INTERNAZIONALISMO OPERAIO E IL DIRITTO DELL’UCRAINA ALL’AUTODETERMINAZIONE – PRIMA PARTE

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INTERNAZIONALISMO OPERAIO E IL DIRITTO DELL’UCRAINA ALL’AUTODETERMINAZIONE

PRIMA PARTE

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Il tavolo e il cavallo sono la stessa cosa come la guerra di aggressione e la guerra di resistenza. Dalla falsificazione delle posizioni di Lenin fino alla negazione del diritto dell’Ucraina alla resistenza armata all’imperialismo russo

INTRODUZIONE

L’obiettivo di questo lungo scritto non è convincere i nostri avversari che le loro posizioni siano sbagliate, che non hanno niente a che fare col marxismo e tanto meno col leninismo. Non facciamo gli educatori, non abbiamo la vocazione di convertire chicchessia alla corretta fede religiosa, sappiamo solo che anche nel campo delle idee si svolge uno scontro fra le classi che prende la forma di dispute teoriche, di dispute ideologiche e con questa coscienza affrontiamo questa battaglia critica. Per avere ragione? Per dimostrare di essere più coerenti di altri sulla teoria marxista? Non ci interessa.

Siamo partiti da una semplice domanda: di fronte ad un evento come quello dell’aggressione della Russia all’Ucraina, quale atteggiamento, quale scelta concreta avrebbero dovuto fare gli operai di quei paesi e gli operai dei paesi europei ed americani? Come si può capire non ci siamo chiesti quale giudizio generico avremmo potuto dare sulla pace e la guerra, sullo scenario geopolitico oggetto di indagine di tanti specialisti che hanno sostituito i virologi dell’epoca della pandemia, ci siamo chiesti attraverso quali scelte dovevano passare gli operai per muoversi come classe sociale che cerca una sua indipendenza internazionale. Un esercizio di contenuto pratico, anche se abbastanza limitato per il poco peso che hanno ovunque le organizzazioni operaie indipendenti, ma questo vale per quasi tutti. Il problema di una massa di operai che agisce come classe e con ciò come partito è ancora lontano dal concretizzarsi, ma forse la guerra in Ucraina ci darà un grande contributo su questa strada.

Dichiarando che il nostro obiettivo non è dimostrare la nostra coerenza con i sacri testi, ma è quello di definire una politica operaia, di dare a noi stessi come operai la possibilità di entrare nel vivo della lotta fra le classi, stiamo costruendo un piano per sostenere prima di tutto gli operai ucraini e gli operai russi, che sono i due soggetti direttamente coinvolti in questo conflitto e, di conseguenza, per definire e promuovere un’azione contro il nostro governo imperialista, che si presenta, per gli allocchi, come sostenitore della resistenza ucraina ma che, nella sostanza, è in concorrenza con gli imperialisti russi per dividersi il bottino dell’Ucraina.

Non è un caso che affiorino consolidati legami dei borghesi italiani con gli oligarchi russi e tante siano le spinte reali sul governo ucraino a cedere territori per riprendere a fare affari.

Certo che se il giudizio su ciò che sta succedendo in Ucraina dipende dal pettegolezzo giornaliero di giornali e televisioni, oppure è costruito sulle dichiarazioni di questo o quel capo politico di governo, non ne verremmo a capo, e saremmo, come operai, alla mercé dei nostri interessati formatori d’opinione. Per questa ragione dobbiamo fondare un giudizio sul significato dell’imperialismo, delle nazioni che dominano il mercato mondiale e della possibilità concreta che queste opprimano popoli e paesi che hanno il diritto a ribellarsi, a resistere. Il diritto di questi ultimi all’autodeterminazione è una bandiera che gli operai dei paesi imperialisti devono sventolare prima di ogni cosa, e solo degli ideologisti possono pensare che questa scelta cancelli la lotta fra le classi nei paesi oppressi. Come se fosse possibile eliminare in Ucraina le differenze sociali fra sei milioni di operai, quasi due milioni di addetti in agricoltura,diciassette milioni di addetti ai servizi, più naturalmente l’antagonismo con gli industriali e i banchieri.

Contrasti che già si manifestano anche nella gestione della resistenza e della politica verso i paesi imperialisti d’occidente. Gli operai e i contadini poveri nell’esercito e nelle squadre di autodifesa saranno i più accaniti combattenti, la numerosa piccola borghesia tenterà in tutti i modi di dare un significato nazionalista alla resistenza, il loro orizzonte è la libertà di iniziativa economica e politica che gli ha promesso l’Europa. I borghesi grandi e medi che puntavano alla copertura dei loro amici occidentali ma hanno ottenuto solo armi a singhiozzo. Tanti attestati di solidarietà, ma alla fine un bel “state fuori dalle mura della fortezza e vedetevela voi con gli aggressori”. In ogni caso, la presenza degli operai e dei lavoratori poveri nella resistenza apre la possibilità di fondare un proprio movimento, che, mentre combatte contro l’imperialismo russo, può puntare a porre il problema di quale classe dirigerà la gestione della ricostruzione una volta sconfitto l’invasore.

Ci permettiamo in nome dell’internazionalismo operaio di proporre una linea di condotta agli operai ucraini poiché, senza nessun dubbio, ci siamo da subito schierati con loro quando si sono offerti come volontari a combattere contro gli oppressori. E abbiamo capito che operai e lavoratori che imparavano ad usare il fucile e confezionare molotov rappresentavano la prova concreta che stava prendendo corpo una lotta di liberazione nazionale, contro l’imperialismo, nel cuore dell’Europa. In Italia ci siamo invece trovati di fronte una massa di professori marxisti da cattedra, politici alternativi, azzeccagarbugli che, brandendo i testi classici, hanno cercato di sotterrare per prima la spinta istintiva di ogni operaio che è sempre pronto a schierarsi contro l’oppressore, in questo caso lo zar di Russia, perché prova sulla sua pelle tutti i giorni il peso dell’oppressione, e poi hanno cercato di mettere assieme un ragionamento di equidistanza mischiando le carte: così sono finite sullo stesso piano una nazione oppressa e una nazione imperialista che la aggredisce. La conclusione alla quale sono giunti è stata quella che gli operai ucraini non dovevano prendere parte alla resistenza all’invasione. Mettersi da parte, arrendersi, accettare il dominio della borghesia imperialista russa. Certo che “i borghesi sono tutti borghesi”, per chi si accontenta delle frasi fatte, ma chi vuol condurre la reale lotta fra le classi esamina le differenze fra le diverse borghesie, i loro interessi concorrenti, il grado di sviluppo dei loro sistemi politici per individuare, da parte operaia, la condizione migliore, sfruttando le loro stesse contraddizioni, per un rovesciamento rivoluzionario del loro potere.

Hanno negato il contenuto antimperialista alla resistenza ucraina, sono diventati maestri di geopolitica, hanno confuso zone di influenza con occupazioni territoriali, partecipazione alla guerra con una villa confiscata ad un’oligarca, sono rivoluzionari che hanno l’orrore delle armi e fanno finta di non capire che le armi assumono una funzione sulla base del loro uso. Hanno giocato con le tre carte per spacciare il conflitto come una guerra fra imperialisti per dividersi il bottino, avvolgendo col fumo una realtà inconfutabile: è l’imperialismo russo che vuol papparsi il bottino, l’Ucraina. Solo che questa volta il bottino è un osso duro grazie anche alla resistenza della popolazione con milioni di operai e lavoratori delle campagne che ne formano la parte più decisa e compatta. Ma la realtà, si capisce, ha poco valore nel ceto intellettuale formato alla scuola dei preti, gente formata all’idealismo, abituata a falsificare per fini religiosi ogni manifestazione concreta dei processi storici. Siamo arrivati all’assurdità di negare l’aggressione dell’esercito russo, migliaia di carri armati che invadono un paese straniero, città assediate, bombardamenti a tappeto, non sono altro -per questi- che propaganda. Si è manifestato un umanitarismo che è contro la guerra e contro le distruzioni che provoca, ma come evento fuori dalla storia e dalle sue determinazioni economiche sociali. Togli alla guerra la sua caratterizzazione concreta, fatta di interessi economici e soggetti determinati, e la lotta contro di essa diventa lotta alla cattiveria umana, “che l’amore trionfi” rimane l’ultima speranza degli illusi. Anche quando gli USA invasero l’Irak gli stessi gridarono contro la guerra, ma non contro la guerra come forma concreta dell’aggressione dell’imperialismo americano ma contro la guerra in astratto e il movimento si spense dopo la prima fiammata e gli americani hanno continuato a rapinare l’Irak per decine di anni. Anche in quel caso furono tanti gli equidistanti. Per questi anche Saddam rappresentava un’oligarchia petrolifera e doveva dividere con l’imperialismo americano la responsabilità della guerra, anche allora con questa confusione fra imperialismo e nazioni oppresse gli operai in Italia e quelli americani, per primi, non riuscirono ad esprimere solidarietà con il popolo irakeno che combattendo contro l’esercito della coalizione occidentale voleva affermare, nel pieno dei contrasti interimperialistici, il diritto delle nazioni all’autodeterminazione.

Ora lasciamo da parte i pacifisti che ogni guerra mette in movimento, lasciamo da parte chi è contro la resistenza del popolo ucraino perché ha preso i soldi dalla borghesia russa per ritagliarsi, nel settore della pubblicistica di questo bel paese, un posticino da intellettuale di sinistra. Ma non potevamo sopportare coloro che addirittura sono contro la resistenza ucraina, che scrivono che gli operai non avrebbero dovuto prenderne parte, e sostengono questa posizione in nome – di cosa?- nientemeno che del leninismo, nientemeno che della posizione di Marx ed Engels. A questo punto, e proprio in nome degli operai di cui siamo parte e per i quali lavoriamo per trasformare la rottura col capitale in partito indipendente, non potevamo più stare zitti. I falsari intellettuali della piccola borghesia che si definisce di sinistra andavano smascherati. Bisognava andare alle origini della politica operaia fondata criticamente da Marx, Engels e Lenin e farla agire ancora oggi contro gli stessi avversari riverniciati di ieri, riverniciati di fresco, poiché certe malattie le hanno in quanto rappresentanti delle classi e finché ci sono le stesse classi le stesse posizioni si riproducono quasi naturalmente.

Ieri la piccola borghesia internazionalista a parole, sciovinista nei fatti, parlava attraverso i Proudhon, i Radek contro il programma della prima internazionale operaia, ripreso poi dal programma bolscevico, per il diritto all’autodeterminazione delle nazioni oppresse dall’imperialismo. Oggi rappresentanti di una piccola borghesia che si dice rivoluzionaria riproduce la stessa forma di un internazionalismo imperialista, sostiene formalmente la lotta di classe internazionale ma esclude la lotta delle nazioni oppresse contro il proprio imperialismo. Già Lenin sosteneva che gente del genere va buttata fuori dal partito proletario perché in fondo rappresenta lo sciovinismo delle grandi potenze che non sopportano che qualcuno delle nazioni oppresse faccia la guerra all’oppressione dei loro potenti governi borghesi. Non abbiamo concretamente un partito operaio, non abbiamo nessun rapporto stretto con alcun dei nostri detrattori, salvo esserci prestati a fornire loro qualche indicazione sulla lettura del Capitale o peggio aver letto un romanzetto storico scritto da uno di loro che è passato dal riformismo di Rifondazione Comunista al rigore dei gesuiti di origine bordighista. Non abbiamo nessuna possibilità di espellerli da nessun ambito di lavoro comune ma una cosa è chiara, aver abbandonato gli operai ucraini all’oppressione della Russia imperialista è una scelta della quale dovranno rispondere agli operai di tutto il mondo, a quelli ucraini e a quelli in Italia per primi. Ma così diamo troppo importanza ai nostri detrattori che usiamo solo per fare i conti con la piccola borghesia che ha fatto del marxismo, dell’internazionalismo, un minestrone senza capo né coda, che ripete frasi senza senso, ma che alla base ha un solo interesse: che tutto rimanga come era prima, per poter giocare alla politica antagonista, alle processioni imbandierate del sabato e della domenica. Per loro, la resistenza armata di milioni di uomini di un paese come l’Ucraina, il rifiuto dei militari russi di combattere nell’esercito aggressore non sono niente. Per questi sovversivi della domenica non conterà nemmeno niente l’evidenza che i governi occidentali sostengono il governo ucraino solo per spartirsi con i russi ciò che rimarrà al momento della pace imposta dalle grandi potenze. Non mettono in conto che un nuovo livello di protesta sociale si possa sviluppare unendo gli operai dei paesi dominanti con quelli dei paesi dominati, sono fuori dai processi storici e dal movimento di emancipazione degli operai come forza mondiale. Di fronte ad una posizione del genere perdono ogni significato i miseri, scontati, appelli alla lotta casalinga, tutta la fraseologia rivoluzionaria si è sgonfiata. Mettere da parte col piglio dei maestrini la resistenza ucraina, guardarla dall’alto in basso come una messinscena, negare la possibilità di un’autoattività storica propria degli operai, li relega nel passato, sono piccoli attori che recitano a fare la guerra mentre attorno al teatro si combatte una guerra vera, ma loro non se ne curano perché quelli che combattono non hanno chiesto loro né costumi né copione. In fondo ci siamo messi in questo lavoro di critica alle posizioni di questi signori per rompere definitivamente anche nel campo storico-teorico con questa piccola borghesia di maestri, impiegati e artigianelli lottatori da dopolavoro.

Il testo che proponiamo è prima di tutto rivolto agli operai, a quelli che vogliono scegliere di stare dalla parte dell’internazionalismo operaio, sganciarsi definitivamente dall’egemonia intellettuale della piccola borghesia, diventare essi stessi teorici della propria classe. Non è semplice, quando si affrontano questioni teoriche, quando si confrontano scritti e documenti, si mettono sotto osservazione periodi storici differenti, lo studio richiede sforzi, le parole hanno precisi significati da registrare e per gli operai diventa un peso immane, ma per strappare dalle mani delle classi superiori l’egemonia nel campo della teoria non abbiamo altra scelta che metterci al lavoro in questo campo.

Enzo Acerenza

* * *

L’inizio della guerra in Ucraina ha visto in Italia lo scatenarsi di tanti “rivoluzionari internazionalisti”, che, gonfi di orgoglio, hanno subito dichiarato ai quattro venti, impavidi, che sono contro la guerra e che l’unica guerra che sono disposti a fare, e che anche gli operai in Ucraina dovrebbero fare, è quella degli sfruttati contro gli sfruttatori. Gli operai ucraini, secondo alcuni di loro, dovrebbero restare indifferenti allo scontro militare in corso, perché una loro partecipazione al conflitto equivarrebbe a farsi intruppare a difesa di una delle due fazioni imperialiste in campo. Qualcun altro fra loro, evidentemente accortosi della passività operaia che questa prima posizione invoca, ha “corretto” il tiro invitando gli operai ucraini a lottare per la sconfitta della propria nazione. Ma di questa posizione parleremo più diffusamente più avanti. Quanto più microscopico e inconsistente è il gruppo di appartenenza di questi “internazionalisti”, tanto più forte e con maggiore veemenza essi hanno inveito contro chi come noi, al contrario, ha espresso sostegno alla lotta di resistenza del popolo ucraino contro l’invasione russa, plaudendo alla partecipazione operaia a questa resistenza.

UNA VECCHIA STORIA

E’ il ripetersi di una storia vecchia e non abbiamo certo l’illusione di convincere i nostri “internazionalisti”, perché, come diciamo a Napoli, a lavà ‘a capa ‘o ciuccio se perde ll’acqua, ‘o tiempo e ‘o ssapone. Né pensiamo che, data la miseria delle argomentazioni avanzate dagli “internazionalisti”, valga la pena approfondire la questione con un organico discorso teorico. Ci limiteremo a snocciolare una serie di citazioni allo scopo di mostrare come sia lontano dal marxismo chi pretende di ridurlo ad una sfilza di frasette astratte da ripetere in ogni tempo ed occasione. Mettiamo in conto che questo irriterà non poco qualche testimone di geova travestito da marxista, tanto che, in perfetto stile stalker, già in privato siamo stati minacciosamente avvisati che le vanghe erano pronte per seppellirci, crediamo teoricamente, se ci fossimo cimentati in questa impresa. Incuranti di questo cialtronesco funesto avviso, ci mettiamo all’opera.

PARTIAMO DA MARX ED ENGELS

Partiamo, come doveroso, da Marx e precisamente dalle posizioni che questi assunse, in pieno accordo con Engels, in occasione della guerra franco-prussiana (luglio 1870 – maggio 1871). Wilhelm Liebknecht e August Bebel al Reichstag della Germania del Nord, si astennero sul voto per i crediti di guerra, affermando, in una dichiarazione scritta congiunta, di essere membri dell’Internazionale, la quale “al di là di ogni differenza di nazionalità combatte contro tutti gli oppressori e cerca di unificare tutti gli oppressi”[1]. Marx approvò questo comportamento[2], ma lo definì una “pedanteria dei principi”[3]. In verità il giudizio di Engels sul comportamento di Liebknecht in tutta la vicenda fu molto più severo[4]. La posizione di Marx e di Engels sull’atteggiamento che gli operai tedeschi e francesi dovevano avere in questo conflitto era fondata su un giudizio preciso della guerra allora in corso ed è chiaramente formulato nel Primo indirizzo del Consiglio generale dell’Associazione internazionale degli operai sulla guerra franco-prussiana. Dopo aver evidenziato l’opposizione alla guerra da parte degli operai francesi, Marx scrive: “Da parte tedesca, la guerra è una guerra di difesa”[5]. Engels, nella già citata lettera a Marx del 15 agosto 1870, chiarisce meglio cosa significa per loro guerra di difesa:

“Secondo me il caso sta in questi termini: la Germania è stata costretta da Badinguet [Napoleone III] a una guerra per la sua esistenza come nazione. Se essa soccombe nella lotta contro Badinguet, il bonapartismo è consolidato per anni, e la Germania è finita per anni, forse per generazioni. E allora non c’è neanche da pensare a un movimento operaio tedesco autonomo, la lotta per creare l’esistenza nazionale assorbirà tutto allora, e nel migliore dei casi gli operai tedeschi andranno a finire a rimorchio di quelli francesi. Se vince la Germania, il bonapartismo francese è ad ogni modo finito, l’eterno litigio per la creazione dell’unità tedesca è eliminato, gli operai tedeschi potranno organizzarsi su una scala ben diversamente nazionale che non prima, e gli operai francesi avranno certo un campo più libero che non sotto il bonapartismo, qualunque sia il governo che gli succederà. L’intera massa del popolo tedesco di tutte le classi ha capito che si tratta per l’appunto in prima linea dell’esistenza nazionale, e per questo si è impegnata subito. Che un partito politico tedesco, in queste circostanze, possa predicare à la Wilhelm [Liebknecht] l’ostruzionismo totale e porre considerazioni secondarie di ogni genera al di sopra della considerazione principale, mi sembra impossibile”[6].

Engels non nutre alcun dubbio sulla necessità di

“… unirsi al movimento nazionale … nella misura in cui si limiterà e fino a quando si limiterà alla difesa della Germania”[7].

Stesso concetto è anticipato nel citato Primo Indirizzo del Consiglio generale:

“Se la classe operaia tedesca permette che questa guerra perda il suo carattere strettamente difensivo e degeneri in una guerra contro il popolo francese, vittoria o sconfitta si dimostreranno ugualmente disastrose”[8].

CON LA BATTAGLIA DI SEDAN LA GUERRA ASSUME UN CARATTERE DIVERSO

Con la battaglia di Sedan, che vide la disfatta dell’esercito francese e la cattura dello stesso Napoleone III, la guerra assunse, come paventato da Marx ed Engels, un carattere diverso, di conquista, puntando l’esercito tedesco allo smembramento della Francia con l’annessione dell’Alsazia e della Lorena. Coerentemente cambiarono l’atteggiamento degli operai tedeschi e francesi e le indicazioni di Marx ed Engels.

“La classe operaia tedesca ha sostenuto risolutamente la guerra, che non aveva la possibilità di impedire, come una guerra per l’indipendenza della Germania e la liberazione della Francia e dell’Europa dall’incubo pestilenziale del Secondo Impero. Sono stati gli operai tedeschi che, insieme ai braccianti agricoli, hanno fornito i nervi e i muscoli di eroiche armate, lasciando dietro di sé famiglie ridotte alla fame. Decimati dalle battaglie all’estero, verranno decimati un’altra volta dalla miseria a casa loro. A loro volta, ora essi si fanno avanti per chiedere «garanzie»: garanzie che i loro enormi sacrifici non siano stati compiuti invano, garanzie di aver conquistato la libertà, e che la vittoria conseguita sulle armate bonapartiste non sarà trasformata, come avvenne nel 1815, nella sconfitta del popolo tedesco; e come prima di queste garanzie, esigono una pace dignitosa per la Francia e il riconoscimento della Repubblica francese[9].

Per quanto riguarda gli operai francesi, che avevano imposto la proclamazione della repubblica, è nota la resistenza estrema che essi opposero agli eserciti prussiani nel lungo assedio di Parigi e la posizione di appoggio che Marx e la Prima Internazionale espressero nei loro confronti[10]. Si incaricò la storia di dimostrare come fossero corrette queste valutazioni. In Francia gli operai in armi diedero vita nel marzo successivo alla Comune di Parigi, mentre in Germania iniziò una ascesa inarrestabile del movimento operaio. Eppure c’è chi ancora una volta vuole sostituire l’analisi concreta del conflitto, unico strumento per declinare in esso gli interessi reali degli operai come classe internazionale, alla vuota e sterile pedanteria dei principi, con l’enorme differenza che Liebknecht e Bebel ebbero il coraggio di farlo nel Reichstag a dominanza prussiana, opponendosi poi giustamente alla trasformazione della guerra in guerra di conquista al punto da essere arrestati per alto tradimento, mentre loro lo fanno ben lontani dal fuoco degli avvenimenti, predicando nei fatti la resa agli invasori. Certo per i nostri “internazionalisti” duri e puri deve essere difficile giustificare queste posizioni di Marx ed Engels. Se volessero applicare coerentemente la loro idea di una tavola di principi da ripetere a memoria in qualsiasi situazione, senza sforzarsi mai di capire come questi vanno applicati nelle situazioni concrete, dovrebbero accusare Marx ed Engels di essere dei nazionalisti socialtraditori. C’è chi non ha avuto timore di arrivare a tanto, come ad es. recentemente Fabio Vander che parla di “obnubilamento nazionalistico di Marx ed Engels”[11], ma non ci aspettiamo una simile coerenza da parte dei “rigidi” internazionalisti. Sappiamo che la strada più indolore per non fare i conti con l’inconsistenza delle proprie posizioni è “storicizzare” quelle di Marx apertamente incompatibili con le proprie fantasie. E’ una strada percorsa come vedremo più avanti, già da personaggi ben più illustri. Non si sceglie di criticare la posizione delle “Sacre Scritture”, ma di relegarne la validità ad un’epoca storica ormai passata, quella della formazione degli Stati nazionali, epoca che sarebbe superata definitivamente con l’avvento dell’imperialismo.

LE FORZE CONCRETE IN CAMPO

Non abbiamo certo la presunzione di far comprendere ai nostri “internazionalisti” che qui quel che conta è la capacità di interpretare gli interessi e le forze concrete in campo e di valutare su questa base quali processi sono più funzionali allo sviluppo di una possibilità rivoluzionaria degli operai, anche se non immediata. Mentre qualcuno di loro si ferma a deprecare il fatto che nel maggio del 1871 gli operai si siano fatti massacrare (un modo questo vergognosamente riduttivo di considerare il significato e l’importanza dell’eroico tentativo operaio della Comune), Marx ed Engels, unitamente alla Prima Internazionale, vedono come nella tragedia della guerra franco-prussiana, che gli operai non hanno voluto, si siano aperte le prospettive per una crescita rivoluzionaria del loro movimento. Ma non ci arrendiamo, prendiamo in parola i nostri aspiranti guardiani di sion e ci trasferiamo d’un balzo in un’epoca più recente in cui è più complicato il trucco della “storicizzazione”, non senza, però, aver prima accennato ad un altro esempio di come i marxisti non dottrinari hanno affrontato il problema della posizione degli operai nei confronti di una guerra, partendo sempre dall’analisi concreta della situazione e non limitandosi a declamare principi.

Siamo nel 1891 e forti sono le minacce di guerra che incombono sulla Germania, legate alle trattative diplomatiche per un patto di alleanza fra Russia e Francia, che, unite, potrebbero attaccare su due fronti la Germania. Engels è consapevole che una guerra di questo tipo, in grado di mettere in discussione l’esistenza della Germania come nazione, rischia, nell’ipotesi di sconfitta tedesca, di ricacciare indietro di trent’anni la socialdemocrazia tedesca, la cui forza oramai è cresciuta a tal punto da poter arrivare in breve tempo al potere. Per scongiurare questa eventualità, la posizione di Engels è netta e chiara:

“Quindi, se la vittoria dei russi sulla Germania significa la repressione del socialismo tedesco, quale sarà il dovere dei socialisti tedeschi di fronte a una tale prospettiva? Dovranno subire passivamente gli avvenimenti che minacciano di annientarli, abbandonare senza resistenza la postazione conquistata, quella di cui hanno la responsabilità davanti al proletariato di tutto il mondo? Assolutamente no. Nell’interesse della rivoluzione europea sono tenuti a difendere tutte le postazioni conquistate, a non capitolare, né davanti al nemico esterno né di fronte a quello interno. Ciò lo possono fare solo combattendo a oltranza la Russia e i suoi alleati, quali che possano essere. … Una guerra che vedesse russi e francesi invadere la Germania, sarebbe per quest’ultima una lotta per la vita o per la morte, nella quale potrebbe garantire la propria esistenza come nazione soltanto facendo ricorso ai mezzi più rivoluzionari. Il governo attuale, certamente, non scatenerebbe la rivoluzione a meno che non vi fosse costretto. Ma abbiamo un partito forte che può costringervelo o, in caso di bisogno, sostituirlo: il Partito socialdemocratico. Non abbiamo dimenticato l’esempio grandioso che la Francia ci ha dato nel 1793. Il centenario del Novantatré si avvicina. Se la sete di conquista dello zar e l’impazienza sciovinista della borghesia francese dovessero arrestare la marcia vittoriosa ma pacifica dei socialisti tedeschi, questi ultimi sono pronti, siatene certi, a dimostrare al mondo che i proletari tedeschi di oggi non sono indegni dei sanculotti francesi di cent’anni fa e che il 1893 sarà all’altezza del 1793: quando i soldati del signor Constans metteranno piede sul suolo tedesco saranno salutati dalle parole della “Marsigliese”:

Come! Queste truppe straniere

Dovrebbero spadroneggiare nei nostri focolari?”[12].

DALLA LETTERA A BEBEL LE COSE SI CHIARISCONO ANCORA MEGLIO

Engels, scrivendo a Bebel, chiarisce ancora meglio la sua posizione:

“Questo aspetto [cioè le voci sullo scoppiare della guerra nella primavera del 1892] non è così accademico come sembra, perché sarà di grande importanza non appena verranno sottoposte al Reichstag le richieste di crediti al governo. Se siamo convinti che la guerra scoppierà a primavera difficilmente possiamo essere contrari in linea di principio alla concessione dei crediti. E questa sarebbe per noi una situazione abbastanza imbarazzante. Tutti i partiti leccapiedi esulterebbero per aver avuto ragione, e perché noi saremmo costretti a calpestare la nostra politica di vent’anni! E una svolta così improvvisa creerebbe anche all’interno del partito enormi contrasti. Anche a livello internazionale. D’altra parte la guerra può anche scoppiare a primavera. Quale posizione assumere allora nei confronti dei crediti di guerra? Secondo me vi è soltanto una soluzione … a favore di tutte le richieste che si avvicinano alla proposta di un generale armamento popolare, per l’esclusivo rafforzamento della difesa, per l’addestramento e l’armamento degli uomini in età compresa dai 17 ai 60 anni, sinora non chiamati al servizio di leva, per il loro inserimento in quadri stabili senza aumento di controlli, in questo caso, possiamo accettare la concessione dei crediti. Non possiamo pretendere che l’attuale organizzazione militare, nell’imminente pericolo di guerra venga rivoluzionata, ma se si vuole addestrare la gran massa degli idonei non abili al servizio, la migliore cosa possibile è ordinarla in quadri, – per la battaglia reale, non per parate o ammennicoli, – questo costituisce un avvicinamento alla nostra difesa popolare, che noi possiamo soltanto accettare. Se il pericolo di guerra si aggrava, allora possiamo dire al governo di essere disposti, se ciò viene reso possibile da una trattativa ragionevole, ad aiutarlo contro il nemico esterno, a condizione che conduca la guerra con tutti i mezzi anche rivoluzionari, e senza esitazioni. Se la Germania viene attaccata da est e da ovest ogni mezzo è utile alla difesa. Si tratta dell’esistenza della nazione, e per noi del consolidarsi della nostra posizione e di possibili sviluppi futuri. Quanto più la guerra viene condotta in modo rivoluzionario, tanto più viene condotta nella nostra direzione. E può darsi che di fronte alla vigliaccheria dei borghesi e degli Junker che vogliono salvare le loro proprietà, noi restiamo l’unico partito in guerra veramente valido. Naturalmente può anche darsi che dobbiamo prendere il potere e giocare il ruolo del 1794 per respingere i russi e i loro alleati”[13].

Quale tremenda sequela di sacrilegi contro i “sacri principi” dei testimoni di geova “internazionalisti” inanella qui Engels! In presenza di un conflitto fra potenze non per creare una nazione, ma per evitarne lo smembramento e il ridimensionamento, sostiene la partecipazione operaia alla guerra. Propone pure di votare i crediti di guerra e l’intruppamento del popolo nell’esercito! Quali orribili blasfemie! Non è un caso che molti socialsciovinisti tedeschi si richiamarono proprio a questi passi di Engels per giustificare il loro tradimento del 1914 ed è Lenin stesso a ricordare loro la necessità di analizzare concretamente le condizioni storiche di ogni guerra, perché trasferire queste prese di posizione alla guerra imperialista iniziata il 1914 “è farsi beffa della verità”[14], in quanto nel XIX secolo:

“… non c’erano l’imperialismo attuale, le condizioni obiettive già mature del socialismo, partiti socialisti di massa in tutti i paesi belligeranti, quando cioè mancavano precisamente quelle condizioni dalle quali il manifesto di Basilea aveva dedotto la tattica della «rivoluzione proletaria» in rapporto alla guerra fra le grandi potenze”[15].

UNA LEZIONE DI TATTICA DIFFICILE DA CAPIRE

E’ in ogni caso impossibile sperare che i nostri “internazionalisti” riescano a capire la grande lezione di tattica che ci dà in questo caso Engels. Sulla base di una corretta valutazione delle forze in campo, propone di appoggiare il governo nella guerra, ma nell’interesse della rivoluzione europea e della difesa delle posizioni di forza acquisite dal partito e non lo fa in un’ottica subalterna, non capitola né col nemico esterno né col nemico interno. Propone di appoggiare il governo ma a patto di imporgli misure rivoluzionarie, creando le condizioni per una presa del potere e la prima di queste misure è richiedere l’intruppamento del popolo nell’esercito. Ci immaginiamo già come avrebbe latrato su questo il nostro testimone di geova, incapace di comprendere l’importanza della penetrazione nell’esercito!

LIQUIDAZIONE TRAMITE STORICIZZAZIONE

Ma torniamo al discorso che stavamo per fare, contro ogni tentativo di liquidazione mediante “storicizzazione” delle lezioni di Marx ed Engels. Ci spostiamo allora nel periodo della prima guerra mondiale, quando oramai si era già in piena epoca imperialista, riprendendo le posizioni di Lenin.

E’ noto come Lenin abbia sempre sostenuto il diritto delle nazioni all’autodecisione, inteso come diritto di separazione in uno Stato indipendente[16]. Egli ha difeso sempre questo principio, anche nei giorni della malattia che lo condusse alla morte. Lo ha difeso, ad es., contro le posizioni di Rosa Luxemburg, che, in una celebre polemica, sostenne in sostanza che “riconoscere il diritto di autodecisione equivale a sostenere il nazionalismo borghese delle nazioni oppresse”[17]. Lenin ribatté a questa critica dimostrando che la Luxemburg con questa posizione finiva col sostenere il nazionalismo borghese delle nazioni dominanti[18], mentre essere “contro ogni privilegio politico e nazionale, per il diritto, per l’uguale diritto di tutte le nazioni a costituirsi in uno Stato nazionale”[19] “è la sola politica proletaria nella questione nazionale”[20]. Per Lenin, non si tratta comunque mai di subordinarsi al nazionalismo borghese, anche se delle nazioni oppresse, bensì di subordinare

“… il nostro appoggio alle rivendicazioni dell’indipendenza nazionale agli interessi della lotta proletaria”[21]. “E’ precisamente agli interessi di questa lotta che noi dobbiamo subordinare la rivendicazione dell’autodecisione nazionale”[22], ciò nella consapevolezza che Ogni nazionalismo borghese delle nazioni oppresse ha un contenuto democratico generale diretto contro l’oppressione, e questo contenuto noi lo sosteniamo incondizionatamente, separando da esso con rigore la tendenza all’esclusivismo nazionale, combattendo l’aspirazione del borghese polacco a schiacciare gli ebrei, ecc. ecc.”[23].

Riteniamo superfluo soffermarci ulteriormente sull’illustrazione della posizione di Lenin sulla questione nazionale, su cui egli si è espresso in moltissime occasioni, ribadendo sempre nella sostanza la stessa linea che abbiamo adesso sinteticamente rappresentato, e che non può essere in alcun modo equivocata, se non ricorrendo ad un vero e proprio contrabbando di citazioni, cui è lo stesso Lenin a metterci in guardia[24]. Particolarmente interessante per il ragionamento che stiamo facendo è la polemica che Lenin ebbe con Karl Radek.

LENIN IN DISACCORDO CON KARL RADEK

Si è in piena prima guerra mondiale. A Zimmerwald si è tenuta una prima conferenza dei partiti che si sono opposti alla guerra e al tradimento sciovinista compiuto dalla II Internazionale. La maggioranza dei partecipanti alla conferenza si è dichiarata per la pace senza annessioni né indennizzi. Una minoranza, con Lenin e Radek, sostiene invece la parola d’ordine di trasformare la guerra imperialista in guerra civile. Si addiviene alla promulgazione di un manifesto comune in cui, fra l’altro, si proclama il diritto delle nazioni all’autodecisione[25]. La minoranza però presenta una dichiarazione da accludere al rapporto ufficiale, in cui vengono spiegati i limiti del Manifesto ed i motivi che hanno spinto comunque l’opposizione rivoluzionaria a sottoscriverlo. Fra i firmatari risultano proprio Lenin e Radek. Nel dibattito che segue anche sulla stampa delle organizzazioni partecipanti alla conferenza, Radek, firmandosi Parabellum, in un articolo “dichiara «illusoria» la «lotta per l’inesistente diritto di autodecisione» e ad essa contrappone la «lotta rivoluzionaria di massa del proletariato contro il capitalismo»”[26]. La risposta di Lenin è netta:

“Imperialismo significa superamento dei limiti degli Stati nazionali da parte del capitale, significa estensione e aggravamento dell’oppressione nazionale su una nuova base storica. Di qui, malgrado le opinioni di Parabellum, deriva precisamente che noi dobbiamo legare la lotta rivoluzionaria per il socialismo al programma rivoluzionario nella questione nazionale”[27]. “L’imperialismo è l’oppressione sempre maggiore dei popoli del mondo da parte di un pugno di grandi potenze, è il periodo di guerre tra queste potenze per l’estensione e il consolidamento dell’oppressione delle nazioni, è un periodo di inganno delle masse popolari da parte dei socialpatrioti ipocriti, i quali – col pretesto della «libertà dei popoli», del «diritto delle nazioni all’autodecisione» e della «difesa della patria» – giustificano e difendono l’oppressione della maggioranza dei popoli del mondo da parte delle grandi potenze. Perciò, nel programma dei socialdemocratici, il punto centrale dev’essere precisamente quella divisione delle nazioni in dominanti e oppresse, che rappresenta l’essenza dell’imperialismo e alla quale sfuggono mentendo i socialsciovinisti e Kautsky. Questa divisione non è sostanziale dal punto di vista del pacifismo borghese o dell’utopia piccolo-borghese della concorrenza pacifica tra nazioni indipendenti in regime capitalista, ma essa è indiscutibilmente sostanziale dal punto di vista della lotta rivoluzionaria contro l’imperialismo. E da questa divisione deve scaturire la nostra definizione – coerentemente democratica, rivoluzionaria e corrispondente al compito generale della lotta immediata per il socialismo – del «diritto delle nazioni all’autodecisione». In nome di questo diritto, lottando per il suo riconoscimento non ipocrita, i socialdemocratici delle nazioni dominanti debbono rivendicare la libertà di separazione per le nazioni oppresse, perché altrimenti il riconoscimento dell’eguaglianza di diritti delle nazioni e della solidarietà degli operai sarebbe in pratica soltanto una parola vuota, un’ipocrisia. E i socialdemocratici delle nazioni oppresse debbono considerare come fatto di primaria importanza l’unità e la fusione degli operai dei popoli oppressi cogli operai delle nazioni dominanti poiché altrimenti questi socialdemocratici diverranno involontariamente degli alleati dell’una o dell’altra borghesia nazionale, che tradisce sempre gli interessi del popolo e della democrazia che è sempre pronta, a sua volta, ad annettere e ad opprimere altre nazioni”[28].

Lenin accusa così apertamente Radek di fare il gioco dei socialsciovinisti e paragona la sua posizione a quella dei proudhoniani che, nel decennio 1860-1870 “«negavano» addirittura la questione nazionale e il diritto di autodecisione delle nazioni dal punto di vista dei compiti della rivoluzione sociale”[29] e illustra come Marx li schernisse nelle sue lettere ad Engels, mostrando l’affinità della loro posizione con lo sciovinismo francese[30].

Inoltre, particolarmente interessanti sono sia le note critiche verso l’opuscolo della Luxemburg del 1915[31] sia la successiva polemica che Lenin ha con i sostenitori dell’“economismo imperialistico”[32], come lo definisce lui stesso[33]. In queste polemiche Lenin ha la possibilità di spiegare meglio la sua posizione sull’imperialismo, la guerra e la questione nazionale. Scrivendo a Zinoviev, Lenin dice:

“Noi non siamo affatto contro la «difesa della patria» in generale. Non troverete mai questa assurdità in nessuna risoluzione (e in nessun mio articolo). Noi siamo contro la difesa della patria e la difensiva nella guerra imperialistica 1914-16 e nelle altre guerre imperialistiche, tipiche dell’epoca imperialistica. Ma nell’epoca imperialistica possono esserci anche guerre «giuste», di «difesa», rivoluzionarie [precisamente: 1) nazionali; 2) civili; 3) socialiste, ecc.]”[34].

LENIN IN DISACCORDO CON BUCHARIN, LUXEMBURG E RADEK

Lenin distingue fra guerre imperialiste, che sono guerre fra il “pugno di potenze” che opprimono le altre nazioni per spartirsi il mondo, e guerre nazionali, pertanto critica Bucharin, Junius (Luxemburg) e Radek che invece sostengono l’impossibilità di guerre nazionali nell’epoca imperialistica[35].

“La guerra contro le potenze imperialistiche, ossia contro i paesi oppressori da parte dei paesi oppressi (per esempio, i popoli coloniali) è una guerra effettivamente nazionale. Una simile guerra è possibile anche oggi. La «difesa della patria» da parte della nazione oppressa contro la nazione che l’opprime non è un inganno, e i socialisti non sono affatto contrari alla «difesa della patria» in questa guerra. L’autodecisione delle nazioni non è altro che la lotta per la completa indipendenza, contro le annessioni, e i socialisti non possono, senza rinunciare a essere socialisti, sottrarsi a questa lotta, in tutte le sue forme, compresa l’insurrezione o la guerra”[36]. “Nel periodo dell’imperialismo, guerre nazionali da parte delle colonie e dei paesi semicoloniali sono non soltanto probabili, ma inevitabili … Ogni guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Continuazione della politica di liberazione nazionale delle colonie saranno, necessariamente, le guerre nazionali di queste contro l’imperialismo. Simili guerre possono condurre a una guerra imperialista delle attuali «grandi» potenze imperialiste, ma possono anche non condurvi; ciò dipende da molte circostanze”[37].

Nel corso di queste polemiche Lenin ha modo anche di rispondere alle principali argomentazioni avanzate dai critici per contestare le sue posizioni, argomentazioni che ci ripropongono adesso, intatte nella sostanza, anche se molto più confusamente, i nostri “internazionalisti”, evitando accuratamente di far notare l’esplicito parere negativo espresso a suo tempo su esse da Lenin.

La prima di queste argomentazioni è che l’autodecisione di una nazione oppressa in epoca imperialistica sarebbe una cosa irrealizzabile. Lenin risponde affermando che vi è un nesso tra il problema dell’autodecisione e il problema generale della lotta per le riforme e per la democrazia”[38]. Per lui,

“l’autodecisione delle nazioni è solo una delle rivendicazioni democratiche e, in linea di principio, non si distingue affatto dalle altre”[39], per cui il problema “della «realizzabilità» dell’autodecisione nell’epoca dell’imperialismo è solo un aspetto particolare”[40] di quello “della «realizzabilità» della democrazia in regime capitalistico”[41]. “In generale la democrazia politica è soltanto una delle possibili (benché teoricamente normale per il capitalismo «puro») forme di sovrastruttura del capitalismo. Sia il capitalismo che l’imperialismo, come dimostrano i fatti, si sviluppano sotto qualsiasi forma politica, sottomettendole tutte. E’ quindi teoricamente sbagliato dire che è «impossibile realizzare» una delle forme e una delle rivendicazioni della democrazia”[42] anche se è chiaro che “non soltanto il diritto delle nazioni all’autodecisione, ma tutte le rivendicazioni essenziali della democrazia politica sono «realizzabili» nell’epoca imperialista soltanto in modo incompleto, deformato e in via di rara eccezione … Ma da questo non deriva affatto che la socialdemocrazia dovrebbe rinunciare alla lotta immediata e decisa per tutte queste rivendicazioni (facendolo, farebbe soltanto il giuoco della borghesia e della reazione); deriva appunto, invece, che essa deve formulare e porre tutte queste rivendicazioni in modo rivoluzionario e non riformista; non accontentandosi dei discorsi parlamentari e delle proteste verbali, ma attirando le masse alla lotta attiva, allargando e rinfocolando la lotta per ogni rivendicazione democratica fondamentale sino all’attacco diretto del proletariato contra borghesia, cioè sino alla rivoluzione socialista che espropria la borghesia”[43].

La seconda argomentazione contro l’autodecisione delle nazioni è il fatto che ogni lotta di una nazione oppressa contro la nazione dominante finirebbe con l’essere strumentalizzata dalle potenze imperialiste concorrenti. Lenin rintuzza seccamente questo ragionamento:

“Il fatto che la lotta per la libertà nazionale contro una potenza imperialista può essere utilizzata, in certe condizioni, da un’altra «grande» potenza per i suoi scopi egualmente imperialisti, non può costringere la socialdemocrazia a rinunziare al riconoscimento del diritto di autodecisione delle nazioni, così come i ripetuti casi di utilizzazione, a scopo d’inganno, per esempio nei paesi latini, delle parole d’ordine repubblicane da parte della borghesia per le sue manovre politiche e le sue rapine finanziarie, non possono costringere i socialdemocratici a rinunciare al loro repubblicanesimo”[44].

Una variante di questa critica alla possibilità di guerre nazionali nell’imperialismo è la tesi che esse si trasformerebbero inevitabilmente in guerre imperialiste. Lenin, come abbiamo già riportato, non è affatto d’accordo sull’inevitabilità di questa trasformazione, precisando che le guerre nazionali

“… possono condurre a una guerra imperialista delle attuali «grandi» potenze imperialiste, ma possono anche non condurvi; ciò dipende da molte circostanze”[45].

Lenin, nella polemica contro Junius (Luxemburg), riporta proprio un esempio che qui citiamo per esteso:

“… nella guerra dei sette anni, l’Inghilterra e la Francia lottavano per le colonie; conducevano, cioè, una guerra imperialista (che è possibile, tanto sulla base del dominio schiavistico e del capitalismo primitivo, quanto sulla base attuale di un capitalismo altamente sviluppato). La Francia fu vinta e perdette una parte delle sue colonie. Parecchi anni dopo, incominciò la guerra di liberazione nazionale degli Stati dell’America del Nord contro la sola Inghilterra. La Francia e la Spagna, che possedevano ancora una parte degli attuali Stati Uniti, furono spinte dalla loro ostilità contro l’Inghilterra – cioè dai loro interessi imperialistici – a stringere un accordo amichevole con gli Stati che si sollevavano contro l’Inghilterra. Eserciti francesi e americani sconfissero gli inglesi. Vediamo così una guerra di liberazione nazionale, nel corso della quale la rivalità imperialista si presenta come un elemento secondario, senza un serio significato; proprio l’opposto di quel che vediamo nella guerra del 1914-1916 (in cui l’elemento nazionale della guerra austro-serba non ha un serio significato, in confronto alle rivalità imperialistiche fondamentali che decidono di tutto)”[46].

Per Lenin “Soltanto un sofista potrebbe cancellare ogni distinzione tra guerre nazionali e guerre imperialiste con il pretesto che l’una può trasformarsi nell’altra”[47] e, proseguendo proprio in questo ragionamento si spinge anche a non escludere, anche se “sommamente improbabile”[48], che la stessa guerra imperialistica 1914-16 possa trasformarsi in guerra nazionale[49].

La terza argomentazione è che sarebbe sbagliato per il proletariato appoggiare le guerre nazionali perché anche in questi paesi la borghesia nazionale, in quanto borghesia, o opprime o è pronta ad opprimere altri popoli. Leggiamo come Lenin risponde:

“Difficilmente, comunque, qualcuno oserà negare che il Belgio, la Serbia, la Galizia, l’Armenia annessi chiameranno giustamente «difesa della patria» la loro «insurrezione» contro lo Stato che le ha annesse. Risulterebbe dunque che i compagni polacchi sono contro tale insurrezione per il motivo che anche in questi paesi annessi vi è una borghesia che anch’essa opprime altri popoli o, più giustamente: potrebbe opprimere, poiché si tratta del «suo diritto di opprimere». Quindi, per giudicare una determinata guerra o insurrezione si considera non il suo effettivo contenuto sociale (lotta di liberazione della nazione oppressa contro quella che l’opprime), ma la possibilità della borghesia attualmente oppressa di esercitare il suo «diritto all’oppressione». Se il Belgio, mettiamo nel 1917 verrà annesso dalla Germania, e nel 1918 esso insorgerà per la sua liberazione, i compagni polacchi saranno contro l’insurrezione perché la borghesia belga ha «il diritto di opprimere popoli stranieri». In questo ragionamento non vi è neppure un briciolo né di marxismo né di spirito rivoluzionario. Se non vogliamo tradire il socialismo dobbiamo appoggiare ogni insurrezione contro il nostro nemico principale, la borghesia dei grandi Stati, se non si tratta di un’insurrezione della classe reazionaria. Se rifiutiamo di sostenere l’insurrezione delle regioni annesse, noi diventiamo, oggettivamente, degli annessionisti”[50]. E ancora Lenin, poco più avanti, nel medesimo scritto: “L’errore teorico che è alla base di tutti i ragionamenti dei nostri colleghi polacchi, li ha portati ad essere degli annessionisti inconseguenti[51].

LENIN PARLA CHIARO

Vale la pena chiudere qui questa lunga esposizione della posizione di Lenin sulla questione nazionale con un’ultima sua citazione, che dovrebbe essere tenuta bene a mente da tutti questi “internazionalisti”, sperando che il lettore ci scusi per l’eccesso di citazioni, ma la verità sulla posizione leninista andava ristabilita contro tante mistificazioni e al posto delle interpretazioni nostre era più convincente riportare direttamente il pensiero di Lenin:

“Negare ogni possibilità di guerre nazionali nell’epoca dell’imperialismo è teoricamente sbagliato; storicamente è un errore evidente; praticamente equivale allo sciovinismo europeo: noi che apparteniamo a nazioni che opprimono centinaia di milioni di uomini in Europa, in Africa, in Asia, ecc., dovremmo dichiarare ai popoli oppressi che la loro guerra contro le «nostre» nazioni è «impossibile»”[52].

UN PO’ DI STORIA SUGLI “INTERNAZIONALISTI” ALL’ITALIANA

E’ a questo punto il caso di spendere alcune parole sul principale retroterra teorico su cui si basano gli “internazionalisti”. Quasi tutti fanno riferimento alle posizioni elaborate da quella corrente che si autodefinisce Sinistra Comunista e che ha in Amadeo Bordiga il suo principale esponente anche se nel corso degli anni essa si è suddivisa in varie frazioni, di cui, oltre quella dei bordighisti per così dire “ortodossi”, l’altra più significativa, per noi, è quella che fa riferimento ad Onorato Damen[53].

Quest’ultimo troncone è quello che sulla questione nazionale e sulle posizioni di Lenin esprime i giudizi più netti. Già nel momento della scissione con l’ala “ortodossa”, cioè nel 1952, rifiuta ogni partecipazione alle lotte di liberazione nazionale, anche quelle condotte nei paesi coloniali[54]. Per i dameniani infatti

“… il concetto di autodeterminazione è una aberrazione che può portare all’interventismo nelle contese interimperialistiche, spingendo il proletariato a combattere, invece che per la sua rivoluzione di classe, per interessi completamente estranei tanto alla soddisfazione dei suoi bisogni immediati quanto ai compiti storici che lo attendono in un più o meno prossimo futuro”[55].

Essi non temono di dichiarare su questo apertamente il proprio dissenso da Lenin, affermando di non essere stati d’accordo con lui:

“… quando egli riteneva rivoluzionarie e progressive in quanto tali le guerre nazionali in epoca imperialista. È vero che – come dice Lenin – le guerre nazionali sono “possibili” anche in epoca imperialista. …. Ma il primo problema che un comunista deve porsi è questo: in che misura esse sono utili alla rivoluzione comunista? In quale misura sono considerabili come tappe di questa? Se e in quanto sono rivolte contro una borghesia imperialista sul terreno pur sempre delle contraddizioni interimperialiste, allora Luxemburg (contro la quale polemizza Lenin nel suo scritto) ha ragione”[56].

Per quanto riguarda Bordiga, sulla questione nazionale questi non solo non si spinge mai a criticare Lenin su questo punto, ma anzi cerca di presentarsi come un suo coerente continuatore. Per Bordiga la questione nazionale assume un ruolo progressivo esclusivamente nell’ambito della lotta della borghesia per liberarsi dai residui feudali, superata questa fase le guerre nazionali diventano tutte reazionarie e tradisce il proletariato chi le appoggia[57]. Su questa base Bordiga stabilisce uno schema su scala storica. Dal 1789 al 1871 le guerre nazionali sono progressive nell’area che comprende l’Europa occidentale e gli USA, per cui

“Dal 1871 in poi, in tutta l’area euramericana, i marxisti radicali rifiutano ogni alleanza e blocco con partiti borghesi e su qualunque terreno”[58]. “La situazione pre-1871 … dura in Russia e in altri paesi dell’est europeo fino al 1917. … Mentre nell’area europea di Oriente può oggi considerarsi compiuta la sostituzione del modo capitalista di produzione e di scambio a quello feudale, nell’area asiatica è in pieno corso la rivoluzione contro il feudalesimo, e regimi anche più antichi, condotta da un blocco rivoluzionario di classi borghesi, piccolo-borghesi e lavoratrici”[59].

Queste frasi risalgono al 1953 ed in pratica esse affermano che, dal 1871 per l’Occidente e dal 1917 per l’est europeo, “chi nel campo europeo invoca ancora blocchi nazionali tra le classi, è traditore[60], mentre discorso differente è fatto per l’Oriente, in cui “i regimi sono ancora feudali”[61]. Qui non ci interessa discutere su come Bordiga intenda il ruolo indipendente del proletariato nel corso delle rivoluzioni democratiche, ma, per il nostro discorso, ci preme far notare che questi finisce col far rientrare dalla finestra quello che Lenin, nelle sue critiche alla Luxemburg, a Radek e a Bucharin, aveva cacciato dalla porta e cioè l’idea che la lotta per l’autodecisione delle nazioni sia impossibile e/o politicamente sbagliata. Certo Bordiga ammette questa lotta, ma esclusivamente per le colonie, per i “popoli colorati”, come si esprime, escludendo in maniera assoluta questa possibilità all’interno dei paesi industrializzati, dove varrebbe l’equazione guerra nazionale=guerra imperialista. Eppure è proprio contro questa equazione che, come abbiamo visto, si è espresso Lenin, distinguendo fra le due tipologie di guerra.

GUERRE DI LIBERAZIONE NAZIONALE E GUERRE IMPERIALISTE

Le prime sono guerre “per abbattere l’oppressione nazionale”[62], “delle nazioni oppresse contro i loro oppressori”[63] per la “liberazione dal giogo nazionale straniero”[64], in cui “una parte rovescia il giogo straniero e l’altra lo difende”[65].

“La guerra contro le potenze imperialistiche, ossia contro i paesi oppressori, da parte dei paesi oppressi (per esempio, i popoli coloniali) è una guerra effettivamente nazionale. Una simile guerra è possibile anche oggi. La «difesa della patria» da parte della nazione oppressa contro la nazione che l’opprime non è un inganno, e i socialisti non sono affatto contrari alla «difesa della patria» in questa guerra[66].

Di tutt’altra natura è per Lenin una guerra imperialista:

“… la guerra del 1914-1918 fu imperialista (cioè di usurpazione, di rapina, di brigantaggio) da ambo le parti, che si trattò di una guerra per la spartizione del mondo, per una suddivisione e nuova ripartizione delle colonie, delle «sfere di influenza» del capitale finanziario e via dicendo”[67].

Per Lenin, come abbiamo visto, entrambe le tipologie di guerra sono possibili nell’imperialismo e la realtà stessa ci dimostra come le questioni nazionali riguardino non solo i paesi coloniali o semicoloniali, ma siano presenti anche nelle aree capitalisticamente avanzate, come il crollo dell’Unione Sovietica ha dimostrato, vedi ad es. la Cecenia, senza dimenticare gli esempi della zona balcanica o basca o dell’Ulster o, soprattutto, quello palestinese. L’esistenza di questi conflitti, che hanno dato luogo o a guerre vere e proprie o a guerre civili striscianti durate anni e che, in alcuni casi, durano tuttora, smentisce nei fatti lo schema proposto nel 1953 da Bordiga, che dichiarava conclusa la fase delle guerre nazionali, come le definiva Lenin, in tutta Europa ed America del Nord. Potremmo limitarci a questo dato, per altro ammesso già da molti dell’area bordighista[68], ma cerchiamo di capire l’origine teorica dell’errore di Bordiga.

Per Lenin l’imperialismo non elimina l’oppressione nazionale, anzi l’acuisce. Con esso “l’oppressione delle nazioni da parte delle grandi potenze è diventata un fenomeno generale”[69].

“L’imperialismo è l’era del capitale finanziario e poi dei monopoli, che sviluppano dappertutto la tendenza al dominio, non già alla libertà. Da tali tendenze risulta una intensa reazione, in tutti i campi, in qualsiasi regime politico, come pure uno straordinario acuirsi di tutti i contrasti anche in questo campo. Specialmente si acuisce l’oppressione delle nazionalità e la tendenza alle annessioni, cioè alla soppressione della indipendenza nazionale (giacché annessione significa precisamente soppressione dell’autodecisione delle nazioni)”[70].

Proprio dopo questo passo, Lenin riporta una lunga citazione di Hilferding su come l’imperialismo, sviluppando i rapporti capitalistici nelle colonie arretrate, susciti in esse le lotte di liberazione nazionale. Tuttavia, molto significativamente, togliendo ogni alibi a chi vorrebbe relegare la questione nazionale solo all’ambito coloniale, Lenin commenta:

“Bisogna aggiungere che non solo nei paesi scoperti di recente, ma anche negli antichi l’imperialismo porta ad annessioni e all’inasprimento dell’oppressione nazionale e, per conseguenza, all’intensificazione della resistenza”[71].

Ciò che sfugge ai bordighisti è il fatto che per Lenin “la parola d’ordine dell’autodecisione dev’essere posta in relazione all’epoca imperialistica del capitalismo”[72], e perdere di vista questa relazione è un errore grave, come fa notare appunto dopo questa frase Lenin, perché:

“L’imperialismo sta proprio nella tendenza delle nazioni che ne opprimono altre a estendere e consolidare questa oppressione, a rispartire le colonie. Perciò il centro della questione dell’autodecisione delle nazioni, nella nostra epoca, sta proprio nell’atteggiamento dei socialisti delle nazioni che opprimono. Il socialista di un paese oppressore (Inghilterra, Francia, Germania, Giappone, Russia, Stati Uniti, ecc.) che non riconosca e non difenda il diritto delle nazioni oppresse all’autodecisione (cioè alla libera separazione), in effetti non è un socialista, ma uno sciovinista”[73].

I bordighisti, volendo far coincidere la realtà con gli schemi astratti dei loro ragionamenti, identificano la lotta contro l’oppressione nazionale con le forme storiche in cui essa si è manifestata prima dell’imperialismo, nell’epoca della formazione degli Stati nazionali in Europa occidentale, e sono portati a riconoscere come positive e progressive solo quelle lotte nazionali che si avvicinano il più possibile a questo schema, ecco perché al massimo si sono riferiti solo alle lotte anticoloniali (e questo, fra l’altro, vale solo per la corrente “ortodossa” dei bordighisti, perché le altre correnti negano ogni valore progressivo a tutte le lotte di liberazione nazionale). Tutto il resto viene bollato come mero conflitto interimperialistico.

IMPERIALISMO SENZA OPPRESSIONE NAZIONALE

La prima considerazione che va fatta a questo punto è che così si nega, in aperto contrasto con Lenin[74], che l’imperialismo segni un acuirsi di tutte le contraddizioni capitalistiche, inclusa l’oppressione nazionale. Un modo di pensare tipico del riformismo, che, come si sa, è fautore di una “teoria dell’attenuazione delle contraddizioni”[75]. Un esempio volgare di questa posizione la ritroviamo in Rostrum, che in uno dei suoi lunghi e retorici articoli così si esprime:

“Al giorno d’oggi, le sacche di oppressione nazionale ancora esistenti nel mondo – nelle quali non riteniamo si inserisca l’Ucraina – sono perlopiù confinate nelle zone di faglia dell’imperialismo, nelle intersezioni tra le sfere di influenza delle varie potenze imperialistiche. Il pluridecennale – in certi casi secolare – attrito tra opposti contendenti, senza un decisivo prevalere dell’uno sull’altro, ha trasformato queste aree in “zone grigie” dell’imperialismo, con un’economia strettamente legata alle esigenze dei paesi oppressori e al commercio dei prodotti di un’agricoltura estremamente arretrata”[76].

La seconda considerazione è che in questa negazione e/o svalutazione dell’importanza della questione nazionale, si manifesta una totale incomprensione di un aspetto importante dell’analisi che Lenin fa dell’imperialismo. Già prima, fra le citazioni da noi riportate (cfr. nota 27), avevamo trovato questa affermazione di Lenin, di cui mettiamo in grassetto le parole che vogliamo evidenziare:

“Imperialismo significa superamento dei limiti degli Stati nazionali da parte del capitale, significa estensione e aggravamento dell’oppressione nazionale su una nuova base storica[77].

Lenin ripete più volte questo concetto:

“L’imperialismo è l’epoca dell’oppressione delle nazioni su una nuova base storica. … «L’autodecisione delle nazioni è la parola d’ordine logora dell’epoca passata delle rivoluzioni e dei movimenti democratico-borghesi». L’imperialismo crea l’oppressione delle nazioni su una nuova base. L’imperialismo rinnova questa vecchia parola d’ordine. L’oriente e le colonie … «Nuovi» movimenti nazionali democratico-borghesi”[78].

Ora, se l’essenza dell’imperialismo, come si esprime lo stesso Lenin, è la divisione delle nazioni in dominate e dominanti, se questa oppressione dei popoli del mondo da parte di un pugno di grandi potenze è sempre crescente (cfr. nota 28), come si può mai credere che la fine del vecchio colonialismo, con la costituzione di Stati indipendenti al posto dei vecchi possedimenti coloniali, segni il superamento di questa oppressione? Come si può restare accecati dal superamento (mai definitivo) della vecchia forma prevalente di oppressione nazionale, quella della diretta occupazione, al punto da non comprendere che tale forma è stata sostituita da altre più pervasive e soffocanti? Eppure, più di un secolo fa, Lenin aveva già indicato che esistono diverse forme di oppressione nazionale:

“Tale epoca è caratterizzata non solo dai due gruppi fondamentali di paesi, cioè dai paesi possessori di colonie e dalle colonie stesse, ma anche dalle più svariate forme di paesi asserviti che formalmente sono indipendenti dal punto di vista politico, ma che in realtà sono avviluppati da una rete di dipendenza finanziaria e diplomatica”[79].

E, nell’elencare, a questo proposito, gli esempi dell’Argentina e del Portogallo e di come con quest’ultimo paese, l’Inghilterra avesse ottenuto privilegi commerciali di vario tipo, Lenin aggiunge:

“Simili rapporti tra i singoli grandi e piccoli Stati esistettero sempre, ma nell’epoca dell’imperialismo capitalistico essi diventano sistema generale, sono un elemento essenziale della politica della «ripartizione del mondo», e si trasformano in anelli della catena di operazioni del capitale finanziario mondiale”[80].

Non comprendere che, pur avendo raggiunto quasi tutte le nazioni l’indipendenza politica, l’oppressione nazionale si è acuita, è un errore speculare a quello di chi sosteneva l’inutilità della rivendicazione dell’autodecisione delle nazioni in quanto essa non avrebbe eliminato la loro dipendenza economica dalle grandi potenze. Il ragionamento viene capovolto, ma ugualmente resta sbagliato: visto che (quasi) tutti i popoli sono suddivisi oggi in Stati formalmente indipendenti, lottare contro l’oppressione nazionale è di per sé un fatto reazionario, rubricabile in un conflitto interimperialistico.

Con l’imperialismo ci troviamo di fronte ad una nuova fase storica dove si ridefiniscono i rapporti fra nazioni con lo sfruttamento di un numero sempre maggiore di nazioni piccole e deboli per opera di un ristretto gruppo di nazioni più ricche e potenti[81].

IL DOPOGUERRA FRA SPARTIZIONE E MOVIMENTI DI LIBERAZIONE

Questo ci porta al dopoguerra, alla spartizione del mondo fra le grandi potenze ed ai movimenti di liberazione nazionale delle colonie e semicolonie. Movimenti che hanno determinato un mutamento della forma dell’oppressione ma non del suo contenuto economico, nazioni formalmente indipendenti ma ingabbiate nei rapporti con le potenze che si sono spartite il mercato mondiale. In questa situazione qualunque nazione minore, che per suoi processi interni metta in discussione questa collocazione, rischia l’intervento militare, e quando questo si realizza apertamente, le viene negato in concreto il diritto all’autodeterminazione, è costretta a combattere per riconquistarlo. Molti esempi recenti si possono riportare di simili interventi militari: le invasioni statunitensi di Grenada del 1983 e quella, più sanguinosa, di Panama del 1989, per non parlare dell’Irak e dell’Afghanistan; quelle russe della Georgia del 2008 e della Crimea del 2014, non citando l’attuale invasione in Ucraina; l’intervento militare francese (insieme ad altre potenze, fra cui USA, Gran Bretagna, per poi estendersi ad una vera coalizione a guida NATO) in Libia nel 2011, ma anche quello in Mali nel 2013 (a sostegno del governo fantoccio locale). Mi fermo qui negli esempi (non ho citato ad es. l’intervento NATO contro la Serbia nel 1999), ma va detto che l’opzione militare per “disciplinare” nazioni asservite, nella crisi diventa sempre più frequente. Ultimo, recentissimo esempio sono le minacce di un intervento militare USA contro le Isole Solomone a causa degli accordi stipulati da questo Stato con la Cina.

E’ facile prevedere che con il procedere della crisi capitalistica, simili situazioni siano destinate a moltiplicarsi, così come lo scontro sempre più violento e feroce fra le stesse nazioni dominanti sfoci in una vera e propria guerra imperialista.

LENIN VEDEVA LUNGO

Per quanto riguarda l’oppressione nazionale, che è ciò di cui stiamo discutendo adesso, è da rilevare che Lenin descrive perfettamente questo quadro:

“Il capitalismo in generale e l’imperialismo in particolare trasforma la democrazia in una illusione; nello stesso tempo il capitalismo suscita nelle masse aspirazioni democratiche, crea istituzioni democratiche, inasprisce l’antagonismo fra l’imperialismo, che nega la democrazia, e le masse, che aspirano alla democrazia”[82].

“La lotta nazionale, l’insurrezione nazionale, la separazione nazionale sono assolutamente «realizzabili» e si manifestano di fatto nell’epoca dell’imperialismo, anzi si intensificano, perché l’imperialismo non frena lo sviluppo del capitalismo e il rafforzamento delle tendenze democratiche tra le masse della popolazione, ma acuisce l’antagonismo tra queste aspirazioni democratiche e le tendenze antidemocratiche dei trusts”[83].

A questo proposito, già nel 1903 Lenin avvertiva che:

“Non c’è dubbio che oggi l’antagonismo di classe ha respinto lontano, in secondo piano, le questioni nazionali, ma non si può affermare in modo categorico, senza rischiare di cadere nel dottrinarismo, che non è possibile la momentanea comparsa sulla scena politica dell’una o dell’altra questione nazionale”[84].

Nel suo “saggio popolare” sull’imperialismo, Lenin ci descrive anche i processi economici di fondo che producono l’intensificarsi delle guerre nazionali e lo fa a partire dalla legge dello sviluppo ineguale[85]:

“Monopoli, oligarchia, tendenza al dominio anziché alla libertà, sfruttamento di un numero sempre maggiore di nazioni piccole e deboli per un numero sempre maggiore di nazioni più ricche o potenti; queste le caratteristiche dell’imperialismo, che ne fanno un capitalismo parassitario e putrescente. Sempre più netta appare la tendenza dell’imperialismo a formare lo «Stato rentier», lo Stato usuraio, la cui borghesia vive esportando capitali e «tagliando cedole». Sarebbe erroneo credere che tale tendenza alla putrescenza escluda il rapido incremento del capitalismo: tutt’altro. Nell’età dell’imperialismo i singoli paesi palesano, con forza maggiore o minore, ora l’una ora l’altra di queste tendenze. In complesso il capitalismo cresce assai più rapidamente di prima, senonché tale incremento non solo diviene in generale più sperequato ma tale sperequazione si manifesta particolarmente nell’imputridimento dei paesi capitalisticamente più forti (Inghilterra)”[86].

“L’esportazione di capitali influisce sullo sviluppo del capitalismo nei paesi nei quali affluisce, accelerando tale sviluppo. Pertanto se tale esportazione, sino a un certo punto, può determinare una stasi nello sviluppo dei paesi esportatori, tuttavia non può non dare origine a una più elevata e intensa evoluzione del capitalismo in tutto il mondo”[87].

“Il più rapido sviluppo capitalistico si verifica nelle colonie e nei paesi transoceanici. Tra essi sorgono nuove potenze imperialistiche (il Giappone). La lotta degli imperialisti mondiali diventa più aspra. Le imprese coloniali e transoceaniche particolarmente redditizie pagano sempre maggiori tributi al capitale finanziario. Nella ripartizione del «bottino» la parte di gran lunga maggiore spetta a paesi che non sempre hanno i primi posti per la rapidità di sviluppo delle forze produttive”[88].

E’ dunque lo stesso corso dello sviluppo capitalistico che nell’imperialismo determina da un lato il crescere dell’oppressione e dello sfruttamento nazionale, e dall’altro il rafforzamento delle forze e delle spinte che nelle nazioni oppresse tendono a ribellarsi a questa situazione di oppressione. Ciò avviene anche se questa tendenza alla liberazione nazionale deve fare i conti, oltre che con la prepotenza della nazione dominante, con la disomogeneità e discontinuità dello sviluppo e la presenza di settori importanti della borghesia nazionale collusa e legata da mille fili con la borghesia dello stato opprimente.

E ORA QUALE AZIONE INTERNAZIONALISTA DEGLI OPERAI?

Di fronte al verificarsi di questi movimenti e guerre nazionali, quale deve essere la posizione degli operai?

Torniamo ancora una volta a Lenin. Già nel prosieguo della citazione da noi riportata (Nota 82), in cui parla dell’acuirsi del contrasto fra negazione imperialistica della democrazia e aspirazione crescente delle masse verso di essa, egli aggiunge:

“Il capitalismo e l’imperialismo non possono essere rovesciati con le riforme democratiche, nemmeno con le più «ideali», ma soltanto con la rivoluzione economica; e il proletariato se non si viene educando nella lotta per la democrazia, è incapace di compiere questa rivoluzione. … l’esplosione e gli sviluppi dell’insurrezione socialista contro l’imperialismo sono indissolubilmente legati all’accentuarsi della resistenza e dell’indignazione democratica”[89].

Ed in altri scritti: “Il rafforzamento dell’oppressione nazionale durante l’imperialismo non determina per la socialdemocrazia la rinunzia alla lotta «utopistica» (come viene definita dalla borghesia) per la libertà di separazione delle nazioni, ma determina, al contrario, una più ampia utilizzazione dei conflitti che sorgono anche su questo terreno, come motivi per l’azione di massa, per le azioni rivoluzionarie contro la borghesia”[90].

“… utilizzare ai fini della rivoluzione socialista tutti i movimenti nazionali contro l’imperialismo”[91].

“Senonché, per il marxismo, le formule generali e astratte come l’«apatriottismo» non hanno il minimo valore. La patria, la nazione sono categorie storiche. Se, in una guerra, si tratta di difendere la democrazia o lottare contro il giogo che opprime la nazione, non sono affatto contrario a una simile guerra e non ho paura di parole come «difesa della patria», quando si riferiscono a una guerra di questo genere o all’insurrezione. I socialisti si schierano sempre con gli oppressi e non possono, quindi, avversare una guerra che abbia per scopo la lotta democratica o socialista contro l’oppressione”[92].

Possiamo, a questo punto, sintetizzare la nostra posizione sulla questione nazionale, ricordando che, come abbiamo visto prima (cfr. citazione della Nota 28), Lenin distingue chiaramente la differenza obiettiva che esiste tra gli operai, a seconda che vivano nella nazione dominante o in quella oppressa, ed è per questo che sostiene la necessità che i primi debbano essere incondizionatamente per l’autodecisione della nazione oppressa, mentre i secondi lo debbano essere condizionatamente, mettendo al centro della loro azione l’unità con gli operai della nazione opprimente[93].

Quando, come in Ucraina, siamo in presenza dell’invasione di una nazione dominata da parte della potenza opprimente, la resistenza armata di tutte le classi contro l’oppressione è un atto veramente progressivo di sfida all’imperialismo e alla sua caratteristica politica estera, quella dell’epoca del capitalismo monopolistico. Si ripresenta il problema del sostegno all’autodeterminazione da parte degli operai dei paesi dominanti, si presenta per i dominati la lotta contro questo dominio e la loro azione comune è essenziale. La particolarità sta nel fatto che, per gli operai del paese che opprime direttamente, il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione richiede un impegno diretto contro il proprio governo, per gli operai dei grandi paesi concorrenti nella spartizione del bottino la prima azione internazionalista è appoggiare la resistenza della nazione oppressa e attaccare il proprio governo nella misura in cui, per gli interessi economici del proprio imperialismo, esso sostiene l’autodeterminazione solo per subentrare al posto del suo concorrente. E per gli operai del paese oppresso? Sfruttare l’occasione, resistendo all’invasione, partecipando alla lotta di liberazione nazionale, per aprire nuove prospettive nella lotta contro la propria borghesia.

PAROLA ALL’IMBROGLIONE

A questo punto potremmo anche fermarci, perché pensiamo di aver sufficientemente chiarito il corretto punto di vista marxista sulla questione nazionale, ma, forse, vale la pena spendere ancora qualche parola sul tentativo maldestro fatto da alcuni di presentare le proprie posizioni “internazionaliste” come coerenti col pensiero di Marx e, soprattutto, di Lenin, un’opera veramente improba per chi è così lontano dalla lettera e dallo spirito del loro pensiero. Ci riferiamo qui a Rostrum, da noi già incontrato nel corso dello scritto e a Alessandro Mantovani, che ha pubblicato un articolo dal titolo Autodeterminazione dell’Ucraina?. Gli scritti di entrambi sono facilmente reperibili in rete.

In verità, l’unico che meriterebbe l’attenzione di una critica specifica è il Mantovani, in quanto ha cercato di supportare il suo discorso, esposto in forma compiuta, con una serie di riferimenti precisi al pensiero di Lenin, ed è per questo che a lui dedicheremo più spazio in una seconda (più breve) parte del nostro lavoro.

Rostrum invece ha pubblicato più articoli, spesso con affermazioni contraddittorie fra loro, pieni di una retorica boriosa, aggravata dal patetico suo atteggiarsi a novello moderno Lenin del 2022, ridotto però, pretescamente, da dirigente del proletariato internazionale a “fustigatore” degli opportunisti (o presunti tali), una specie di moderno Santo Inquisitore. A questo si aggiunge la pratica di saccheggiare gli scritti di Lenin, usandoli come mero serbatoio di frasi da appiccicare a sostegno del proprio ragionamento, senza alcuno sforzo di riportare in maniera organica il pensiero dell’autore e per di più, praticando senza ritegno un cinico taglia e cuci delle stesse citazioni per “addomesticarle” a proprio uso e consumo. Non vogliamo tediare il lettore con il riportare tutti gli esempi di questa disdicevole pratica di contrabbando delle citazioni utilizzata sistematicamente da Rostrum. Ne abbiamo già riportato un esempio nella Nota 24. Ci riserviamo di evidenziarne altri, se sarà necessario, nel corso dell’esposizione delle sue posizioni che faremo più avanti a partire dal capitoletto “Sempre per l’autodecisione, ma non oggi per carità”. Mi limito qui di seguito a riportare solo due esempi, a conferma della fondatezza delle nostre affermazioni, entrambi tratti dal già citato suo articolo La guerra in Ucraina e la questione nazionale nell’epoca della maturazione imperialistica.

LENIN E LE CITAZIONI AZZOPPATE

Nel primo esempio, Rostrum riporta questa citazione di Lenin:

“L’imperialismo è la fase suprema dello sviluppo del capitalismo. Il capitale ha sorpassato nei paesi avanzati i limiti degli Stati nazionali, ha sostituito alla concorrenza il monopolio, creando tutte le premesse oggettive per l’attuazione del socialismo. Perciò nell’Europa occidentale e negli Stati Uniti la lotta rivoluzionaria del proletariato per l’abbattimento dei governi capitalistici e per l’espropriazione della borghesia è all’ordine del giorno”[94].

La citazione gli serve per far notare che quest’area si è estesa notevolmente. Una ovvietà che non si può non accettare, ma che, guarda caso, per lui diventa una discriminante, uno spartiacque fra i “marxisti” e chi non coglie che le rivendicazioni nazionali sarebbero costruite artificialmente dall’imperialismo. Siamo qui alla riproposizione della sua errata tesi della attenuazione, se non scomparsa, dell’oppressione nazionale nell’attuale fase imperialistica. Su questo abbiamo già discusso, ma dove è il contrabbando nelle citazioni che qui ci interessa? Nel fatto che, proseguendo la citazione riportata incompleta da Rostrum, scopriamo che Lenin dice esattamente l’opposto di quello che Rostrum vorrebbe sostenere e cioè afferma che l’imperialismo aumenta l’oppressione nazionale. Riporto qui il prosieguo della frase, mettendo in grassetto i passi che più ci interessano:

“L’imperialismo spinge le masse verso questa lotta, acutizzando in modo straordinario gli antagonismi di classe, peggiorando le condizioni delle masse sia nel campo economico – trust, caroviveri – che in quello politico: il militarismo si sviluppa, le guerre diventano più frequenti, la reazione si rafforza, l’oppressione nazionale e il brigantaggio coloniale si accentuano e si estendono. Il socialismo vittorioso deve necessariamente instaurare la completa democrazia e, quindi, non deve attuare solo l’assoluta eguaglianza dei diritti delle nazioni, ma anche riconoscere il diritto di autodecisione delle nazioni oppresse, cioè il diritto alla libera separazione politica. Quei partiti socialisti i quali non dimostrassero mediante tutta la loro attività – sia oggi, sia nel periodo della rivoluzione, sia dopo la vittoria della rivoluzione – che essi liberano le nazioni asservite e basano il loro atteggiamento verso di esse sulla libera unione, – e la libera unione non è che una frase menzognera senza la libertà di separazione, – tali partiti tradirebbero il socialismo”[95].

E’ evidente che non riportare l’esatto pensiero di Lenin, ma solo uno spezzone del suo ragionamento, da utilizzare a sostegno di una posizione che dice l’opposto di quello che invece sostiene proprio in questo scritto Lenin, a sostegno cioè di una posizione, quella di Rostrum, che predica l’attenuazione e non l’acutizzazione delle oppressioni nazionali nell’imperialismo, è definibile con un unico termine: imbrogliare. E tanto più è ingiustificabile questo comportamento in quanto in tutto l’articolo, da cui Rostrum ha pescato la citazione (fra l’altro tratta da un paragrafo dal titolo L’imperialismo, il socialismo e la liberazioni delle nazioni oppresse), Lenin afferma la necessità di inserire nel programma la parola d’ordine dell’autodecisione delle nazioni, in quanto essa è “l’espressione conseguente della lotta contro qualsiasi oppressione nazionale”[96]. Per Lenin, in contrapposizione con l’opportunismo dei kautskiani:

“… il programma della socialdemocrazia deve mettere in evidenza la differenziazione delle nazioni in nazioni dominanti e nazioni oppresse, differenziazione fondamentale, essenzialissima ed inevitabile nell’epoca imperialista”[97].

E vale la pena qui, ce ne scusi il lettore, riportare di nuovo la citazione di Lenin, tratta dal medesimo articolo, da noi già riferita nella Nota 90:

“Il rafforzamento dell’oppressione nazionale durante l’imperialismo non determina per la socialdemocrazia la rinunzia alla lotta «utopistica» (come viene definita dalla borghesia) per la libertà di separazione delle nazioni, ma determina, al contrario, una più ampia utilizzazione dei conflitti che sorgono anche su questo terreno, come motivi per l’azione di massa, per le azioni rivoluzionarie contro la borghesia”[98].

ANCORA CITAZIONI MOZZATE

Nel secondo esempio, Rostrum riporta questo passo di Lenin:

“Per il capitalismo, sono divenuti angusti i vecchi Stati nazionali, senza la cui formazione esso non avrebbe potuto abbattere il feudalesimo. Il capitalismo ha sviluppato a tal punto la concentrazione, che interi rami dell’industria sono nelle mani di sindacati, di trust, di associazioni di capitalisti miliardari, e quasi tutto il globo è diviso tra questi «signori del capitale», o in forma di colonie o mediante la rete dello sfruttamento finanziario che lega con mille fili i paesi stranieri”[99].

Rostrum si ferma qui, ancora una volta, nel riportare la citazione, che, così monca, gli risulta utile per suffragare la sua idea, che si guarda bene dall’esplicitare in forma chiara, di un imperialismo sovranazionale, una nuova formulazione dell’ultraimperialismo di kautskiana memoria, una sorta di moderno Moloch, in cui la distinzione, essenziale per Lenin nell’imperialismo, di paesi oppressi e paesi oppressori si sfoca, fin quasi ad annullarsi. E non a caso per lui l’Ucraina, pur non essendo una potenza imperialista, pur non essendo una colonia, non è definita una nazione oppressa, ma semplicemente “un paese capitalistico legato con mille fili all’imperialismo mondiale …. invischiata in una rete di alleanze imperialiste. E, si badi bene, il termine usato è quello di “alleanza” e non di “dipendenza” od “oppressione”. Ma dire che un paese capitalistico sia legato con mille fili all’imperialismo mondiale significa non dire nulla. Quale Stato capitalista non è legato con mille fili? Nessuno, e nessuno nel mercato mondiale potrebbe non esserlo. Il problema vero è determinare in che modo una nazione si colloca in questa rete di relazioni, come nazione oppressore o come nazione oppressa? Ma il Rostrum preferisce sostituire l’analisi e la definizione scientifica con le parole ad effetto, che servono a nascondere il problema vero di definire o meno l’Ucraina come una nazione dominata, dirimente per il giudizio sulla guerra in corso, e conclude con un’altra affermazione priva di valore, ma fatta ad arte per suscitare nel lettore un sentimento di ostilità nei confronti della resistenza all’invasione russa, chiedendo retoricamente se l’Ucraina: È o non è un paese capitalistico che sfrutta la propria classe operaia. E allora? Dove è mai esistita una borghesia che non sfrutta gli operai? Senza operai da sfruttare non può esistere la borghesia. Forse nel periodo della formazione degli Stati nazionali non c’era una borghesia che sfruttava gli operai? E nei paesi coloniali che si sono ribellati al colonialismo, non c’era una borghesia che sfruttava gli operai? Eppure Marx, Engels e Lenin, come abbiamo visto anche in questo articolo, hanno sempre appoggiato queste lotte nazionali, riconoscendone il loro valore progressivo.

Ma torniamo alla questione dei fili che legano i paesi capitalistici fra loro. Purtroppo per il Rostrum, Lenin ha ben chiaro che nel capitalismo “… i mille fili del capitale finanziario esistono nella stragrande maggioranza dei paesi coloniali”[100], e non si è mai sognato di dire che, siccome ci sono questi mille fili, quegli Stati cessano di essere colonie. Contro queste frasi vuote del Rostrum, si possono tranquillamente rivolgere le parole che Lenin ha pronunciato contro quegli economisti borghesi che, pur di non riconoscere il carattere di crescente socializzazione della produzione corrispondente alla fase imperialistica, si limitavano a parlare di “intreccio” crescente:

“Che cosa significa la parola «intreccio»? Essa indica soltanto il carattere più appariscente di un processo che si va compiendo sotto i nostri occhi. Essa dimostra semplicemente che l’osservatore vede i singoli alberi, ma non si accorge del bosco. Essa traduce servilmente il lato esteriore, casuale, caotico, e tradisce nell’osservatore un uomo che è sopraffatto dalla copia del materiale e non ne concepisce più il significato e l’importanza”[101].

IL CONTRABBANDIERE NON MOLLA L’OSSO

Ma torniamo alla citazione riportata dal nostro contrabbandiere. Come potrà verificare il lettore, al contrario di quello che vuol far credere il Rostrum, Lenin qui, sì proprio qui, sta di nuovo facendo riferimento a quella distinzione essenziale nell’imperialismo fra nazioni dominanti e dominate che il Rostrum vuole astutamente annacquare, al punto da omettere ad hoc ogni riferimento di Lenin su questo. Riportiamo in grassetto le parti che maggiormente ci interessano. Dunque la citazione di Lenin così prosegue:

“Il libero commercio e la concorrenza sono stati sostituiti dalla tendenza al monopolio, dall’usurpazione di terre per impiegarvi dei capitali, per esportare materie prime, ecc. Da liberatore delle nazioni quale era nella lotta contro il feudalesimo, il capitalismo nella fase imperialista, è diventato il maggiore oppressore delle nazioni. Da progressivo, il capitalismo è divenuto reazionario; ha sviluppato a tal punto le forze produttive, che l’umanità deve o passare al socialismo o sopportare per anni, e magari per decenni, la lotta armata tra le «grandi» potenze per la conservazione artificiosa del capitalismo mediante le colonie, i monopoli, i privilegi e le oppressioni nazionali di ogni specie[102].

Crediamo che con questi due ultimi esempi e con quello riportato nella Nota 24 abbiamo sufficientemente dimostrato la fondatezza della nostra accusa di contrabbando delle citazioni rivolta al Rostrum[103]. Una pratica che non solo è riprovevole, perché tesa ad ingannare il lettore, facendo astutamente credere che le posizioni sostenute siano in linea col pensiero leniniano, ma che mostra come l’autore sia perfettamente consapevole di questa sua lontananza dalle posizioni espresse da Lenin, senza avere il coraggio e l’onestà intellettuale di esplicitare le sue critiche. In un solo passaggio, quasi tra le righe e a denti stretti, c’è da parte sua una ipocrita “confessione” ed è quando ammette che “si possano muovere taluni rilievi critici a singoli aspetti dell’elaborazione leniniana”[104]. Non ci illudiamo affatto che un tale mestatore di citazioni potrà mai chiarire a quali “rilievi critici” si riferisce.

Passiamo ora alla critica delle posizioni di Rostrum, anche se è difficile ricostruirle, immerse come sono in un mare di retorica e di affermazioni contraddittorie fra loro, fatte allo scopo di nascondere l’inconsistenza dei propri ragionamenti.

SEMPRE PER L’AUTODECISIONE, MA NON OGGI PER CARITA’

Già abbiamo visto come, erroneamente, Rostrum consideri l’oppressione nazionale un fenomeno residuale nell’attuale fase dell’imperialismo, non comprendendo le forme prevalenti in cui essa si manifesta oggi e negando, in sostanza, che l’imperialismo sia per Lenin, come abbiamo già visto, “tendenza al dominio anziché alla libertà”[105], che porta ad un acuirsi dell’oppressione nazionale. Eppure, Rostrum afferma solennemente: “In quanto comunisti internazionalisti riconosciamo e difendiamo il diritto delle nazioni oppresse all’autodecisione, sempre[106]. Sempre ma non oggi, sia chiaro, si affretta a precisare l’aspirante affossatore cimiteriale[107] e così questa sua frase assume il suono sinistro del prete pedofilo che recita le parole del Vangelo “lasciate che i fanciulli vengano a me”. Siamo al vecchio caso del “socialista” di una nazione dominante che sentenzia, da dotto professore, ai popoli oppressi, ridotti già dal nostro al rango di fenomeni marginali nell’imperialismo, che la loro lotta per la liberazione è impossibile ed inutile e per lui vale la condanna senza appello di Lenin:

“… il socialista di una nazione dominante, il quale, sia in tempo di pace che in tempo di guerra, non svolge la propaganda per la libertà delle nazioni oppresse di separarsi, non è un socialista, un internazionalista, ma uno sciovinista! Il socialista di una nazione dominante che non svolge questa propaganda malgrado i divieti dei governi, vale a dire nella stampa libera, cioè nella stampa illegale, è un fautore ipocrita dell’eguaglianza delle nazioni!”[108]:

E vale la pena qui riportare di nuovo la citazione di Nota 52:

“Negare ogni possibilità di guerre nazionali nell’epoca dell’imperialismo è teoricamente sbagliato; storicamente è un errore evidente; praticamente equivale allo sciovinismo europeo: noi che apparteniamo a nazioni che opprimono centinaia di milioni di uomini in Europa, in Africa, in Asia, ecc., dovremmo dichiarare ai popoli oppressi che la loro guerra contro le «nostre» nazioni è «impossibile»”[109].

IL SERVETTO DELL’IMPERIALISMO E’ RECIDIVO

Eppure, malgrado questi moniti di Lenin, il nostro “internazionalista” leninista non si lesina di dichiararsi contrario alla lotta dei palestinesi, dei curdi (chi sa perché quella del popolo Saharawi non viene citato in questa classifica), dileggia quella dei talebani, guadagnandosi sul “campo” il titolo di servetto dell’imperialismo mondiale.

Per Rostrum, nelle zone di “faglia” (termine confuso dietro il quale si vuole nascondere l’assenza di una qualsiasi seria analisi), le uniche in cui esisterebbe ancora l’oppressione nazionale, la presenza di una borghesia compradora[110] e l’immaturità dello sviluppo del proletariato renderebbero impossibile ogni movimento nazionale, per cui l’unica soluzione consisterebbe “nella più stretta unione dei lavoratori delle nazionalità oppresse con il proletariato dei paesi oppressori della regione. Un’unione che se realizzata, non può certamente accontentarsi della mera risoluzione delle «questioni nazionali»”[111]. L’ipocrisia domina. Invece di rivelare esattamente come la pensa, e cioè che il proletariato dei paesi oppressi deve disinteressarsi della questione nazionale, conseguenza logica inevitabile delle sue premesse, Rostrum dice che questo proletariato (anzi, in verità, lui parla genericamente qui di lavoratori) la potrebbe affrontare solo in unione col proletariato delle nazioni dominanti, ma a quel punto, aggiunge, tanto varrebbe fare la rivoluzione socialista. Una serie di illogicità manifeste. Premettendo che per Lenin

“… anche là dove è quasi assente il proletariato, è possibile suscitare nelle masse l’aspirazione a un pensiero politico indipendente e ad un’azione autonoma”[112],

laddove la borghesia di un paese rinuncia alla lotta contro l’oppressione nazionale, come avvenne in Russia per le borghesie delle nazionalità oppresse, tocca al proletariato mettersi “alla testa del popolo per la rivoluzione democratica vittoriosa”[113], sorge spontanea una domanda: se il proletariato è tanto debole e marginale da non essere in grado di farlo, come può pensare Rostrum che sia capace di fare addirittura la rivoluzione socialista?

L’INTERVENTO MILITARE DA MARTE

Ma l’argomento più forte con cui Rostrum pensa di negare ogni validità alle lotte contro l’oppressione nazionale è che esse non sarebbero contro l’imperialismo bensì dentro l’imperialismo”[114]. Ci scusi il lettore, ma non riusciamo a dare nessun senso compiuto a questa frase. Dominando l’imperialismo l’intero globo terrestre, a meno che non si ipotizzi un intervento militare da Marte o da qualche altro pianeta, come potrebbe esserci una guerra contro l’imperialismo che non si svolga dentro l’imperialismo? Anzi, essendo queste lotte manifestazioni di una delle sue importanti contraddizioni interne, è impensabile che esse non siano dentro l’imperialismo. Tanto più c’è incomprensibile questa frase se si considera che, a dimostrazione di come il Rostrum scambi per ragionamento l’affastellamento di frasi in contraddizione l’una con l’altra, leggiamo nel suo articolo successivo:

“L’autodeterminazione è borghese? Ma è di per sé evidente che finché ci sarà la necessità di battersi contro le oppressioni e le annessioni imperialistiche vorrà dire che ci troviamo ancora nell’ambito della società capitalistica, con le sue nazioni ed i suoi Stati. D’altronde la stessa lotta di classe presuppone il fatto che non si sia ancora fuoriusciti dalla società borghese”[115].

E allora? Che senso ha fantasticare oggi su una lotta antimperialista che sia contro ma fuori l’imperialismo? Forse perché Rostrum vorrebbe che una borghesia nazionale oppressa non lottasse contro la nazione che l’opprime, non lottasse per emanciparsi dall’oppressione particolare che subisce, bensì contro l’oppressione imperialistica in generale? Ed è forse per questo che si chiede:

“Quale libertà difende la borghesia ucraina che conduce la guerra anti-russa? La libertà dall’imperialismo? Ma la libertà dall’imperialismo russo implica la libertà dall’imperialismo americano, da quello delle potenze europee o dalla Cina?”[116].

Siamo di fronte qui alla grottesca riproposizione della tesi che rifiutava l’autodecisione delle nazioni a causa della sua irrealizzabilità economica, tesi che Lenin, come abbiamo già visto, ha stroncato decisamente. E’ mai possibile credere che un singolo Stato dipendente sia in grado di sfuggire al dominio economico dell’imperialismo, quando sappiamo che l’imperialismo è in grado di annettersi economicamente anche se non politicamente stati indipendenti mediante “la soggezione finanziaria” e “l’accaparramento delle aziende, degli stabilimenti, delle fonti di materie prime”[117], quindi con mezzi puramente economici (il che non esclude il ricorso anche a mezzi politici e militari)? Nel quadro dell’imperialismo, in cui le nazioni sono divise in dominanti e dominate, equivale a credere che basti liberarsi dalla oppressione della nazione dominante per diventare di colpo Stato dominante. Una confusione mentale[118] evidente, che dimostra che non si è capito che:

“In regime capitalista non si può sopprimere l’oppressione nazionale (e politica in generale). Per farlo è necessario abolire le classi, cioè instaurare il socialismo”[119].

Non si è capito cioè che la rivendicazione dell’indipendenza nazionale è una parola d’ordine politica e che:

“… è radicalmente sbagliato parlare di irrealizzabilità dell’autodecisione nel senso dell’impossibilità economica”[120].

“Si chiama autodecisione delle nazioni la loro indipendenza politica. L’imperialismo aspira a distruggerla, perché con l’annessione politica quella economica è spesso più agevole, meno costosa (è più facile corrompere i funzionari, ottenere concessioni, far promulgare una legge vantaggiosa, ecc.), meno complicata e più tranquilla; allo stesso modo l’imperialismo tende a sostituire la democrazia in genere con l’oligarchia. Ma parlare di «irrealizzabilità» economica dell’autodecisione nell’epoca dell’imperialismo è semplicemente assurdo!”[121].

“Noi abbiamo indicato che l’autodecisione riguarda solo la politica e che è quindi sbagliato porre il problema dell’irrealizzabilità economica”[122].

“… nel programma dei marxisti, «l’autodecisione delle nazioni» non può avere storicamente ed economicamente altro senso che quello di autodecisione politica, indipendenza politica, formazione di Stati nazionali”[123].

Si ripropone qui la questione da noi già trattata del

“… nesso tra il problema dell’autodecisione e il problema generale della lotta per le riforme e la democrazia”[124].

E chi non coglie questo nesso non comprende

“… la questione dei rapporti tra economia e politica, la questione dei rapporti tra le condizioni economiche e il contenuto economico dell’imperialismo, da un lato, e una determinata forma politica, dall’altro”[125].

Nessuna riforma nel campo della democrazia politica può eliminare il dominio del capitale finanziario, come del capitale in generale, e l’autodecisione si riferisce completamente ed esclusivamente a questo campo. Ma questo dominio del capitale finanziario non distrugge affatto l’importanza della democrazia politica come forma più libera, più ampia e più chiara dell’oppressione di classe e della lotta di classe. Tutti i ragionamenti sulla «irrealizzabilità», in senso economico, di una delle rivendicazioni della democrazia politica in regime capitalistico, si riducono pertanto a una definizione teoricamente errata dei rapporti generali e fondamentali tra il capitalismo e la democrazia politica in generale”[126].

In pratica, ciò significa non capire

“ … che determinate tare economiche sono proprie del capitalismo in generale, qualunque sia la sovrastruttura politica, che è economicamente impossibile sopprimere queste tare, senza sopprimere il capitalismo, e che non si può citare un solo caso in cui questo sia avvenuto. Viceversa, le tare politiche consistono in deviazioni della democrazia, che sul piano economico è assolutamente possibile nell’ambito dell’«ordine vigente», ossia del capitalismo, e che sotto forma di eccezione viene realizzata nei singoli Stati in modi diversi”[127].

Non a caso, Lenin, criticando la Luxemburg, che

“… ha sostituito alla questione dell’autodecisione politica delle nazioni nella società borghese, alla questione della loro indipendenza politica, il problema della loro autonomia e indipendenza economica”[128],

fa notare come, laddove in Asia e nei Balcani si è avuta la formazione degli Stati nazionali, sono state garantite le migliori condizioni per lo sviluppo del capitalismo, creando la situazione più favorevole allo sviluppo della lotta degli operai, anche perché

“Quanto più integrale è la parità giuridica delle nazioni (ed essa è incompleta senza libertà di separazione), tanto più risulta chiaro per gli operai della nazione oppressa che il male è nel capitalismo, non nella mancanza di diritti”[129].

Tornando al caso specifico dell’Ucraina, pretendere che essa si emancipi in questa guerra dal dominio dell’imperialismo in generale è assurdo, ma è altrettanto assurdo negare che, liberandosi dall’oppressione russa, non si assicuri le condizioni di un più rapido sviluppo, come è già avvenuto per altre nazioni dell’ex impero sovietico[130], e non va sottovalutato l’esempio che la resistenza Ucraina sta dando di lotta contro l’oppressione imperialistica, a pochi mesi dalla vittoria della guerra nazionale afghana contro l’imperialismo americano. Per quanto riguarda gli operai ucraini, astraendo dal ruolo che essi stanno avendo nella lotta di resistenza, vale per loro il discorso fatto da Lenin nella citazione precedente.

UN FRASE DI MODA CHE NON SPIEGA NIENTE: “LA GUERRA PER PROCURA”

In ogni caso, l’assunto di fondo del Rostrum è che l’attuale guerra in Ucraina sia una guerra imperialista, che vede scontrarsi principalmente la Russia e gli USA con i suoi alleati occidentali. La guerra sarebbe combattuta “per procura” dall’Ucraina, alla quale, come massima concessione del Rostrum, potrebbe essere attribuito tutt’al più il ruolo di comprimaria nel conflitto[131]. Intorno a questo concetto Rostrum si arrovella in tutti questi due articoli, senza riuscire mai ad andare al di là della semplice sua affermazione. Nel disperato tentativo di trovare argomenti convincenti rischia perfino di scivolare nel campo apertamente filoputiniano che giustifica la guerra con le tendenze espansioniste della NATO[132]. Rostrum non cita mai i forti interessi economici, soprattutto russi che sono alla base del conflitto. L’unico motivo che trova a sostegno della sua interpretazione della guerra, che, guarda caso, è comune alla maggioranza degli “internazionalisti”, è il sostegno militare ed economico che le potenze Occidentali, USA in testa, stanno dando all’Ucraina. Come sia sbagliato per Lenin ricorrere a argomenti simili per definire il carattere di una guerra l’abbiamo già trattato abbondantemente prima e crediamo superfluo tornare sull’argomento.

Ciò che caratterizza una guerra è il suo contenuto sociale, la posta in gioco, ed è fuori ogni discussione che lo scontro in atto riguarda l’affermazione o meno del giogo imperialista russo sul paese. Nessuno può negare questo dato di fatto, che ci fa definire, con tutte le conseguenze “tattiche” connesse, questa guerra come una guerra di liberazione nazionale. Rostrum, per distogliere l’attenzione sulla pochezza delle sue argomentazioni, può imbrogliare le carte come vuole, polemizzando contro avversari immaginari che negherebbero la (presunta) natura imperialista della guerra perché non sarebbe mondiale, o perché non ci sarebbe un coinvolgimento militare diretto dell’imperialismo concorrente.

In verità, sulla base del nostro giudizio materialista della guerra, il coinvolgimento diretto sul campo degli eserciti dei paesi imperialisti più forti non ne cambierebbe di per sé la natura, rimarrebbe per gli operai ucraini la resistenza per non diventare oggetto inerte della spartizione fra potenze imperialiste, una resistenza che prenderebbe la forma di guerra civile contro una borghesia che rinuncia all’autodeterminazione accettando di integrarsi nelle potenze imperialiste che si dividono il bottino in cambio dei propri privilegi. Ma di per sé, la presenza sul campo di forze NATO, se il confronto restasse (cosa praticamente impossibile) sempre limitato al futuro dell’Ucraina, non muterebbe la natura del conflitto, come la partecipazione di eserciti francesi non ha cambiato la natura di guerra di indipendenza nazionale alla rivoluzione americana o alle guerre risorgimentali italiane.

I SACRI PRECETTI

Il punto di massima confusione e contraddizione Rostrum lo raggiunge quando cerca di articolare delle parole d’ordine, e la cosa non ci sorprende, dato che nelle parole d’ordine, come dice Lenin, contano la chiarezza politica e la maturità teorica[133], cose totalmente assenti nelle frasi vuote di pensiero del Rostrum. Le analizziamo quindi non perché pensiamo che esse possano mai avere una qualche influenza pratica e neanche crediamo che esse siano state formulate in questa ottica, dato che in questo caso oltre all’elemento di prospettiva bisognerebbe tener conto dei concreti rapporti fra le classi e del livello di sviluppo raggiunto dalla lotta di classe, mentre invece il Rostrum specifica che la sua “strategia” politica richiederebbe la assai improbabile presenza di minoranze rivoluzionarie ed il concatenarsi di condizioni difficilmente riscontrabili, quindi ammette che essa è irrealizzabile, ma che comunque non va “tradita”[134]. Quindi, più che parole d’ordine, ci troviamo di fronte allo snocciolarsi di una serie di precetti che dovrebbero rispettare, se esistessero nei paesi coinvolti dal conflitto, i “comunisti internazionalisti”. Un classico esempio dell’opportunismo pretesco dei dottrinari, che in linea di principio ignorano “… la lotta politica immediata, concreta, di oggi, come di sempre”[135] credendo si salvarsi l’anima con l’enunciazione dei “sacri principi”.

Cosa propone allora il Rostrum? Essendo per lui la guerra in Ucraina una guerra imperialista, ci si sarebbe aspettato la riproposizione della linea politica di Lenin nella prima guerra mondiale: disfattismo rivoluzionario per trasformare la guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria. Ma i ragionamenti lineari non sono una sua caratteristica, preferisce sostituire ad ogni tipo di ragionamento le contorsioni mentali. Pertanto, dopo aver evitato di ascrivere l’Ucraina al rango di nazione oppressa dall’imperialismo russo, definendola uno stato dipendente ma alleato dell’imperialismo americano ed europeo, al punto da iniziare una guerra su ordine di questi ultimi, dopo aver distribuito a pioggia l’etichetta di socialsciovinismo a tutti quelli che sostengono che la guerra attuale è una guerra nazionale e non una guerra imperialista, cioè non una guerra di rapina fra schiavisti per ripartirsi le aree di dominio, ma una guerra di una nazione oppressa contro chi la vuole tenere assoggettata, propone agli operai russi di combattere la propria borghesia per riconoscere l’autodecisione dell’Ucraina. In pratica propone agli operai russi di praticare il disfattismo non per fare la rivoluzione proletaria, ma per liberare la nazione oppressa. Applica per il proletariato della nazione dominante la tattica che Lenin ha elaborato nel caso di guerre di liberazione nazionale. Ma allora, l’Ucraina è o non è una nazione oppressa che invece di combattere una guerra per procura sta lottando all’ultimo sangue per la propria esistenza di nazione non sottomessa? Ma allora quella in corso è o non è una guerra imperialista, come sostiene lui stesso?

Non ci risulta che Lenin abbia mai proposto nel corso della Grande Guerra agli operai tedeschi di lottare per il riconoscimento del diritto di autodecisione della Francia, né agli operai inglesi di fare lo stesso per la Germania. Siamo al colmo dell’idiozia. Ma al peggio non c’è mai limite.

Per il proletariato della nazione oppressa (a questo punto il Rostrum non potrebbe che chiamarla così, ma invece si guarda bene dal farlo) la tattica proposta non è quella delle guerre nazionali ma è quella della guerra imperialista: disfattismo rivoluzionario per la sconfitta della propria nazione, nella prospettiva di abbattere la propria borghesia e di fare addirittura una guerra rivoluzionaria non solo all’imperialismo russo ma a quello mondiale![136]. Discuteremo più approfonditamente nella seconda parte di questo scritto, dedicato alle posizioni di Mantovani, cosa significhi questa bizzarra idea, per usare un eufemismo, di proporre agli operai di lottare su due fronti opposti, gli uni, quelli della nazione dominante, per la liberazione della nazione oppressa, gli altri, quelli della nazione oppressa, per la sconfitta della propria borghesia in questa lotta, pretendendo però che gli operai di entrambe le nazioni lo facciano in stretta unione fra loro. Terminiamo qui la critica delle posizioni del Rostrum, consapevoli di aver dedicato per costui ben più spazio di quello che meritava, aggiungendo solo altre due brevi considerazioni.

La prima è un altro esempio delle varie tecniche di mistificazione delle citazioni usate dal Rostrum.

Questi cita, in parte, il passo di Lenin che noi abbiamo riportato alla Nota 44:

“Il fatto che la lotta per la libertà nazionale contro una potenza imperialista può essere utilizzata, in certe condizioni, da un’altra «grande» potenza per i suoi scopi egualmente imperialisti, non può costringere la socialdemocrazia a rinunziare al riconoscimento del diritto di autodecisione delle nazioni …” [137]

Ma invece di trarne la conclusione, chiarissima in tutto il discorso di Lenin, che l’appoggio interessato di una potenza imperialista concorrente alla lotta di liberazione di una nazione oppressa non modifica la natura di questa lotta, conclusione che smentisce in pieno il suo giudizio sull’attuale guerra in Ucraina, la contrabbanda come una delle numerose raccomandazioni di Lenin agli operai delle nazioni dominanti di appoggiare incondizionatamente la lotta per l’autodeterminazione della nazione dominata, perfino, in questo caso, di fronte all’eventuale appoggio alla lotta di liberazione da parte di potenze straniere[138]. E’ semplice smentire questa strumentale distorsione del pensiero espresso qui da Lenin, basta ricordare come in un articolo pubblicato solo pochi mesi dopo, Lenin, riferendosi alla partecipazione degli eserciti francesi alla guerra d’indipendenza americana, scrive:

“Vediamo così una guerra di liberazione nazionale, nel corso del quale la rivalità imperialista si presenta come elemento secondario, senza un serio significato; proprio l’opposto di quel che vediamo nella guerra del 1914-1916 (in cui l’elemento nazionale della guerra austro-serba non ha un serio significato, in confronto alle rivalità imperialistiche fondamentali che decidono di tutto)[139].

Il maldestro giochetto di Rostrum di distorcere a proprio uso e consumo il pensiero di Lenin ha le gambe corte ed è destinato ad infrangersi miseramente non appena è costretto a misurarsi col principio per cui il determinato carattere di una guerra è dato dal suo contenuto sociale. Un principio che Lenin applica proprio alla prima guerra mondiale, dimostrando come nella guerra imperialista la giustificazione della partecipazione al conflitto in nome della liberazione delle nazioni è solo retorica per appoggiare la propria borghesia. Per Lenin sia il caso serbo che quello belga, per i quali era in gioco l’indipendenza nazionale, non potevano influire né sul giudizio sulla guerra in corso né sulla politica di disfattismo rivoluzionario proposto al proletariato internazionale[140]. Di fronte ad uno scontro imperialistico, che ha come contenuto sociale la lotta per la spartizione delle colonie e delle zone di “influenza”, difendere la libertà di queste due nazioni avrebbe automaticamente comportato l’oppressione di altre[141]. Il mescolamento delle due diverse tattiche di Lenin, ben distinte per la guerra nazionale e la guerra imperialista, in un’unica tattica, come ce la propone il Rostrum si dimostra manifestamente assurda e sbagliata già sulla base di queste ultime semplici considerazioni.

IL TAVOLO E IL CAVALLO SONO LA STESSA COSA, HANNO 4 GAMBE

Evitiamo, per non tediare ulteriormente il lettore, di commentare l’errata identificazione che fa il Rostrum fra partecipazione operaia ad una guerra di liberazione nazionale e subordinazione operaia alla borghesia nazionale. Non ci illudiamo certo che un simile dottrinario possa comprendere mai anche solo una virgola della politica leninista nella rivoluzione democratica. Lo lasciamo su questo alle sue cialtronesche vere e proprie masturbazioni mentali su “operaismo” e “union sacrée”.

Vogliamo solo far notare, come ultima e conclusiva considerazione, questo commento del Rostrum alla sua proposta “tattica”:

“Ovviamente, chi, in caso di sconfitta militare e di prolungata occupazione, adottasse una simile politica classista, internazionalista e rivoluzionaria, si troverebbe di fronte alle condizioni più sfavorevoli per combattere la borghesia: dovrebbe combatterne due contemporaneamente. Tuttavia, non si scelgono le condizioni nelle quali essere internazionalisti, né in qual modo essere internazionalisti, si sceglie soltanto se esserlo o meno”[142].

Rostrum ammette candidamente che la sua proposta tattica, se praticata e con successo, avrebbe come risultato di far trovare gli operai ucraini nella situazione per loro più sfavorevole nella lotta contro la borghesia. Lo schizofrenico quadro tattico proposto è il seguente: da un lato, gli operai russi, lottando per il diritto all’autodecisione dell’Ucraina, appoggiano la lotta di liberazione nazionale perché:

“Se il proletariato della nazione dominante è una forza importante … la sua decisione di «resistere attivamente al tentativo di reprimere l’insurrezione nazionale» non è forse un contributo alla costituzione di uno Stato nazionale autonomo? Senza dubbio”[143].

Dall’altro, gli operai ucraini si oppongono alla guerra nazionale di liberazione, lottando contro la propria borghesia. Ed il risultato quale sarebbe se questa lotta avesse successo? Una occupazione militare russa, e l’occupazione militare è la forma più dura di oppressione. Ciò, per ammissione dello stesso Rostrum, porrebbe gli operai ucraini nella difficile condizione di dover combattere contemporaneamente due borghesie. Un bel risultato davvero, che contraddice il senso stesso del disfattismo rivoluzionario praticato dai bolscevichi, che avevano ben chiaro

“… il legame esistente fra gli insuccessi militari del governo e la maggiore facilità di abbatterlo”[144].

Invece di trarre la conclusione che evidentemente qualcosa nella sua proposta non quadra, Rostrum, da buon prete, da novello Josemaría Escrivá de Balaguer, si limita ad invitare gli operai ad accettare la “sua” strada di penitenza ed espiazione, perché o si è “internazionalisti” o non si è.

Andrea Vitale

  1. F. Mehring, Vita di Marx, Editori Riuniti, Roma, 1972, p. 439
  2. “ … lui [Liebknecht] e Bebel si sono comportati straordinariamente bene al Reichstag” (Marx a Paul e Laura Lafargue, 28/07/1870, in Marx Engels, OO. CC., vol. XLIV, Editori Riuniti, Roma, 1990, p. 113)
  3. “ .. io ho approvato la dichiarazione sua [di Liebknecht] e di Bebel al Reichstag, Quello è stato un «momento» in cui la pedanteria dei principi era un acte de courage dal che non consegue che questo momento perduri ancora e tanto meno che la posizione del proletariato tedesco in una guerra che è diventata nazionale, si compendi nell’antipatia che Wilhelm [Liebknecht] ha per la Prussia. Sarebbe precisamente come se noi, avendo elevato nel momento opportuno la nostra voce contro la liberazione «bonapartistica» dell’Italia, volessimo annullare la relativa indipendenza ottenuta dall’Italia in seguito a quella guerra” (Marx a Engels, 18/08/1870, OO. CC., vol. XLIV, cit., p. 44)
  4. Cfr. Engels a Marx, 15/08/1870, op. cit., pp. 40-43. Fra l’altro Engels qui apostrofa il Liebknecht in maniera davvero dura. Dopo aver detto che “voler annullare à la Liebknecht tutta la storia dopo il 1866, perché non piace a lui è una scemenza [Blödsinn]”, lo definisce “buffone” [Narren] e “povero scemo” [armes Tier, letteralmente piccola bestia].
  5. K. Marx, Primo Indirizzo del Consiglio generale dell’Associazione internazionale dei lavoratori sulla guerra franco-prussiana, in Marx Engels; OO. CC., vol. XXII, La Città del Sole, Napoli, 2008, p. 5
  6. Engels a Marx, 15/08/1870, OO. CC., vol. XLIV, cit., pp. 40-41
  7. Ivi, p. 41
  8. K. Marx, Primo Indirizzo del Consiglio generale dell’Associazione internazionale dei lavoratori sulla guerra franco-prussiana, in Marx Engels; OO. CC., vol. XXII, cit., p. 6
  9. K. Marx, Secondo Indirizzo del Consiglio generale dell’Associazione internazionale dei lavoratori sulla guerra franco-prussiana, in Marx Engels; OO. CC., vol. XXII, cit., p. 236
  10. “Le circostanze nelle quali si trova ad agire la classe operaia francese sono dunque estremamente difficili. Ogni tentativo di rovesciare il nuovo governo, nel corso della crisi attuale, con il nemico che quasi bussa alle porte di Parigi, sarebbe una follia disperata. Gli operai francesi [qui la traduzione italiana riporta il termine “I lavoratori”, in omaggio alla pessima abitudine di sostituire così il termine “operai”. Basti controllare la traduzione francese del 1870, che dice “Les ouvriers français” per comprendere quanto la cosa sia tendenziosa] devono compiere il loro dovere come cittadini; ma, al tempo stesso, non devono lasciarsi illudere dai souvenirs nazionali del 1792, così come i contadini francesi si lasciarono ingannare dai souvenirs nazionali del Primo Impero. Non devono ripetere il passato, ma costruire il futuro. E’ bene che approfittino con calma e risolutezza delle opportunità offerte dalla libertà repubblicana, per dedicarsi alla propria organizzazione di classe” (K. Marx, Secondo Indirizzo del Consiglio generale dell’Associazione internazionale dei lavoratori sulla guerra franco-prussiana, cit. pp. 237-238)
  11. F. Vander, La logica delle cose, Mimesis, Milano, 2021, p. 52, nota 17
  12. Engles, Il socialismo in Germania, in Marx Engels, OO. CC., vol. 27, Edizioni Lotta Comunista, Milano, 2020, pp. 310-311
  13. Engles a Bebel, 13/10/1891, in Marx Engels OO. CC., vol. IL, Editori Riuniti, Roma, 1982, pp. 180-181
  14. Lenin, Il socialismo e la guerra, in OO. CC., vol. 21, Editori Riuniti, Roma, 1966, p. 282
  15. Ibidem
  16. “1. Il paragrafo del nostro programma (sull’autodecisione delle nazioni) non può essere interpretato che nel senso dell’autodecisione politica, cioè del diritto di separazione e di costituzione di uno Stato indipendente” (Lenin, Tesi sulla questione nazionale, in OO. CC., vol. 19, Editori Riuniti, Roma, 1967, p. 220). “… per autodecisione delle nazioni s’intende la creazione di uno Stato nazionale indipendente” (Lenin, Sul diritto di autodecisione delle nazioni, in OO. CC., vol. 20, Editori Riuniti, Roma, 1966, p. 379)
  17. Lenin, Sul diritto di autodecisione delle nazioni, cit., p. 395. “… riconoscendo il «diritto delle nazioni all’autodeterminazione», la socialdemocrazia offre alle «nazioni» o una semplice benedizione perché facciano quello che sono già in grado di fare a seconda della loro «forza» oppure una vuota chiacchiera senza alcun significato. Questa impostazione pone però la socialdemocrazia in conflitto con la sua vocazione più vera: la difesa degli interessi di classe del proletariato e dello sviluppo rivoluzionario della società, cioè due elementi che hanno guidato i creatori del socialismo scientifico nell’esame della questione nazionale. Conservare nel programma del Partito operaio socialdemocratico russo queste chiacchiere metafisiche vorrebbe dire tradire l’impostazione strettamente classista che il partito ha cercato di mantenere in tutte le altre parti del programma” (Rosa Luxemburg, La questione nazionale e l’autonomia, in Scritti scelti, Einaudi, Torino, 1975, p. 314)
  18. “… Rosa Luxemburg, temendo il nazionalismo borghese delle nazioni oppresse, di fatto porta acqua al mulino del nazionalismo centonero dei grandi-russi” (Lenin, Sul diritto di autodecisione delle nazioni, cit., p. 395)
  19. Ivi, p. 394
  20. Ivi, p. 395
  21. Lenin, La questione nazionale nel nostro programma, in OO. CC., vol. 6, Editori Riuniti, Roma, 1969, p. 427
  22. Ivi, p. 422
  23. Lenin, Sul diritto di autodecisione delle nazioni, cit., p. 393. In quanto la borghesia della nazione oppressa lotta contro la nazione che opprime, noi siamo sempre, in tutti i casi, più risolutamente di ogni altro, in suo favore, perché noi siamo i nemici più implacabili e coerenti dell’oppressione. In quanto la borghesia della nazione oppressa difende il proprio nazionalismo borghese, noi le siamo contrari. Lotta contro i privilegi e le violenze della nazione che opprime; nessuna debolezza verso la nazione oppressa che aspira a conquistare dei privilegi” (ivi, p. 392). “Perciò negare alle nazioni oppresse il diritto di autodecisione, oppure sostenere tutte le rivendicazioni nazionali della borghesia delle nazioni oppresse, equivarrebbe, per i socialdemocratici, a sottrarsi ai compiti della politica proletaria e a subordinare gli operai alla politica borghese” (ivi, p. 404). “ … in realtà, nel riconoscimento del diritto di autodecisione a tutte le nazioni vi è il massimo di democrazia e il minimo di nazionalismo” (ivi, p. 414)
  24. “Il contrabbando di qualsiasi merce sotto l’etichetta delle frasi generiche è un metodo abituale” (Lenin, Statistica e sociologia, in OO. CC., vol. 23, Editori Riuniti, Roma, 1965, p. 272), soprattutto “in alcuni autori, ai quali piace far contrabbando politico con frasi «generiche» sull’internazionalismo, il cosmopolitismo, il nazionalismo, il patriottismo, ecc.” (ivi, p. 274). Uno squallido esempio di questo vizio al contrabbando ce l’ha dato il nostro “internazionalista”, aspirante affossatore cimiteriale, a cui abbiamo accennato prima e che suole firmare i suoi articoli con Rostrum. All’inizio di un articolo pubblicato online da costui, contenente in pratica solo tutta una serie di insulti contro la nostra posizione sulla guerra in Ucraina, a mo’ di esergo, troviamo questa citazione di Lenin, con tanto di indicazione del titolo dello scritto (Osservazioni critiche sulla questione nazionale) da cui è estratta: “Se un marxista ucraino si lascerà trascinare dall’odio del tutto legittimo e naturale per gli oppressori grandi-russi a tal punto da far ricadere sulla cultura proletaria e sulla causa proletaria degli operai grandi-russi anche solo una piccola parte di quest’odio, anche solo sotto forma di estraniazione, questo marxista scivolerà con ciò stesso nella palude del nazionalismo borghese”. A parte il fatto che risulta davvero incomprensibile come si possa pensare di opporre questa correttissima frase di Lenin alla nostra posizione, se non per il maligno tentativo di indurre il lettore a credere fondata la critica di socialpatriottismo che ci rivolge, ma che non riesce a dimostrare con gli insulti, ciò che vogliamo evidenziare è che il nostro “contrabbandiere di citazioni” evita accuratamente di riportare per intero il passo in questione, che così prosegue: “Allo stesso modo anche il marxista grande-russo scivolerà nella palude del nazionalismo, non solo borghese, ma addirittura centonero, se dimenticherà sia pure per un attimo la rivendicazione della completa parità giuridica degli ucraini o il loro diritto a costituire uno Stato indipendente” (Lenin, Osservazioni critiche sulla questione nazionale, in OO. CC., vol. 20, cit., p. 24). Il tipo non poteva di certo riportare nella sua completezza questa citazione di Lenin, che conferma nella sua interezza in pieno la nostra posizione, ma agendo così ci ha dimostrato preventivamente di quale materiale sono fatte le vanghe con le quali pretenderebbe seppellirci.
  25. Nel Manifesto di Zimmerwald, leggiamo: “Nessuna annessione effettiva o mascherata. Niente incorporazioni economiche coatte, imposte, che diventano ancora più intollerabili in conseguenza della spoliazione dei diritti politici degli interessati. Riconoscimento ai popoli del diritto di disporre di sé medesimi” (in J. Humbert-Droz, Le origini dell’Internazionale Comunista, Guanda Editore, Parma, 1968, p. 159).
  26. Lenin, Il proletariato rivoluzionario e il diritto di autodecisione delle nazioni, in OO. CC., vol. 21, cit., p. 372
  27. Ivi, pp. 372-373
  28. Ivi, pp. 373-374
  29. Ivi, p. 374
  30. Lenin fa spesso questo accostamento fra chi si oppone da sinistra al diritto all’autodecisione delle nazioni e i proudhoniani del 1860-70, citando la posizione di Marx verso di loro, cfr. Sul diritto di autodecisione delle nazioni, cit., p. 416, ma è oltremodo istruttivo tutto il par. 8 (pp. 414-422); cfr. anche Lenin, La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodecisione (Tesi), in OO. CC., vol. 22, Editori Riuniti, Roma, 1966, pp. 153-154e 160 e Risultati della discussione sull’autodecisione, in OO. CC., vol. 22, cit. pp. 337-343
  31. Cfr. Lenin, A proposito dell’opuscolo di Junius, in OO. CC., vol, 22, cit., pp. 304-318
  32. Si tratta di Bucharin, Piatakov e Bosc. Per quanto riguarda la polemica cfr. in particolare Lenin, Intorno a una caricatura del marxismo e all’«economismo imperialistico», in OO. CC., vol. 23, cit., pp. 25-74
  33. “Il vecchio «economismo» degli anni dal 1894 al 1902, ragionava così. I populisti sono stati smentiti. Il capitalismo ha trionfato in Russia. Non si può quindi parlare di rivoluzioni politiche. Conclusione pratica: o «la lotta economica agli operai e la lotta politica ai liberali»: cioè una sterzata a destra. Oppure, invece della rivoluzione politica, lo sciopero generale per instaurare il socialismo: cioè una sterzata a sinistra. … Sta nascendo adesso un nuovo «economismo», che ragiona con due sterzate analoghe. «A destra»: noi siamo contrari al «diritto di autodecisione» (ci opponiamo cioè all’emancipazione dei popoli oppressi e alla lotta contro le annessioni, anche se nessuno l’ha ancora pensato e detto con chiarezza). «A sinistra»: noi siamo contrari al programma minimo (cioè alla lotta per le riforme e la democrazia), perché esso è «in contrasto» con la rivoluzione socialista” (Lenin, Sulla tendenza nascente dell’«economismo imperialistico», in OO. CC., vol. 23, p. 9). “Si tratta di una specie di «economismo imperialistico», simile al vecchio «economismo» degli anni 1894-1902, che così ragionava: il capitalismo ha vinto, quindi non ci si deve più occupare delle questioni politiche. L’imperialismo ha vinto, quindi non ci si deve più occupare delle questioni politiche! Una simile teoria apolitica è radicalmente ostile al marxismo” (Lenin, Risultati della discussione sull’autodecisione, cit., p. 321)
  34. Lenin a Zinoviev, agosto 1916, in OO. CC., vol. 35, Editori Riuniti, Roma, 1955, p. 158
  35. “Non si può capire una data guerra senza aver capito l’epoca. Quando si parla dell’epoca, non si tratta di una frase. E’ giusto. … Ma quando si comincia a dedurne: «nell’epoca dell’imperialismo non possono esservi guerre nazionali», questo è un’assurdità. E’ un evidente errore storico, politico, logico (poiché l’epoca è la somma di svariati fenomeni, nella quale oltre al tipico c’è sempre dell’altro). E voi ripetete questo errore quando scrivete nelle osservazioni: «i piccoli paesi non possono nell’epoca attuale difendere la patria». Non è esatto!! Questo è appunto l’errore di Junius, di Radek, dei «disarmisti» e dei giapponesi!!” (ivi, 157) [per giapponesi Lenin intende Piatakov e la Bosc, emigrati dalla Russia in Svizzera attraverso il Giappone]
  36. Lenin, Intorno a una caricatura del marxismo e all’«economismo imperialistico», cit., p. 31
  37. Lenin, A proposito dell’opuscolo di Junius, cit., p. 309. “Guerre nazionali contro le potenze imperialiste sono non soltanto possibili e probabili, ma anche inevitabili. Esse sono progressive e rivoluzionarie, anche se il loro successo dipende o dagli sforzi di un grandissimo numero di abitanti dei paesi oppressi (centinaia di milioni, nell’esempio che abbiamo ricordato dell’India e della Cina), o da una concorrenza particolarmente favorevole di condizioni internazionali (per esempi, se l’intervento da parte delle potenze imperialiste venisse a trovarsi paralizzato a causa della loro debolezza, delle loro guerre, dei loro antagonismi, ecc.), o dall’insurrezione simultanea del proletariato di una delle grandi potenze contro la borghesia (questa possibilità, che abbiamo elencata per ultimo, va messa al primo posto se si parte dal punto di vista della sua desiderabilità e dei vantaggi che può offrire per la vittoria del proletariato)” (ivi, p. 311)
  38. Lenin, Sulla tendenza nascente dell’«economismo imperialistico», cit., p. 10
  39. Ivi, pp. 32-33
  40. Ivi, p. 44
  41. Ibidem
  42. Lenin, Risultati della discussione sull’autodecisione, cit., p. 325
  43. Lenin, La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodecisione (Tesi), cit., p. 149
  44. Ivi, pp. 152-153
  45. Lenin, A proposito dell’opuscolo di Junius, cit., p. 309
  46. Ibidem
  47. Ivi, p. 308
  48. Ibidem
  49. “Ma non possiamo affermare che una tale trasformazione sia impossibile: se il proletariato europeo dovesse dimostrarsi impotente ancora per venti anni; se l’attuale guerra dovesse finire con vittorie di tipo napoleonico e con la soggezione di tutta una serie di Stati nazionali capaci di vita autonoma, se anche l’imperialismo extraeuropeo (americano e giapponese, principalmente) durasse per venti anni, per esempio a causa di una guerra nippo-americana, allora sarebbe possibile in Europa una grande guerra nazionale. Ciò implicherebbe per l’Europa una involuzione di parecchi decenni. Ciò è improbabile. Ma non è impossibile, giacché sarebbe antidialettico, antiscientifico e teoricamente sbagliato rappresentarsi la storia del mondo come una continua e regolare marcia in avanti, senza qualche gigantesco salto indietro” (ivi, pp. 308-309)
  50. Lenin, Risultati della discussione sull’autodecisione, cit., pp. 330-331
  51. Ivi, p. 333
  52. Lenin, Il programma militare della rivoluzione proletaria, in OO. CC., vol. 23, cit., p. 76
  53. Chiamiamo tutta quest’area bordighista perché Bordiga ne è la figura più rappresentativa e ne ha definito la matrice teorica di riferimento. Abbiamo ben presente che in quest’area ci sono molte differenze, come del resto ed ancora di più esistono nell’area che fa riferimento a Trotsky, che però viene comunemente definita trotskista, stesso discorso vale per la corrente stalinista, eppure nessuno si meraviglia di usare questa terminologia per definire queste correnti.
  54. “Il Partito Comunista Internazionalista combatte la tattica dell’appoggio a pretesi moti nazionali e delle cosiddette lotte di emancipazione delle colonie, che sono di fatto un particolare travestimento delle competizioni internazionali fra le maggiori potenze imperialistiche; considera chiusa anche per i paesi coloniali e semi-coloniali l’epoca storica della rivoluzione borghese e aperta quella della rivoluzione proletaria e, di fronte alle vuote parole della libertà e della indipendenza nazionale, afferma che l’emancipazione dal giogo dell’imperialismo può essere solo la risultante della vittoria internazionale del proletariato sul regime internazionale della produzione capitalistica” (dalle tesi sui compiti del partito di classe presentate al Congresso di Firenze del 1948 in Quaderni Internazionalisti di Prometeo, Serie Storica, n. 7, p. 34) “Il Partito respinge perciò dai propri compiti quello delle alleanze rivoluzionarie con le borghesie tanto di Occidente che d’Oriente (Russia compresa) e della partecipazione alle guerre di formazione nazionale, come respinge la falsa impostazione dialettica per la quale il Partito dovrebbe lottare per la vittoria delle rivoluzioni borghesi sul regime feudale, per favorire l’avvento della rivoluzione capitalista, perché in ogni caso significherebbe lottare per il trionfo dell’imperialismo di una borghesia a danno dell’imperialismo di un’altra borghesia” (Tesi approvate al II Congresso del P.C. Internazionalista del 1952, in La “questione nazionale” e coloniale, Quaderni Internazionalisti di Prometeo, Serie Principi, n. 4, p. 30)
  55. Ivi, p. 7
  56. Ivi, p. 8
  57. “… le tesi di Lenin sulla guerra 1914 e per la fondazione della Terza Internazionale, in cui si stabiliva che, iniziata la fase delle guerre generali imperialiste, nulla più avevano a che vedere con la politica degli Stati le rivendicazioni democratiche e indipendentiste, condannando insieme socialnazionali traditori di qua e di là del Reno e della Vistola” (Bordiga, I fattori di razza e nazione nella teoria marxista, Iskra Edizioni, Milano, 1976, pp. 15-16). “Guerra di difesa significa guerra nel senso progressivo per la storia, il che accade tra il 1789 e il 1871 come da Lenin stabilito, mai dopo” (ivi, p. 117)
  58. Ivi, p. 159
  59. Ivi, p. 160
  60. Ivi, p. 143
  61. Ibidem
  62. Lenin, Sulla tendenza nascente dell’«economismo imperialistico», cit., p. 16
  63. Lenin, Progetto di risoluzione della sinistra di Zimmerwald, in OO. CC., vol. 21, p. 316
  64. Lenin, Intorno a una caricatura del marxismo, cit., p. 28
  65. Ivi, p. 31
  66. Ibidem
  67. Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo. Prefazione alle edizioni francese e tedesca, in OO. CC., vol. 22, pp. 191-192
  68. Per quanto riguarda l’ammissione della permanenza della questione nazionale anche in Occidente da parte dell’area bordighista, vedi, ad es., l’articolo di Michele Basso, Alcune precisazioni sulla questione nazionale e coloniale, ma anche il nostro detrattore cimiteriale, Rostrum, che, malgrado insista sulla natura meramente imperialista della guerra in atto, è costretto ad ammettere fra i denti che “È innegabile che anche nella guerra in corso in Ucraina si presentino degli elementi di oppressione nazionale”.
  69. Lenin, Il proletariato rivoluzionario e il diritto di autodecisione delle nazioni, cit., p. 375. “… le particolarità dell’imperialismo sono: reazione politica su tutta la linea e intensificazione dell’oppressione nazionale, conseguenze del giogo dell’oligarchia finanziaria e dell’eliminazione della libera concorrenza” (Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, cit., p. 286). “Una delle proprietà fondamentali dell’imperialismo è quello di accelerare lo sviluppo del capitalismo nei paesi più arretrati e di estendere così e inasprire la lotta contro l’oppressione nazionale. Questo è un fatto. Ne consegue inevitabilmente che l’imperialismo deve in molti casi generare delle guerre nazionali” (Lenin, Il programma militare della rivoluzione proletaria, cit., p. 76). “L’imperialismo contemporaneo, che accentua la tendenza a subordinare i popoli deboli, è un nuovo fattore di aggravamento dell’oppressione nazionale” (Lenin, Settima conferenza panrussa del POSDR – Risoluzione sulla questione nazionale, in OO. CC., vol. 24, Editori Riuniti, 1966, p. 311)
  70. Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, cit., p. 296
  71. Ivi, p. 297
  72. Lenin, La questione della pace, in OO. CC., vol. 21, cit., p. 266
  73. Ivi, p. 267
  74. “L’imperialismo è un’epoca di crescente oppressione delle nazioni di tutto il mondo da parte di un pugno di «grandi» potenze, e perciò la lotta per la rivoluzione socialista internazionale contro l’imperialismo è impossibile senza il riconoscimento del diritto delle nazioni all’autodecisione. «Non può essere libero un popolo che opprime altri popoli» (Marx ed Engels). Non può essere socialista un proletariato che si dimostri conciliante con la minima violenza della «sua» nazione su altre nazioni” (Lenin, Il socialismo e la guerra, cit., p. 290)
  75. Lenin, Il fallimento della II Internazionale, in OO. CC., vol. 21, cit., p. 202
  76. Rostrum, La guerra in Ucraina e la questione nazionale nell’epoca della maturazione imperialistica
  77. Lenin, Il proletariato rivoluzionario e il diritto di autodecisione delle nazioni”, cit., p. 372
  78. Lenin, L’imperialismo e il diritto delle nazioni all’autodecisione (Schema), in OO. CC., vol. 39, Editori Riuniti, Roma, 1971, p. 720. “L’imperialismo è oppressione delle nazioni su un nuovo terreno storico … Questo è una metà. L’altra metà (compiti) = risveglio dei movimenti nazionali nell’Europa orientale (Ucraina dopo il 1905), in Asia e in Africa (Cina, India, Egitto) – nelle colonie … Autodecisione delle nazioni [una «vecchia, logora» (schäbig) parola d’ordine democratico-borghese ((nuova per una popolazione di 1.000 milioni nel mondo!!))] da inganno renderla verità” (Lenin, Materiali per la conferenza «L’imperialismo e il diritto delle nazioni all’autodecisione» – Abbozzo di schema, ivi, p. 717)
  79. Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, cit., p. 296
  80. Ivi, p. 297
  81. “In primo luogo, qual è l’idea più importante, fondamentale, delle nostre tesi? La differenza tra i popoli oppressi e i popoli oppressori. … Un tratto caratteristico dell’imperialismo sta nel fatto che tutto il mondo si divide oggi, come vediamo, in un gran numero di popoli oppressi e in un piccolo numero di popoli oppressori, i quali ultimi dispongono di ricchezze ingenti e di una forza militare poderosa” (Lenin, Rapporto della commissione sulle questioni nazionale e coloniale, in OO. CC., vol. 31, Editori Riuniti, Roma, 1967, p. 228)
  82. Lenin, Risposta a P. Kievski, in OO. CC., vol. 23, cit., p. 21
  83. Lenin, Intorno a una caricatura del marxismo e all’«economismo imperialistico», cit., p. 48
  84. Lenin, La questione nazionale nel nostro programma, cit., p. 425
  85. “Nel capitalismo sono inevitabili la disuguaglianza e la discontinuità nello sviluppo di singole imprese, di singoli rami industriali, di singoli paesi” (Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, cit., p. 241). “Il capitale finanziario e i trust acuiscono, non attenuano, le differenze nella rapidità di sviluppo dei diversi elementi dell’economia mondiale” (ivi, p. 273)
  86. Ivi, p. 299
  87. Ivi, p. 244
  88. Ivi, pp. 274-275
  89. Lenin, Risposta a P. Kievski, cit., p. 21
  90. Lenin, La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodecisione (Tesi), cit., p. 150
  91. Lenin, Risultati della discussione sull’autodecisione, cit., p. 350
  92. Lenin, Lettera aperta a Boris Souvarine, in OO. CC., vol. 23, cit., p. 197
  93. “E’ forse identica la posizione del proletariato delle nazioni che opprimono e delle nazioni oppresse riguardo all’oppressione nazionale? No, è ben diversa in tutti i sensi: economico, politico, ideale, spirituale, ecc. E allora? Allora, per raggiungere uno stesso obiettivo (la fusione delle nazioni) da punti di partenza diversi, gli uni seguiranno una strada, gli altri un’altra(Lenin, Sulla tendenza nascente dell’«economismo imperialistico», cit., p. 15)
  94. Lenin, La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodecisione (Tesi), cit., p. 147
  95. Ibidem
  96. Ivi, p. 150
  97. Ivi, pp. 151-152
  98. Ivi, p. 150
  99. Lenin, Il socialismo e la guerra, cit., p. 275
  100. Lenin, Intorno a una caricatura del marxismo e all’«economismo imperialistico», cit., p. 63 (ovviamente, sappiamo che se nel 1916 Lenin poteva pensare ad alcune eccezioni in questa penetrazione del capitale finanziario, essendoci zone del pianeta ancora dominate da rapporti sociali precapitalistici, questo oggi non è più pensabile)
  101. Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, cit., p. 301
  102. Lenin, Il socialismo e la guerra, cit., p. 275
  103. Vale la pena qui aggiungere un altro esempio sulle diverse modalità di manipolazione delle citazioni messe in atto dal Rostrum. Nel medesimo articolo, questi riporta un intero passo di Lenin nella sua critica a Junius, cioè alla Luxemburg (cfr. Lenin, A proposito dell’opuscolo di Junius, cit., pp. 307-308), ma lo spezza in due (Note 4 e 5 dell’articolo). A commento della prima parte, in cui Lenin riconosce a Junius di avere un corretto giudizio della guerra attuale (prima guerra mondiale) come guerra imperialista, Rostrum si sofferma, dicendo che quello è esattamente il loro giudizio sulla attuale guerra in Ucraina. Per la seconda parte, che invece contiene le critiche sostanziali di Lenin alla Luxemburg, che negava la possibilità di guerre nazionali di liberazione nell’imperialismo, Rostrum dedica solo una frase liquidatoria: “Ma questa corretta osservazione di Lenin a Junius non ci coinvolge e questo perché il nostro non negherebbe in assoluto l’eventualità che in futuro possano riemergere guerre nazionali progressive. Un prete non avrebbe potuto fare di meglio: evidenziare da un lato ciò che si vuole mettere in primo piano ed aggirare l’ostacolo rappresentato dalla parte incompatibile con il proprio ragionamento, anche se questo in realtà rappresenta un lato centrale dell’articolo di Lenin, riducendone l’eventualità ad un lontano e imprecisato futuro. Il fatto è che il ragionamento di Lenin, come abbiamo visto nelle varie citazioni da noi riportate, non è riferito ad un lontano ipotetico futuro e, soprattutto, è in aperta contraddizione con la negazione assoluta oggi della possibilità di guerre nazionali che Rostrum sostiene. Se voleva agire correttamente, Rostrum doveva spiegare in che termini e a quali condizioni erano possibili per Lenin allora guerre nazionali e per quale motivo oggi secondo lui sarebbero impossibili. Ma preferisce confondere le carte e spezzare la citazione, per evitare che sia evidente la critica di unilateralità che Lenin fa alla Luxemburg, critica, questa sì, che certamente lo coinvolgerebbe.
  104. Rostrum, Ucraina 2022: per l’internazionalismo attivo e operante
  105. Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, cit., p. 299; (ma anche simile frase a p. 296).
  106. Rostrum, La guerra in Ucraina e la questione nazionale nell’epoca della maturazione imperialistica
  107. Infatti, così prosegue il Rostrum: “Riconoscere e difendere questo diritto non significa però ammettere oggi, nelle condizioni attuali dello stadio imperialistico, un benché minimo ruolo progressivo delle borghesie nazionali delle nazionalità oppresse; non significa dimenticare il ruolo preponderante delle potenze imperialiste; non significa ritenere che, nei vari scenari di oppressione nazionale ancora oggi esistenti, date le attuali circostanze, esista la possibilità concreta di ottenere quest’autodecisione senza un intervento imperialistico diretto o indiretto, o senza una mobilitazione rivoluzionaria del proletariato, nazionale o regionale” (Ibidem)
  108. Lenin, Il proletariato rivoluzionario e il diritto di autodecisione delle nazioni, cit., p. 377
  109. Lenin, Il programma militare della rivoluzione proletaria, cit., p. 76
  110. Tanto per mettere in evidenza la lontananza del Rostrum da qualsiasi ragionamento marxista confrontiamo il suo atteggiamento verso il tradimento della lotta di liberazione nazionale da parte della borghesia dei paesi oppressi e quello di Lenin. Per Rostrum è la dimostrazione che la lotta nazionale è impossibile. Vediamo cosa dice Lenin: “Se osserviamo non di rado (soprattutto in Austria e Russia) che la borghesia delle nazioni oppresse si limita soltanto a parlare di insurrezione nazionale, mentre di fatto, alle spalle del suo popolo e contro di esso, scende a compromessi reazionari con la borghesia del paese oppressore, in simili casi la critica dei marxisti rivoluzionari deve rivolgersi non contro il movimento nazionale, ma contro ciò che lo infirma, lo avvilisce, lo snatura riducendolo a un meschino litigio. In proposito, moltissimi socialdemocratici austriaci e russi dimenticano questo fatto e tramutano il loro legittimo odio contro le piccole, volgari, misere beghe nazionali (come le liti e le discussioni per stabilire quale lingua debba stare sopra e quale sotto nelle targhe che indicano il nome delle strade), tramutano il loro legittimo odio contro queste cose nel rifiuto di sostenere la lotta nazionale. Noi non «sosterremo» la farsa della repubblica in un qualche principato di Monaco o le avventure «repubblicane» dei «generali» nei piccoli Stati dell’America del sud o in qualche isola del Pacifico; ma da ciò non consegue che sia lecito dimenticare la parola d’ordine della repubblica nei movimenti democratici e socialisti seri. Noi deridiamo e dobbiamo deridere le meschine beghe nazionali e i mercanteggiamenti tra le nazioni in Russia e Austria, ma da ciò non consegue che sia lecito rifiutare l’appoggio all’insurrezione nazionale o a qualsiasi grande lotta popolare contro l’oppressione nazionale” (Lenin, Intorno a una caricatura del marxismo, cit., p. 59)
  111. Rostrum, La guerra in Ucraina e la questione nazionale nell’epoca della maturazione imperialistica
  112. Lenin, Rapporto della commissione sulle questioni nazionale e coloniale, cit., p. 231
  113. Lenin, Il proletariato rivoluzionario e il diritto di autodecisione delle nazioni, cit., p. 378
  114. Rostrum, La guerra in Ucraina e la questione nazionale nell’epoca della maturazione imperialistica
  115. Rostrum, Ucraina 2022: per l’internazionalismo attivo e operante
  116. Rostrum, La guerra in Ucraina e la questione nazionale nell’epoca della maturazione imperialistica
  117. Lenin, Intorno a una caricatura del marxismo, cit., p. 41
  118. “Nelle nostre tesi si afferma che il capitale finanziario può dominare in «ogni paese, sia pure indipendente», e che quindi tutti i ragionamenti relativi all’«irrealizzabilità» dell’autodecisione, dal punto di vista del capitale finanziario, sono pura e semplice confusione mentale” (ivi, p. 49)
  119. Lenin, Risultati della discussione sull’autodecisione, cit., p. 323
  120. Lenin, Intorno a una caricatura del marxismo, cit., p. 37
  121. Ivi, p. 42
  122. Ivi, p. 46
  123. Lenin, Sul diritto di autodecisione delle nazioni, cit., p. 382
  124. Lenin, Sulla tendenza nascente dell’«economismo imperialistico», cit., p. 10
  125. Lenin, Intorno a una caricatura del marxismo, cit., p. 43
  126. Lenin, La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodecisione (Tesi), cit., p. 149
  127. Lenin, Intorno a una caricatura del marxismo, cit., p. 69. “La rivoluzione economica crea le premesse indispensabili per abolire tutte le forme di oppressione politica. Appunto per questo è illogico e sbagliato invocare la rivoluzione economica, quando si pone il problema del modo di distruggere l’oppressione nazionale. E’ impossibile abolire tale oppressione senza la rivoluzione economica. Questo è incontestabile. Ma limitarsi a questa affermazione significa cadere nel ridicolo e miserevole «economismo» imperialistico” (ivi, p. 72)
  128. Lenin, Sul diritto di autodecisione delle nazioni, cit. p. 381. La citazione così prosegue: “Questa sostituzione è altrettanto intelligente quanto l’esaminare la rivendicazione programmatica della preminenza del parlamento, e cioè dell’assemblea dei rappresentanti del popolo, nello Stato borghese, sciorinando subito la giustissima convinzione che il grande capitale ha la preminenza, qualunque sia il regime di uno paese borghese”
  129. Lenin, Intorno a una caricatura del marxismo, cit., p. 71
  130. Nei trent’anni seguiti alla dissoluzione dell’Unione Sovietica sembra che il tempo sia trascorso quasi invano: mentre nel 1992 il reddito medio ucraino era il 90% di quello polacco, attualmente è meno del 40%. A parità di potere d’acquisto il reddito pro capite polacco è quadruplicato dal 1992, mentre quello ucraino è cresciuto solo del 40%. In termini assoluti il reddito medio pro capite ucraino nel 2013, sempre a parità di potere d’acquisto, è stato (secondo l’Fmi) di 7.422 dollari, quello polacco di 21.118, quello bielorusso di 16.106 e quello russo di 18.083. A valori costanti, l’Ucraina ha attualmente lo stesso reddito pro capite che aveva nel 1991: circa 3.200 dollari. In confronto alle economie vicine i trent’anni trascorsi dal 1991 sono un fallimento. … Con il tasso di crescita dell’ultimo periodo occorrerà mezzo secolo per raggiungere il livello di reddito della Polonia” (Gian Paolo Caselli, Il trentennio perduto dell’economia ucraina, in Limes, 6/2021)
  131. “Se vogliamo essere seri interpreti della realtà imperialistica non possiamo attardarci nella ricerca del singolo responsabile del conflitto, e non possiamo nasconderci che l’imperialismo statunitense gioca un ruolo di primo piano in questa crisi, mentre all’Ucraina, nonostante sia impegnata militarmente, spetta quello del comprimario, in uno scontro tra potenze” (Rostrum, Ucraina 2022: per l’internazionalismo attivo e operante)
  132. “E non potrebbe essere ritenuto un atto offensivo permettere che sul proprio territorio vengano create basi militari e missilistiche per una o più potenze imperialiste contro altre? Che sul proprio territorio vengano eseguite manovre ed esercitazioni militari congiunte con gli eserciti di una o più potenze imperialiste contro altre?” (Rostrum, La guerra in Ucraina e la questione nazionale nell’epoca della maturazione imperialistica)
  133. Cfr. Lenin, Risultati della discussione sull’autodecisione, cit., p. 327
  134. “Questa strategia politica è quanto possiamo suggerire in linea di massima alle minoranze rivoluzionarie di classe ucraine e russe, se esistono, nella consapevolezza che, per poterla dispiegare, sono necessarie precondizioni che, con tutto l’ottimismo possibile, difficilmente sono attualmente riscontrabili. Il riconoscimento delle difficoltà oggettive e soggettive per la conduzione di una politica coerentemente internazionalista e rivoluzionaria non può mai però trasformarsi nel tradimento più o meno velato di questa politica, giustificato con la formula magica dello “stare con le masse”” (Rostrum, Ucraina 2022: per l’internazionalismo attivo e operante). “Disgraziatamente oggi, lo ripetiamo, in Ucraina come in Russia, un soggetto autonomo di classe a cui rivolgere l’indicazione di trasformare la guerra imperialista in guerra civile, posto che esista, non sembra avere nessuna rilevanza. Non soltanto l’internazionalismo, che ne è il portato, ma la stessa capacità di concepirsi come classe è ridotta ai minimi storici a livello mondiale. Tuttavia, quali che siano i rapporti di forza, una prospettiva di classe internazionalista dev’essere comunque perseguita costantemente, a prescindere dalle sue possibilità di immediata realizzazione” (Rostrum, La guerra in Ucraina e la questione nazionale nell’epoca della maturazione imperialistica)
  135. Lenin, Sulla tendenza nascente dell’«economismo imperialistico», cit., p. 12
  136. “… ribadiamo ancora una volta che se il proletariato cosciente russo ha il dovere internazionalista di non appoggiare in nessun caso l’annessione forzata totale o parziale dell’Ucraina – il che, se non si vuole giocare con le parole, equivale per l’appunto a riconoscerne il diritto all’autodeterminazione – e di condurre una lotta che favorisca la sconfitta del proprio imperialismo, se possibile in collegamento con il proletariato ucraino, quest’ultimo, sempre cercando collegamenti con il proletariato russo, non deve “mettere tra parentesi” la lotta di classe; deve lottare contro la guerra condotta per interessi non suoi; operare con indipendenza di classe per la sconfitta del proprio governo borghese in guerra, creando in tal modo le condizioni per abbatterlo; instaurare il proprio potere e combattere una reale guerra rivoluzionaria contro l’imperialismo, moscovita e mondiale(Rostrum, Ucraina 2022: per l’internazionalismo attivo e operante)
  137. Lenin, La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all’autodecisione (Tesi), cit., pp. 152-153
  138. “Lenin è molto chiaro su questo punto. Ma la chiarezza non sempre evita la distorsione interessata. A Lenin preme rimarcare che i comunisti di una nazione che opprime potrebbero facilmente giustificare il proprio appoggio all’oppressione nazionale affermando che i fili del moto indipendentista della nazione oppressa dal loro paese sono tirati da altre potenze imperialiste concorrenti. Il che può anche essere vero – ed oggi, in linea di massima, lo è – nondimeno, i comunisti delle nazioni che opprimono hanno il dovere di riconoscere il diritto all’autodeterminazione delle nazionalità oppresse innanzitutto dal loro paese, sempre, persino nel caso di una guerra il cui carattere fondamentale non sia quello della liberazione nazionale. Solo così si potrà avere la certezza che quei comunisti non facciano effettivamente concessioni alla loro borghesia” (Rostrum, La guerra in Ucraina e la questione nazionale nell’epoca della maturazione imperialistica)
  139. Lenin, A proposito dell’opuscolo di Junius, cit., p. 309
  140. “… noi saremmo stati favorevoli alla difesa del Belgio (persino con la guerra), se in concreto si fosse trattato di un’altra guerra” (Lenin, Sulla tendenza nascente dell’«economismo imperialistico», cit., p. 15). “Ammettiamo che tutti gli Stati interessati al rispetto dei trattati internazionali abbiano dichiarato guerra alla Germania reclamando la liberazione del Belgio ed il risarcimento dei danni da esso subiti. In questo caso, la simpatia dei socialisti sarebbe, naturalmente, dalla parte dei nemici della Germania. Ma sta di fatto che la «Triplice» (e quadruplice) Intesa fa la guerra non per il Belgio” (Lenin, Il socialismo e la guerra, cit., p. 279). “L’elemento nazionale della guerra austro-serba ha un’importanza assolutamente secondaria e non cambia il carattere imperialistico generale della guerra” (Lenin, La conferenza delle sezioni estere del Partito Operaio Socialdemocratico Russo”, in OO. CC., vol. 21, cit., p. 142). “Credo sia teoricamente errato e nocivo nella pratica non distinguere i tipi di guerre. Noi non possiamo essere contrari alle guerre di liberazione nazionale. Voi citate un esempio: quello della Serbia. Ma se i Serbi fossero soli contro l’Austria, non saremmo forse per i Serbi? Il nodo della questione adesso sta nella lotta tra le grandi potenze per la spartizione delle colonie e la sottomissione delle piccole potenze” (Lenin, Ad Alexandra Kollontai, in OO. CC., vol. 35, cit., p. 134)
  141. “Sulla base dell’attuale guerra con i governi attuali, è impossibile aiutare il Belgio se non contribuendo a soffocare l’Austria o la Turchia, ecc.!” (Lenin, Il socialismo e la guerra, cit., p. 279), “Difendere il Belgio soffocando la Galizia o l’Ungheria non vuol dire «difendere la patria»” (Lenin, I sofismi dei socialsciovinisti, in OO. CC., vol. 21, cit., p. 164)
  142. Rostrum, Ucraina 2022: per l’internazionalismo attivo e operante
  143. Lenin, Intorno a una caricatura del marxismo, cit., p. 60
  144. Lenin, Il socialismo e la guerra, cit., p. 288

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