserci anche guerre «giuste», di «difesa», rivoluzionarie [precisamente: 1) nazionali; 2) civili; 3) socialiste, ecc.]”,Lenin a Zinoviev, agosto 1916, in OO. CC., vol. 35, cit., p. 158 “Senonché, per il marxismo, le formule generali e astratte come l’«apatriottismo» non hanno il minimo valore. La patria, la nazione sono categorie storiche. Se, in una guerra, si tratta di difendere la democrazia o di lottare contro il giogo che opprime la nazione, non sono affatto contrario a una simile guerra e non ho paura di parole come «difesa della patria», quando si riferiscono a una guerra di questo genere o all’insurrezione. I socialisti si schierano sempre con gli oppressi e non possono, quindi, avversare una guerra che abbia per scopo la lotta democratica o socialista contro l’oppressione. In tal senso, sarebbe addirittura ridicolo negare la legittimità delle guerre del 1793, delle guerre della Francia contro le monarchie reazionarie europee, o delle guerre garibaldine, ecc. Ma sarebbe altrettanto ridicolo negare la legittimità delle guerre dei popoli oppressi contro i loro oppressori che potrebbero divampare nel presente, come, ad esempio, l’insurrezione degli irlandesi contro l’Inghilterra, l’insurrezione del Marocco contro la Francia, dell’Ucraina contro la Russia, ecc.”, Lenin, Lettera aperta a Boris Souvarine, cit., p. 197 ↑
- Lenin, La sconfitta del proprio governo nella guerra imperialistica, in OO. CC., vol. 21, cit., p. 249 ↑
- Lenin, Il socialismo e la guerra, cit., p. 288 ↑
- Scrive Mantovani: “Anche oggi in gran parte del mondo extra occidentale le questioni nazionali sono ancora all’ordine del giorno. Ma non è questo il nostro tema. Oggi la guerra è tornata nel ”Vecchio continente”. Parliamo dunque dell’Europa. Il capitalismo è ormai dominante in ogni poro della società europea, e il più arretrato dei paesi europei è cento volte più sviluppato, da un punto di vista borghese, di molti paesi dell’Africa o dell’Asia. Fa ciò di per sé scomparire la questione nazionale? No, ma ne lega le sorti alla rivoluzione proletaria” ↑
- Lenin, Intorno a una caricatura del marxismo e all’«economismo imperialistico», cit., p. 51 nota ↑
- Ibidem ↑
- Ivi, pp. 57-58 ↑
- Lenin, La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodecisione (Tesi), cit., p. 150 ↑
- Lenin, Risultati della discussione sull’autodecisione, cit., p. 340 ↑
- Ivi, p. 341 ↑
- Ivi, p. 352. “… il suo [di Radek] giudizio sull’insurrezione irlandese è una insulsaggine”, Lenin a Zinoviev, 21.V. 1916, in OO. CC., vol. 35, cit., p. 151 ↑
- Lenin, Risultati della discussione sull’autodecisione, cit., pp. 352-353 ↑
- Ivi, pp. 354-355 ↑
- Lenin, La conferenza delle sezioni estere del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, in OO. CC., vol. 21, p. 142; cfr. Lenin, Intorno a una caricatura del marxismo e all’«economismo imperialistico», cit., p. 28 ↑
- Lenin, Intorno a una caricatura del marxismo e all’«economismo imperialistico», cit., p. 30 ↑
- cfr. Lenin, Lettera aperta a Boris Souvarine, cit., pp. 198-199 ↑
- per Lenin, la realtà si comprende quando la “si guardi … da marxisti, cioè dal punto di vista della lotta di classe, quando si confrontino le parole d’ordine con gli interessi e con la politica delle classi, non già con i vuoti «principi generali», con le declamazioni e le belle frasi”,Lenin, Osservazioni critiche sulla questione nazionale, cit., p. 15; “Il marxismo giudica gli «interessi» in base alle contraddizioni di classe e alla lotta di classe che si manifestano in milioni di fatti nella vita quotidiana”, Lenin, Il fallimento della II Internazionale, cit., p. 205 ↑
- Lenin, Sul diritto di autodecisione delle nazioni, cit., p. 386 ↑
- Ivi, p. 394 ↑
- I servetti dell’imperialismo alla Rostrum lo dicono esplicitamente, Mantovani evita di dire questa oscenità, forse consapevole del fatto che se c’è una procura, vuol dire che chi l’ha accettata, lo ha fatto per un suo tornaconto e, quindi, che così si finisce con l’ammettere, in una forma ipocrita, che la borghesia ucraina ha un proprio interesse da difendere nella guerra. ↑
- Giova qui ricordare l’elementare verità espressa da Engels: “Dove non esistono interessi comuni non vi può essere unità di propositi e tanto meno unità di azione”, Engels, Rivoluzione e controrivoluzione in Germania, cit., p. 13 ↑
- “Negando il diritto di autodecisione alle nazioni oppresse, i socialisti dei paesi oppressori diventano sciovinisti, appoggiano la propria borghesia. I socialisti russi devono ottenere la libertà di separazione per le nazioni oppresse, i socialisti delle nazioni oppresse devono battersi per la libertà di unificazione; gli uni e gli altri devono procedere per strade diverse (ma nella sostanza identiche) verso un unico scopo, verso l’organizzazione internazionale del proletariato”, Lenin, Settima conferenza panrussa del POSDR, Discorso sulla questione nazionale, in OO. CC., vol. 24, cit., p. 310. “Alle discordie tra i diversi partiti borghesi, per le questioni della lingua, la democrazia operaia contrappone l’esigenza dell’unità assoluta e della completa fusione degli operai di tutte le nazionalità in tutte le organizzazioni operaie, sindacali, cooperative, di consumo, educative e qualsiasi altra, in contrappeso a ogni nazionalismo borghese. Soltanto quest’unità e questa fusione possono difendere la democrazia, difendere gli interessi degli operai contro il capitale” Lenin, Liberali e democratici sulla questione delle lingue, cit. pp. 326-327. “Negare il diritto all’autodecisione o alla separazione significa inevitabilmente sostenere in pratica i privilegi della nazione dominante”, Lenin, Sul diritto di autodecisione delle nazioni, cit., p. 404. “Negare la «difesa della patria», cioè la partecipazione a una guerra democratica, è un’assurdità che non ha niente da spartire con il marxismo”, Lenin, Intorno a una caricatura del marxismo e all’«economismo imperialistico», cit., p. 33. “Noi diciamo: per essere in grado di compiere la rivoluzione socialista e di rovesciare la borghesia gli operai debbono unirsi più strettamente, e la lotta per l’autodecisione, cioè contro le annessioni, favorisce questa stretta unione”, Lenin, Risultati della discussione sull’autodecisione, cit., p. 334. Che cos’è, in ultima istanza, un’«insurrezione» nazionale? E’ un’insurrezione che tende a dare l’indipendenza politica alla nazione oppressa, che tende cioè a costituire uno Stato nazionale autonomo. Se il proletariato della nazione dominante è una forza importante … la sua decisione di «resistere attivamente al tentativo di reprimere l’insurrezione nazionale» non è forse un contributo alla costituzione di uno Stato nazionale autonomo? Senza dubbio”, Lenin, Intorno a una caricatura del marxismo e all’«economismo imperialistico», cit., p. 60 ↑
- Lenin, Intorno a una caricatura del marxismo e all’«economismo imperialistico», cit., pp. 59-60 ↑
- Lenin, Sulla tendenza nascente dell’«economismo imperialistico», cit., p. 15 ↑
- Lenin, Risultati della discussione sull’autodecisione, cit., p. 344 ↑
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