UNA SCISSIONE TARDIVA

UNA SCISSIONE TARDIVA di Enzo Acerenza Clicca qui per scaricare file in pdf.   Cento anni fa a Livorno i comunisti abbandonavano il Congresso del Partito Socialista e fondavano un...

UNA SCISSIONE TARDIVA

di
Enzo Acerenza

 

Cento anni fa a Livorno i comunisti abbandonavano il Congresso del Partito Socialista e fondavano un loro partito, il Partito Comunista d’Italia sezione dell’Internazionale comunista. Le ragioni della scissione si possono sintetizzare, ci perdoni lo storico per l’approssimazione, in poche righe: c’erano coloro che credevano che la rivoluzione comunista fosse l’unica soluzione per liberare gli operai e tutti gli sfruttati dai padroni e dal loro Stato e di conseguenza aderire all’Internazionale, che aveva fatto di questo programma e della sua realizzazione bolscevica la sua condizione di esistenza, col naturale corollario di epurare dal partito gli elementi che negavano questa azione e questo programma. La parte più consistente del partito non era d’accordo ad andare su questa strada, era disposta anche ad aderire all’Internazionale, ma non a ripulire il partito dagli elementi riformisti, che si erano compromessi sostenendo in certe condizioni anche il governo della borghesia italiana. La scissione era l’unica soluzione, col fascismo già in azione e la rivoluzione russa trionfante.
Ma siccome non vogliamo semplicemente commemorare il centenario ci chiediamo cosa di quell’esperienza è utile distillare per poterla riutilizzare oggi, e la risposta è semplice: fu un passo decisivo per gli operai in Italia che finalmente si erano costituiti in un partito proprio, il Partito comunista, ed aderendo all’Internazionale diventavano parte integrante del proletariato mondiale nella lotta contro il capitale. Ma se dobbiamo sintetizzare un giudizio su quell’evento, a cento anni dal suo accadimento diciamo solo: la scissione fu tardiva. Non vogliamo fare la storia con i se e i ma, ma questo non ci impedisce di esprimere un giudizio che assume un significato attuale per la situazione che abbiamo di fronte oggi e che affronteremo alla fine.

 

Siamo nel 1921, a gennaio, il riferimento temporale è importante per capire cosa vogliamo sostenere. Sono passati quasi 20 anni da quando il Partito bolscevico è in lotta con l’opportunismo dei socialisti rivoluzionari, ha fatto i conti con questi già nel primo tentativo insurrezionale del 1905, già da 8 anni le due tendenze si sono scisse in partiti indipendenti. Nel corso della rivoluzione del 1917 i socialisti rivoluzionari, messi in minoranza, si opposero al potere sovietico. E bisogna annotare che questi socialisti rivoluzionari erano ben altra cosa dei servi alla Turati e compagnia bella che militavano nel Partito socialista in Italia. Il Partito socialista aveva un gruppo parlamentare che si era spinto a sostenere il governo Giolitti, aveva dei dirigenti sindacali che si erano impegnati apertamente a piegare le lotte operaie alle necessità degli industriali, capi sindacali che lasciarono da soli gli operai di Torino durante l’occupazione delle fabbriche, un partito che aveva risposto alla guerra imperialista del 15-18 con l’ambigua formula “ne aderire né sabotare”, ben distante dal rispondere alla guerra imperialista con la guerra civile, tesi sostenuta da Lenin. Il fascismo col suo contenuto antioperaio agiva già dal 1919, con Mussolini capo proveniente dalle fila del socialismo e che nella primavera del 1919 salutava come azione liberatrice l’assalto alla sede dell’Avanti che venne data alle fiamme.
Era evidente che il Partito socialista contenesse in sé ed organizzasse sia i semplici nuovi operai industriali che i contadini, i braccianti agricoli e gli artigiani rovinati, avvocati senza clienti, e studenti senza futuro ed in più uno strato di dirigenti delle cooperative e dei sindacati, di parlamentari, quest’ultimi, tutta gente che si era piazzata e aveva una condizione sociale privilegiata assimilabile alla piccola e media borghesia. Tutte queste componenti sociali, di fronte alla crisi che produsse la prima guerra mondiale, andarono sempre più a differenziarsi, li univa una generica volontà di riscatto sociale delle classi sottomesse, generici discorsi sull’emancipazione umana, ma in sostanza si stavano dividendo su obiettivi e metodi per raggiungerli. Gli operai tiravano dal lato della lotta aperta al capitale e con loro il proletariato agricolo, la nuova borghesia annidata nei gruppi dirigenti del partito e del sindacato tirava ad un lento ma inesorabile miglioramento della situazione delle masse sfruttate attraverso lotte legali ed accordi con il governo. Ed infine, la maggioranza, il grande collante dei soliti “lavoratori del braccio e della mente” che volevano tenere tutto assieme. Il problema fu quando e come la rottura di questa convivenza politico organizzativa dovesse avvenire, come potevano gli esponenti dell’ala più radicale, che si richiamavano al marxismo stare nello stesso partito di Turati, come si poteva stare nello stesso partito in cui alcuni dirigenti di fronte alla conquista della Libia sostennero da socialisti il governo imperialista? E’ vero che nel grande calderone del partito socialista c’era posto per i comunisti torinesi dell’Ordine Nuovo di Gramsci e per quelli del Soviet di Bordiga, è vero che le dichiarazioni di intenti del partito inneggiavano alla Rivoluzione russa ed alla Terza Internazionale, ma come nella migliore tradizione politica in Italia, sceneggiate e roboanti dichiarazioni non si sprecano mai perché non costano niente. Ma per nessuna ragione nè Marx e il suo socio Engels e tantomeno Lenin sarebbero mai stati associati o militanti di partiti i cui dirigenti, nella loro pratica politica, si fossero compromessi col nemico, il suo Stato e il suo governo, o che avessero programmaticamente sostenuto la conquista per via elettorale del potere operaio.
Il Partito socialista italiano aveva dato ampie prove di essere un partito oscillante, dalla critica alla guerra ai piagnistei di una parte di dirigenti sulla patria da difendere dopo la sconfitta di Caporetto, dalla lotta di classe proclamata ai compromessi con gli industriali ad ogni costo. La rottura politica organizzativa con questo grande calderone da parte di coloro che si muovevano sul terreno del marxismo era già matura da tempo, ma si realizza solo nel 1921, troppo tardi. Anche se bisogna riconoscere che la coscienza della necessità di una rottura è un processo, ma la domanda rimane: quando questo processo arriva alla conclusione e da cosa dipendono i tempi della sua maturazione? Dipendono dal livello di maturità delle classi che lo rendono possibile ma anche della coscienza dei loro diretti rappresentanti. Il movimento degli operai e dei contadini poveri aveva dato nel corso di un decennio ampie dimostrazioni della necessità di una propria politica indipendente e della necessaria organizzazione per dare l’assalto al potere del capitale e del suo rappresentante collettivo lo Stato, la necessità della rottura politica – organizzativa – pratica maturò nei rappresentanti delle frazioni più radicali del Partito socialista solo nel 1921 con la scissione di Livorno. Bisogna ricordare che lo scindersi dall’opportunismo nei partiti che si erano formati in Europa a cavallo del secolo era stato uno dei piani di battaglia dei fondatori del marxismo e dello stesso Lenin, la vecchia classe operaia si stava differenziando al suo interno, l’imperialismo ne aveva corrotta una parte rendendola omogenea alla piccola borghesia che già influenzava con la sua presenza i partiti socialdemocratici, l’altra parte era un nuovo movimento operaio che sottomesso al moderno sviluppo industriale, schiacciato dalle crisi iniziava a porre il problema di una rottura completa e radicale con il sistema del capitale. La scissione fra l’imborghesimento e la necessità della rottura rivoluzionaria fu immediatamente percorsa da Lenin e esportata in tutta l’Europa. Era quello che avevano fatto i marxisti russi fin dalla costituzione dell’Unione di lotta per la liberazione della classe operaia, fondata da Lenin a Pietroburgo e primo nucleo del Partito bolscevico. Ma questo giudizio sulla scissione tardiva non serve ad introdurre un elemento critico sui militanti che abbandonarono il congresso controllato dai socialisti opportunisti e collaborazionisti per costituire il Partito comunista, fu per mille volte la scelta giusta e necessaria.

 

Il problema dei tempi invece ci riguarda oggi direttamente, una nuova scissione è necessaria, non passa però attraverso i partiti esistenti, ai partiti genericamente di sinistra. L’antico Partito comunista si è trasformato in un bel Partito borghese, fra altri partiti borghesi rappresentanti delle diverse frazioni di capitali grandi e medio piccoli. Anche la classe degli operai si è modificata, anche noi abbiamo visto il formarsi di una aristocrazia operaia, piccoli borghesi e grandi intellettuali entrare nel partito e modificarlo fino a renderlo un puntello del capitale e del sistema dei padroni che è diventato asetticamente il sistema delle imprese. Una nuova scissione invece si sta producendo nella società fra una classe operaia giovane, omogenea sul mercato mondiale, che ha visto cadere una alla volta i miti riformisti del progressivo miglioramento, e tutti coloro che come sostenitori del sistema vivono sul loro sfruttamento. Questa nuova scissione latente nella società richiede una scissione teorica e politica, organizzativa, militante fra gli operai e le altre classi, e questa scissione moderna avrà un solo modo di materializzarsi: quello di un Partito operaio indipendente che scrive di nuovo sulla sua bandiera “liberazione degli operai dal lavoro salariato”. Scissione da fare subito, anche se di minoranza, da ogni influenza dei borghesi grandi e piccoli, dal loro opportunismo, dal loro tentativo di abbellire un capitalismo sognato, per farcelo accettare come il minore dei mali sopportabilissimo. Come operai dopo cento anni siamo di nuovo daccapo, ma con una montagna di esperienza che ci permette di aprire da oggi la strada per costituirci in classe e con ciò in partito politico autonomo. Non aspetteremo domani per scinderci dai partiti borghesi, anche se si dicono di sinistra, anche se si commuovono ricordando i cento anni trascorsi dalla scissione di Livorno. Per noi operai scissione sempre ed ovunque con chi ci vuole legati al carro dei padroni e schiavi consenzienti delle loro galere industriali.

 

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