SULLA PIU’ RECENTE TRADUZIONE ITALIANA DEL LIBRO PRIMO DE IL CAPITALE

Pubblichiamo dalla rivista Materialismo Storico l’articolo di un giovane studioso, che recensisce la recente traduzione curata da Roberto Fineschi del Libro I de Il Capitale di Marx. Ci interessa sottolineare...

Pubblichiamo dalla rivista Materialismo Storico l’articolo di un giovane studioso, che recensisce la recente traduzione curata da Roberto Fineschi del Libro I de Il Capitale di Marx.

Ci interessa sottolineare la posizione che l’autore esprime sulla scelta di Fineschi di tradurre il termine tedesco Arbeiter solo ed esclusivamente con “lavoratore” e mai con “operaio”. E’ una scelta che abbiamo più volte criticato e di questo ci dà atto l’autore nella Nota 20 dell’articolo, che di seguito riportiamo: “Per quanto io sappia, a contestare per la prima volta pubblicamente questa espunzione sono stati alcuni membri di AsLO-Operai Contro, nel loro intervento nel dibattito, a cui ho assistito, in occasione della presentazione del volume che sto qui discutendo, che si è tenuta il 17 gennaio 2014 nell’aula “Aliotta” dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Loro, in particolare l’amico Andrea Vitale, hanno portato la mia attenzione su questo aspetto, in particolare le discussioni con lui e con un altro amico, Gabriele Borghese, hanno stimolato le riflessioni che ho raccolto qui a proposito di “Arbeiter”, il che non significa che tutte le mie conclusioni coincidano con le loro e viceversa. La prima presa di posizione critica per iscritto riguardo ad “Arbeiter” è questa: «In una recente nuova edizione del Libro I de Il Capitale [...], edizione curata da Roberto Fineschi, è stata fatta la scelta, teoricamente, politicamente e filologicamente per noi estremamente sbagliata, di tradurre il termine tedesco Arbeiter sempre con “lavoratore” e mai con “operaio”, di modo che in questa edizione de Il Capitale, la parola “operaio” è stata del tutto cancellata. La cosa ci pare ancora più scorretta perché della scelta di traduzione effettuata si rende edotto il lettore solo alla fine dell’opera, nella voce 11 del Glossario» (Andrea Vitale, La rivista Operai e Teoria. Marxismo e operai nel dibattito alla fine degli anni ’70 [Tesi di laurea in Storia delle dottrine politiche], p. 41:                                                     https://www.academia.edu/36121703/La_rivista_Operai_e_Teoria_._Marxismo_e_operai_nel_dibattito_alla_fine_degli_anni_70)”.

Da “Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane”, n° 1/2018 vol. IV, RIVOLUZIONI E RESTAURAZIONI, GUERRE E GRANDI CRISI STORICHE: CENTO ANNI DALL’OTTOBRE RUSSO (PARTE SECONDA), a cura di Stefano G. Azzarà, pp. 164–189 (http://ojs.uniurb.it/index.php/materialismostorico/article/view/1837/1645), licenza Creative Commons BY-NC-ND 4.0.

  Sulla più recente traduzione italiana del Libro primo de Il capitale[*]

Con un approfondimento sul termine “Arbeiter” e con la segnalazione di sviste e alternative di traduzione

di

Alessandro Cardinale

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Il lettore italiano che oggi avverta il bisogno di misurarsi con la lettura del testo principale di Karl Marx ha a disposizione, e già da molti anni, tre traduzioni integrali del Libro primo de Il capitale, in ordine cronologico, secondo la prima edizione di ciascuna, quelle di Delio Cantimori (Editori Riuniti, 1951), Ruth Meyer (Avanzini e Torraca, 1965), Bruno Maffi (UTET, 1974). A queste si è aggiunta nel 2011 una nuova traduzione, curata da Roberto Fineschi, pubblicata da La Città del Sole come volume XXXI delle Opere complete di Marx ed Engels. Questo volume, in due tomi, contiene oltre al testo principale, alle varianti e all’apparato, ulteriori materiali che rappresentano alcune tappe della storia editoriale del Libro primo: una porzione del Manoscritto 1863-1865 la quale consiste in gran parte nel cosiddetto Capitolo VI inedito; due porzioni di testo tratte dalla prima edizione (1867) del Libro primo, e cioè il primo capitolo e l’appendice su La forma di valore; un manoscritto preparatorio, utilizzato da Marx per approntare sia la seconda edizione tedesca che la traduzione francese, tradotto qui per la prima volta in italiano con il nome di Manoscritto 1871-1872. Questi materiali, che occupano metà del secondo tomo, non saranno oggetto delle considerazioni che seguono, nelle quali prendo in esame solo il testo principale, comprese le varianti e l’apparato.

Cominciamo con il testo principale e con il problema di partenza che si pone al traduttore del Libro primo de Il capitale, cioè quello di scegliere il testo su cui condurre la traduzione: la II edizione tedesca (1873), la III (1883), la IV (1890), o l’edizione francese (1875). Come due dei precedenti traduttori italiani la scelta del curatore e traduttore Roberto Fineschi è ricaduta sulla IV edizione tedesca (1890)[1], vale a dire sul testo di Marx revisionato da Engels in base a indicazioni di Marx[2]. La importante novità rispetto alle traduzioni italiane precedenti è che vengono fornite, mediante un riuscitissimo sistema redazionale[3], le principali varianti della I, II, III edizione tedesca e dell’edizione francese. Viene per di più segnalato in che misura le integrazioni operate in base all’edizione francese combacino o meno con le indicazioni ritrovate di Marx[4]. Non è superfluo ricordare, riguardo alle varianti, che quanto è offerto al lettore in questo volume è il risultato non semplicemente di un lavoro di traduzione di un materiale già pronto in un’altra o in altre lingue (tedesco o francese), ma il risultato di un impegnativo lavoro di selezione; infatti, se è vero che alla base delle varianti presentate c’è il lavoro certosino già svolto e raccolto nell’edizione MEGA (volumi 5-10), è altrettanto vero che acquisire dimestichezza nel servirsi degli apparati dei diversi volumi MEGA, selezionare e presentare in una forma così agevole al lettore le varianti, ha dovuto richiedere grande accuratezza. Proprio sulla base del comune sforzo di fornire le varianti, il curatore accosta la presente edizione all’edizione castigliana curata da Pedro Scaron, pubblicata per la prima volta nel 1974 da Siglo XXI. Al netto delle differenze[5], le accomuna il fatto che entrambe non sono l’edizione storico-critica, ma da essa ispirate[6] ne rappresentano una versione divulgativa.

Occupiamoci ora specificamente della traduzione del testo principale, contenuto nel primo tomo del volume. Essa consiste in una profonda revisione della traduzione di Cantimori, una revisione che, più precisamente, è consistita nella ritraduzione dei primi sette capitoli e nella revisione del resto della traduzione del Libro primo, in linea con le scelte traduttive introdotte nei primi sette capitoli. Di queste scelte traduttive Roberto Fineschi dà conto, in una forma ordinata e facilmente consultabile, mediante il Glossario contenuto nel secondo tomo; tra i termini raccolti sotto le ventuno voci troviamo, e mi appresto a discuterli, la coppia “erscheinen-scheinen”, i termini  “darstellen”, “naturwüchsig”, “Natur”, “Arbeitslohn”, il termine “Arbeiter”.

Quanto alla coppia “erscheinen-scheinen”, il primo viene tradotto da Fineschi con “manifestarsi (fenomenicamente)” e il secondo con “parere”. Le riflessioni alla base di questa scelta non sono originali[7], più originale (almeno per quanto riguarda le traduzioni italiane) ed efficace è però la scelta del traduttore di non usare nè per l’una nè per l’altra il verbo italiano “apparire”, che a causa della ricchezza semantica non si dimostra adeguato.

Novità è la traduzione dei verbi “darstellen” e “sich darstellen” rispettivamente con “esporre” e con “esporsi” anche quando -tipicamente- vengono utilizzati da Marx per indicare come il lavoro umano si manifesti nella forma merce[8]. La resa di questi passaggi con il verbo “esporsi” forza le possibilità espressive della lingua italiana[9], ma è un prezzo che il lettore di questa nuova edizione paga col vantaggio di poter immediatamente riconoscere dove Marx utilizza “sich darstellen” e “darstellen” e distinguerli immediatamente dai punti in cui usa “vorstellen” e “sich vorstellen”. Tuttavia, che tradurre “vorstellen” e “darstellen”, entrambi con “rappresentare”, scelta traduttiva di Maffi, introduca, come afferma Fineschi, «una ambiguità, inesistente nel testo tedesco e pesantissima a livello interpretativo» (MEOC, vol. 31, II, p. 1323) andava dimostrato riportando dei passaggi precisi, considerato che l’ambiguità in sé di un’espressione o di una parola può essere neutralizzata dal contesto.

Chiarificatrici sono le osservazioni avanzate nel Glossario riguardo al termine “naturwüchsig”, tradotto con “maturato naturalmente” (ed espressioni equivalenti), in maniera tale da rendere il «carattere immediatamente attivo del processo, che è si spontaneo ma che nella sua spontaneità è appunto generativo», il termine indica infatti «qualcosa che si genera spontaneamente e quindi in contrapposizione a piano o ad organizzazione razionale della società», inoltre «non ci si riferisce tuttavia ad una “spontaneità” assoluta, ma relativa ad un contesto determinato» (ivi, p. 1328).

Condivido anche la scelta di tradurre “Natur” sempre con “natura”, non ritengo però chiare e da sottoscrivere le osservazioni che Fineschi fa a questo proposito (ibidem). Condividerei l’individuazione di Fineschi dei due principali significati del termine “natura” ne Il capitale, se fossero formulati così: da una parte “natura” (1) come il necessario (cioè non controllato dai singoli soggetti, ma sul quale le azioni dei soggetti influiscono) funzionamento tipico di un determinato sistema storico-sociale, dall’altra parte “natura” (2) come il funzionamento delle “cose” secondo quel lato che sussiste pur mutandosi i sistemi storici-sociali, “lato” che ha una storicità molto “più lunga”, o “più lenta”, tanto che alcuni finiscono per considerarlo -erroneamente- senza storia (è quel lato che raggruppa le leggi della fisica, della biologia, della chimica, dell’astronomia). Se sono questi due i significati di natura, allora essi non sono «antipodici» (ivi, p. 1327), ma certo differenti. Tenuto conto di questa concettualizzazione, il feticismo di cui parla Marx consiste nel ridurre la “natura” (1) propria di ogni modo di produzione (in particolare quella del modo di produzione capitalistico) alla “natura” (2) (quella che esiste “più a lungo” o addirittura “quasi sempre”, o, secondo il modo -errato- di vedere di alcuni, “sempre allo stesso modo”). Così si capisce che nell’espressione «leggi di natura», di cui Marx fa ampio uso, nell’espressione «leggi di natura del modo di produzione capitalistico», convivono entrambi i significati, sia ad esprimere una certa cogenza, sia, ironicamente, come critica fondamentale a chi appiattisce determinate leggi sociali e storiche ad una necessità senza storia, eterna[10].

Quanto alla categoria del “salario”, Roberto Fineschi propone in alternativa alla traduzione canonica di entrambe le parole tedesche “Arbeitslohn” e “Lohn” con “salario”, di tradurre la prima con “salario del lavoro” e la seconda semplicemente con “salario” (vedi ivi, p. 1326). Le condivisibili considerazioni alla base di questa scelta traduttiva sono le stesse espresse da Bruno Maffi, il quale traduce entrambe con la sola parola “salario”, ad eccezione che nel titolo del capitolo diciassettesimo dove sceglie «compenso del lavoro», spiegando poi in nota: «Il termine italiano “salario” non esprime l’”irrazionalità” del concetto di “valore o prezzo del lavoro” come invece lo esprime il termine tedesco Arbeitslohn o l’inglese wages of labour (letteralmente, remunerazione o compenso del lavoro)» (Maffi, p. 577). Per di più la scelta di “salario del lavoro” riscuote in qualche modo il beneplacito di Marx, essa è infatti utilizzata già nella traduzione francese di M. J. Roy del 1872-1875, come il lettore italiano può constatare direttamente, grazie alle varianti fornite[11].

Su una scelta traduttiva che non condivido vorrei ora a lungo soffermarmi, in modo da scendere nei dettagli, quella riguardo alla parola tedesca “Arbeiter”. La parola “Arbeiter” oggi indica da sola -cioè quando non accompagnata da aggettivo[12] – il dipendente che si guadagna da vivere mediante lavoro per lo più (!) di tipo fisico. Essa è dunque traducibile con la parola italiana “operaio” (che fa riferimento al dipendente che fa lavoro fisico) o con la parola italiana “lavoratore” (che indica chi lavora e in particolare alle dipendenze di qualcuno, ossia il dipendente in generale)[13]. In tedesco la parola “Arbeiter” può dunque indicare entrambi (“operaio” o “lavoratore”, a seconda del contesto), in italiano la parola “lavoratore” non contiene di per sè l’accezione di lavoro di tipo fisico, che è invece rappresentata nella parola “operaio”. È il fatto che il significato della parola tedesca “Arbeiter” non coincida con l’estensione di significato della parola “lavoratore”, ma includa anche l’estensione di significato della parola “operaio”, a far sì che debba essere il contesto a decidere quali delle due usare nella traduzione. Fineschi invece elude il problema di scegliere caso per caso e sceglie di non scegliere, traducendo sempre con “lavoratore”. A sostegno della scelta adduce, tra le prime, due argomentazioni: 1. “Arbeiter” «designa da una parte, letteralmente, “colui che lavora”, “il lavoratore”. Però, ai tempi di Marx ed ancor più oggi, designa anche lo “operaio”» (MEOC, vol. 31, II, p. 1325); 2. «Del resto “lavoratore”, caso più generale, è sicuramente corretto» (ivi, pp. 1325-1326). Riguardo al punto 1, prima di tutto, indicare cosa significhi “letteralmente” un termine (cosa che in alcuni casi può aiutare) serve qui solo a sviare, quello che conta è infatti il significato e l’uso dati nella storia, non cosa significhi una parola letteralmente; inoltre, come indicato sopra, “Arbeiter” non è anche l’operaio, ma al contrario è l’operaio e anche il dipendente in generale. Riguardo al punto 2, ho fatto presente che è proprio la mancanza dell’accezione di lavoro prevalentemente fisico nella parola “lavoratore” a renderla inadeguata, dunque proprio quella che viene indicata come la sua “generalità”, cioè la mancanza di un particolare contenuto.

Per poter commentare gli altri argomenti utilizzati da Roberto Fineschi devo aggiungere adesso ulteriori considerazioni. Con il termine tedesco “Arbeiter” ne Il capitale è indicato, a seconda del contesto: a) il lavoratore in altri (non capitalistici) modi di produzione[14], b) in generale il lavoratore parte del rapporto capitalistico di produzione, c) il lavoratore nel modo di produzione specificatamente capitalistico (caratterizzato da impiego del macchinario e dalle scienze naturali a servizio della produzione, in altre parole dalla sussunzione reale) e che svolge lavoro fisico. Per l’ultimo caso la traduzione italiana più precisa è non quella di “lavoratore”, ma piuttosto quella di “operaio”, che indica del resto la figura sociale di riferimento di Marx: il lavoratore facilmente sostituibile, che nulla ha da vendere oltre alla propria forza-lavoro, costretto a faticare, e che ai tempi di Marx lavorava in fabbrica, in miniera, sui campi, dunque l’operaio di fabbrica, l’operaio minatore, l’operaio agricolo, l’operaio edile[15]. Questa “razza” di lavoratori, gli operai, non sono certo gli unici lavoratori, nemmeno nella fabbrica; del lavoratore combinato o complessivo fanno parte infatti per esempio anche ingegnere, manager e sorvegliante, come è scritto esplicitamente nel Capitolo VI inedito[16] (ma non nel Libro primo de Il capitale). Ma sono questi la figura sociale di riferimento di Marx? No[17]. La distinzione tra “lavoratore” (che include ingegnere, manager, sorvegliante) e “operaio” non viene mai esplicitata nella traduzione di Fineschi, che traduce sempre “Arbeiter” con “lavoratore”, rendendo così al lettore italiano più complicato decifrare dove si tratti dell’uno (cioè di tutti) e dove (solo) dell’altro. La difficoltà non è la stessa per il lettore tedesco, in italiano infatti la parola “lavoratore” non significa da sola già “operaio”, in tedesco invece sì, come abbiamo detto, significa soprattutto “operaio”. Vacilla anche il terzo argomento di Fineschi («è il lavoro salariato l’altro del capitale, non semplicemente l’operaio»[18]), perché il modo di produzione capitalistico non è solo rapporto capitalistico, ma anche forze produttive, nelle quali rientra anche chi lavora, ma chi lavora è per Marx soprattutto operaio. In altre parole, il discorso di Marx è più concreto di quello di Fineschi, nel testo di Marx si vede non solo il rapporto capitalistico, ma anche il modo di produzione capitalistico, produttore di operai.

L’ultimo argomento utilizzato da Fineschi è legato alla traduzione francese di M. J. Roy. Nella versione francese, che per tradurre “Arbeiter” utilizza “ouvrier”[operaio] e “travailleur”[lavoratore], non sarebbe, a suo modo di vedere, riscontrabile un criterio di utilizzo: «entrambi i termini vengono impiegati a caso per entrambe le determinazioni; si pensi ad es. che accanto alla forza-lavoro figura sovente la “forza-operaia”» (ivi, p. 1326). Anche questo argomento non si dimostra robusto. Ammesso pure che la traduzione Roy non abbia seguito alcun criterio nel distinguere i due usi, ciò non significa di per sé che non ci siano criteri utilizzabili[19]. Tra l’altro proprio l’esempio che Fineschi, con disapprovazione, riporta (“forza-lavoro” tradotto con “forza-operaia”), non rappresenta una scelta scriteriata di Roy, ma pare confermare che l’operaio è la figura di riferimento di Marx, tanto da permettere una tale traduzione, a significare: il discorso della forza-lavoro si può applicare in generale a tutti i tipi di lavoro, addirittura forse ai manager, ma calzante è soprattutto per gli operai. Utile ricordare, a proposito della traduzione di Roy, che essa costituisce una prova, d’autorità, a favore dell’uso di entrambi i termini “operaio” e “lavoratore”: Marx ha infatti rivisto quella traduzione e certo non può essergli sfuggito questo uso, dunque possiamo ammettere che lo approvò. Del resto, di fronte all’espunzione, nell’atto di revisione della traduzione di Cantimori, del termine “operaio”[20], il testo marxiano casualmente oppone un’ultima resistenza: faccio riferimento a quei quattro punti in cui il traduttore ha tradotto in nota citazioni di autori francesi dal francese, e ha dovuto quindi rendere “ouvrier” con “operaio”[21].

Dopo aver articolato i motivi del mio disaccordo riguardo a questa scelta traduttiva, vorrei anche riportare alcune posizioni altrui a questo proposito. Approvano la scelta di Fineschi studiosi marxisti riconosciuti come Gianfranco Pala e Giuseppe Antonio Di Marco, seppure in base a argomentazioni differenti. Per Pala la traduzione “lavoratore” è da preferire (a quella di “operaio”) perché più aderente all’originario significato marxiano[22] e «priva dello spessore storico sociale denotato dal marxismo, che invece si trova nei libri tradotti [e in cui si usa “operaio”]»[23]. Di Marco ritiene corretta la scelta traduttiva sul piano lessicale e per di più opportuna nella società contemporanea[24]. Sulla stessa linea di Roberto Fineschi sembra rimanere anche Giovanni Sgrò, che affronta la questione a commento di un passaggio del Capitolo sesto inedito. Per Sgrò è sulla base del ragionamento svolto da Marx in quel passo[25] che il termine “Arbeiter” deve «essere inteso non storicisticamente come l’operaio di fabbrica, bensì più generalmente come qualsiasi lavoratore che sia stato sussunto sotto il rapporto di capitale»[26], perché l’operaio di fabbrica è sì «una figura storica e storicamente molto rilevante della “guerra civile” tra lavoro salariato e capitale», tuttavia «concepire l’Arbeiter come ogni lavoratore permette di uscire dalla prospettiva della fabbrica per estendere le potenzialità dell’analisi marxiana anche alle altre forme di lavoro, quali il lavoro cognitivo, affettivo, immateriale, creativo, comunicativo ecc., che sono state oramai tutte sussunte realmente sotto il rapporto di capitale»[27]. Senza entrare nel merito della giustezza di questa “estensione”, già il fatto di parlare di «estendere le potenzialità dell’analisi marxiana» e l’avverbio «oramai» alla fine del periodo avvisano che qui si supera il compito della traduzione, per “attualizzare”. A evitare malintesi: il compito degli intellettuali è in ultimo proprio quello di misurarsi con la problematica attuale, il confronto con i testi e con la storia in generale serve proprio a questo; dunque è più che lecito scrutare la situazione attuale, non è però opportuno, praticando un’accorciatoia che eviti le necessarie mediazioni, schiacciare la (o almeno quella che si ritiene essere la) situazione attuale sulla traduzione[28]. Segnalo inoltre che Sgrò nel 2008 preferiva tradurre “Arbeiter” non con “lavoratore” ma con “operaio” nella sua traduzione della marxiana Critica del Programma di Gotha[29]. Affermare che la ragione della differente traduzione starebbe nel differente genere letterario del testo tradotto, Il capitale opera scientifica, la Critica del Programma di Gotha opera politica, significherebbe non riconoscere aspetti essenziali dei due testi e quindi depurare Il capitale del suo lato sociopolitico e la Critica del Programma di Gotha del suo lato teorico.

Per chiudere questa disamina, riporto alcune considerazioni di Stefano Garroni e poi di Andrea Vitale. Da una parte Garroni invita a tenere presente «la carica di significato che, storicamente, si è accumulata sul termine, anche per distinguere il comunista dal socialdemocratico»[30], dall’altra indica, nel ricostruire le caratteristiche dell’“Arbeiter” di Marx, quattro elementi: 1) La vendita della forza-lavoro, 2) La produzione di plusvalore, 3) Il far parte del lavoratore collettivo, 4) L’organizzazione moderna del lavoro e l’uso avanzato di tecnologie, della scienza. E conclude: «Se precisiamo tutto ciò, comprendiamo bene che l’Arbeiter non è un qualunque lavoratore, ma sì un lavoratore che ha certe caratteristiche storiche ben determinate. In una parola è il moderno salariato, è il lavoratore dell’epoca delle rivoluzioni tecnico-scientifiche. Insomma è l’operaio moderno, con tutto il ventaglio di qualifiche possibili, a cui Marx fa cenno»[31]. Andrea Vitale fornisce due prove testuali che mi paiono ulteriormente confermare il ragionamento che ho sviluppato fin qui e l’opportunità di distinguere “operaio” e “lavoratore”. Dapprima riporta, come «esempio importante di come Marx ed Engels usino i due termini, proletariato e classe degli operai, proletari ed operai, in modo del tutto equivalente, come sinonimi»[32], il seguente passaggio del Manifesto del Partito Comunista: «Ma la borghesia non ha soltanto fabbricato le armi che le recano la morte; essa ha anche creato gli uomini che useranno quelle armi – i moderni operai, i proletari [die modernen Arbeiter, die Proletarier]. Nella stessa misura in cui si sviluppa la borghesia, vale a dire il capitale, si sviluppa anche il proletariato, la classe degli operai moderni [das Proletariat, die Klasse der modernen Arbeiter], i quali vivono solo fino a tanto che trovano lavoro, e trovano lavoro soltanto fino a che il loro lavoro aumenta il capitale. [...] Il lavoro dei proletari, con l’estendersi dell’uso delle macchine e con la divisione del lavoro ha perduto ogni carattere d’indipendenza e quindi ogni attrattiva per l’operaio [für den Arbeiter]. Questi diventa un semplice accessorio della macchina, un accessorio a cui non si chiede che un’operazione estremamente semplice, monotona, facilissima ad imparare»[33]. Il secondo passo su cui Andrea Vitale richiama l’attenzione è la la nota 181 al capitolo 13 del Libro primo de Il capitale, nota inserita da Marx in corrispondenza del punto in cui ha parlato di un «personale numericamente insignificante che si occupa del controllo del macchinario nel suo insieme e della sua costante riparazione, come ad es., ingegneri, meccanici, falegnami, ecc.»[34]. Per evidenziare la questione traduttiva in gioco inserisco in tabella prima l’originale e poi le traduzioni della nota nelle lingue che sono in grado di commentare; sono mie le evidenziature in grassetto.

Il capitale. Libro primo, capitolo XIII, nota 181
MEW/23, p. 443; MEGA II.10, pp. 378-379 «Es ist charakteristisch für die Absicht des statistischen Betrugs, die auch sonst noch im Detail nachweisbar wäre, wenn die englische Fabrikgesetzgebung die zuletzt im Text erwähnten Arbeiter ausdrücklich als Nicht-Fabrikarbeiter von ihrem Wirkungskreis  ausschließt,  andrerseits  die  vom  Parlament  veröffentlichten  „Returns”  ebenso ausdrücklich nicht nur  Ingenieure,  Mechaniker usw., sondern auch  Fabrikdirigenten, Kommis,  Ausläufer,  Lageraufseher, Verpacker usw.,  kurz alle  Leute,  mit  Ausschluß des Fabrikeigentümers selbst, in die Kategorie der Fabrikarbeiter  einschließen».
Cantimori, 1994, p. 465. «È caratteristico per l’intenzionale inganno statistico, comprovabile anche altrimenti nei particolari, che la legislazione inglese sulle fabbriche escluda espressamente dal suo raggio d’azione gli operai ricordati nel testo per ultimi qualificandoli come non operai  di  fabbrica, e che d’altra parte i returns  pubblicati dal parlamento includano nella categoria degli operai di fabbrica, altrettanto espressamente, non solo ingegneri, meccanici, ecc., ma anche i dirigenti di fabbrica, i commessi, fattorini, sorveglianti di magazzino, imballatori, ecc., in breve tutti ad eccezione del proprietario di fabbrica  in  persona».
Maffi, 2013, p. 525. «È  caratteristico  dell’intenzionalità  dell’imbroglio  statistico,  dimostrabile  fin  nei particolari  anche  per  altra  via,  il  fatto  che  la  legislazione  inglese  sulle  fabbriche  escluda espressamente dal suo raggio di azione gli operai citati per ultimi nel testo come non operai di fabbrica,  mentre  i  Returns  pubblicati  dal  parlamento  includono  altrettanto  espressamente nella categoria degli operai di fabbrica non solo ingegneri, meccanici ecc., ma anche dirigenti, commessi, fattorini, magazzinieri, imballatori ecc., insomma tutti  ad  eccezione  dello  stesso proprietario della fabbrica».
Fineschi, 2011, p. 459 (MEOC, vol. 31, I) «È caratteristico per l’intenzione di falsare le statistiche, come  potrebbe  essere  mostrato  nei  particolari  in  altro  modo,  che  la  legislazione  inglese  sulle fabbriche escluda espressamente dal suo raggio d’azione i lavoratori ricordati nel testo per ultimi, qualificandoli  come  non  lavoratori  di  fabbrica,  e  che,  d’altra  parte,  i  returns  pubblicati  dal parlamento  includano  nella  categoria  dei  lavoratori  di  fabbrica,  altrettanto  espressamente, non solo ingegneri, meccanici ecc. ma anche dirigenti di fabbrica, commessi, fattorini, sorveglianti di magazzino,  imballatori  ecc.,  in  breve  tutti  ad  eccezione  del  proprietario  della  fabbrica  in persona».
Meyer, 1996, p. 311. «È sintomatico del consapevole inganno che offrono le statistische, il che può essere provato nei dettagli anche in altra maniera, il fatto che la legislazione inglese sulle fabbriche lasci espressamente fuori della sua cerchia d’azione gli operai che abbiamo menzionato in ultimo nel testo definendoli come non operai di fabbrica, e che invece i “Returns” emanati dal parlamento comprendano nella categoria degli operai di fabbrica non soltanto gli ingegneri, i meccanici, ecc., ma anche i dirigenti di fabbrica, i garzoni, i fattorini, i guardiani dei magazzini, gli imballatori, ecc., insomma tutti fuorché gli stessi padroni di fabbrica».
Roy, 1872, p. 183 (capitolo XV). «La législation de fabrique anglaise exclut expressément de son cercle d’action les travailleurs mentionnés les derniers dans le texte comme n’étant  pas  des  ouvriers  de  fabrique,  mais  le  «Returns»  publiés  par  le  Parlement  comprennet expressément aussi dans la catégorie des ouvriers de fabrique non-seulement les ingénieurs, les mécaniciens, etc. mais encore les directeurs, les commis, les inspcteurs de dépôts, les garçons qui font les corse, les emballeurs, etc.; en un mot tous les gens à l’exception du fabricant – tout cela pour grossir le nombre apparent des ouvriers occupés par les machines».
      Lefebvre, 1993, p. 472. «Il  est tout à fait caractéristique de son intention  de  tromperie  statistique,  démontrable  également  dans  le  détail,  que  la  législation  industrielle  anglaise exclut expressément de son ressort  les ouvriers qui  viennent d’être mentionnés dans le texte, comme n’étant pas des ouvriers de fabrique, tandis  que d’un autre  côté les  (  Returns  II  publiés  par le  parlement incluent tout  aussi ‘ expressément  dans  la  catégorie  des  ouvriers  de  fabrique  non seulement  les  ingénieurs,  les  mécaniciens,  etc.,  mais  aussi  les  dirigeants de  fabrique,  les  commis,  les  coursiers,  les  magasiniers,  les  emballeurs,  etc. bref tout le monde à  l’exception du propriétaire  de  la fabrique  proprement dit».
       Scaron[35], 2009, p. 513. «Característico de las intenciones que inspiran  el  fraude esta dístico – intenciones  que  podríamos  demostrar  en  detalle,  también en  otros  casos-  es  el  hecho  de  que  la  legislación  fabril  inglesa excluya  expresamente  de  su  esfera  de  acción,  como  personas  que no  son  obreros  fabriles, a  los  que  acabamos  de  citar,  en  el  texto, mientras  que  por  otra  parte  los  Returns  publicados  por  el  parlamento  incluyan  no  menos  expresamente  en  la  categoría  de  los obreros fabriles  no  sólo  a  los  ingenieros,  mecánicos,  etc.,  sino  también  a  los  directores  de  fábricas,  viajantes,  mensajeros,  vigilantes de  los  depósitos,  enfardadores,  etc.;  en  una  palabra,  a  todo  el mundo,  salvo  al  propietario  mismo  de  la  fábrica».

Le uniche due traduzioni corrette in questo caso sono quella di Roy e quella di Scaron, infatti il senso del ragionamento di Marx è il seguente: questi lavoratori citati e che prestano il loro lavoro in fabbrica (ingegneri, meccanici, falegnami) non sono operai (di fabbrica), e perciò -giustamente- vengono esclusi dalle disposizioni della legislazione di fabbrica, la statistica invece inganna perché come operai (di fabbrica) conteggia tutti i lavoratori, compresi quelli menzionati, escludendo solamente il proprietario della fabbrica. Le traduzioni di Cantimori e di Maffi, e quella di Jean-Pierre Lefebvre sono scorrette nella prima parte, perché chiamano questo personale (ingegneri, meccanici, falegnami) “operai”. Al contrario la traduzione di Fineschi è corretta dove chiama questo personale “lavoratori”, invece è scorretta dove traduce “Fabrikarbeiter” con “lavoratori di fabbrica”; è scorretta, perché rende incomprensibile l’ultima parte del ragionamento di Marx, dato che questo personale, insieme all’altro citato alla fine del passo, lavora effettivamente in fabbrica, questi sono tutti effettivamente “lavoratori di fabbrica” (benché non siano “Fabrikarbeiter”, cioè “operai di fabbrica”). Possiamo ora abbandonare la discussione delle voci del Glossario, non però senza sottolineare che le critiche che ho espresso non intendono offuscare la grande importanza della presenza di esso e del merito del curatore di aver esplicitato e argomentato le scelte adottate.

Nella presentazione, a cui ho già fatto riferimento[36], tenutasi a Napoli quattro anni fa, il compianto Sergio Manes, editore di La Città del Sole, non insensibile agli svantaggi per il pubblico in termini di accessibilità dovuti al costo elevato dell’edizione presente, prospettava la possibilità di una futura edizione digitale, più economica. Qualora la si realizzasse, o in vista di una prossima edizione, o anche solo ai fini dell’elaborazione di un indice degli errata, è utile segnalare proposte alternative di traduzione, errori di stampa o sviste. Dei punti da modificare vorrei segnalare qui quelli che ritengo più importanti, il lettore che è già in possesso dell’opera può correggere sul suo esemplare o per lo meno è messo sull’avviso. Lo spirito di queste mie proposte di correzioni e alternative è quello di offrire, a vantaggio del lettore, un modesto contributo all’opera del traduttore, la quale rimane infatti in genere, e a maggior ragione nel caso di un testo come quello in oggetto, perfettibile[37]. Inserisco le mie annotazioni in tabella, precedute dalla indicazione della pagina, che si riferisce sempre a MEOC, vol. 31, I.

Pag. 73: Alternativa. «La sua espressione di valore presa singolarmente [Ihr vereinzelter Wertausdruck]». L’espressione «presa singolarmente» intende tradurre “vereinzelt”, ma non è adatta perché ha una forte accezione soggettiva, legata all’osservatore. “Vereinzelt” va tradotto con “isolato”, quindi: «La sua isolata espressione di valore».
Pag. 73: Refuso. Quanto inserisco di seguito tra parentesi quadre è presente nell’originale, ma manca nella traduzione: «20 braccia di tela = 1 abito, ovvero = 10 libbre di tè, ovvero = 40 libbre di caffè, ovvero [=] 1 quarter di grano, ovvero [=] 2 once d’oro, ovvero = ½ tonnellata di ferro [,] =».
Pag. 149. Alternativa. «Benché esista solo nel salvadanaio [Geldversprechen] del compratore, esso ha per effetto che la merce cambi di mano». Al posto di “salvadanaio” va utilizzato “promessa monetaria” o “promessa di pagare”. “Salvadanaio” è traduzione errata, perché non è detto che il denaro di cui si parla “già” esista, seppur conservato o nascosto, in casa del compratore, anzi!
Pag. 158 Refuso: nella nota 110ª manca la parola “milioni”. «Contributo di quasi venti 20 [millions] al quale era stata costretta». Deve essere: «Contributo di quasi 20 milioni al quale era stata costretta».
Pag. 174 Refuso con conseguenze sulla comprensione: nella traduzione manca la negazione; la inserisco tra parentesi quadre insieme al corrispettivo tedesco: «Considerato astrattamente, cioè prescindendo dalle circostanze che [nicht = non] scaturiscono dalle leggi immanenti della circolazione semplice di merci…».
Pag. 335 Refuso che cambia il significato del testo: nella nota 205ª. «Sulla partecipazione di Laurent e Gerhardt alla constatazione di questo importante fatto, da Marx sopravvalutato, vedi Kopp [Ueber die, von Marx überschätzte, Theilnahme Laurent’s und Gerhardt’s an der Feststellung dieser wichtigen Thatsache vgl. Kopp]». “Sopravvalutata” da Marx è la partecipazione di Laurent e Gerhard, non “l’importante fatto”, quindi la frase è da tradurre: «Sulla partecipazione, sopravvalutata da Marx, di Laurent e Gerhardt alla constatazione di questo importante fatto, vedi Kopp».
Pag. 364 Refuso: manca una virgola, che inserisco tra parentesi quadre, e a causa di questa mancanza non è immediatamente comprensibile la frase. «Quindi, di fronte ai lavoratori salariati, la connessione dei loro lavori compare come potere di una volontà altrui, che assoggetta al proprio scopo il loro fare [,] idealmente come piano, praticamente come autorità del capitalista».
Pag. 367 Refuso: manca l’aggettivo “capitalistico”. «Se quindi il modo di produzione [die kapitalistische Produktionsweise] da una parte si espone come una necessità storica». Deve essere: «Se quindi il modo di produzione capitalistico da una parte…».
Pag. 421 Due alternative. «La soppressione del lavoratore preso singolarmente da parte del lavoratore socializzato [Die Verdrängung des vereinzelten Arbeiters durch den vergesellschafteten]». Il termine “soppiantamento” mi sembra più adatto di “soppressione”, e “vereinzelt” (come per l’annotazione in tabella riguardante pag. 73) dovrebbe essere reso con “isolato”. Quindi: «Il soppiantamento del lavoratore isolato da parte del lavoratore socializzato».
Pag. 451 Refuso: “quantità” deve andare al posto di “qualità”. «Non soltanto perché si deve percorrere una distanza maggiore, ma perché aumenta la qualità [Quantität] delle merci prodotte».
Pag. 459 Correzione: dopo “lavoratori” va tolta la virgola. «La distinzione sostanziale è quella fra i lavoratori, i quali sono realmente occupati alle macchine utensili [...] e i semplici manovali». La virgola, presente nel testo tedesco, va tolta invece nella traduzione italiana; in italiano, a differenza del tedesco, una proposizione relativa introdotta dalla virgola assume un significato diverso da una proposizione relativa senza virgola, una è la relativa esplicativa, l’altra la relativa restrittiva. Nel nostro caso, con la virgola il contenuto della relativa servirebbe a spiegare, a caratterizzare tutti i lavoratori, senza virgola servirebbe ad indicare di quali determinati lavoratori dell’insieme “lavoratori” si tratta. La virgola va tolta perchè la proposizione relativa qui è una relativa restrittiva.
Pag. 556 Due alternative. «Si prenda [steht es frei…zu wählen] un esempio al di fuori della sfera della produzione materiale; un maestro di scuola è un lavoratore produttivo non se lavora [wenn er nicht nur] le teste dei bambini, ma se si ammazza di lavoro per arricchire l’imprenditore». La prima frase in tedesco mi pare suggerisca l’eccezionalità dell’esempio, inoltre manca più avanti nella traduzione la parola “solo”. Tradurrei: «Si conceda un esempio al di fuori [...] è un lavoratore produttivo se non solo lavora le teste dei bambini, ma se si ammazza di lavoro per arricchire l’imprenditore».
Pag. 590 Alternativa. «A nulla giova derivare lo scambio di più lavoro con meno lavoro dalla distinzione di forme, perché il lavoro è in un caso oggettualizzato, nell’altro vivo. [Es nützt nichts, den Austausch von  mehr  gegen weniger Arbeit aus  dem Formunterschied  herzuleiten, daß  sie  das  eine Mal vergegenständlicht,  das andre Mal lebendig ist]». La congiunzione “perché” non è adeguata, induce infatti a pensare che si stia introducendo la spiegazione del motivo di quanto precede, invece si sta spiegando in cosa consiste questa determinata “distinzione di forme”. Meglio tradurre: «A nulla giova derivare lo scambio di più lavoro con meno lavoro dalla distinzione di forme per la quale il lavoro è in un caso oggettualizzato, nell’altro vivo».
593 Alternativa. «Nell’esempio dato sopra, il valore del funzionamento della forza-lavoro per 12 ore è di 3 scellini [Im  obigen  Beispiel  ist  der Werth  der während  12  Stunden funktionirenden Arbeitskraft  3  sh.]». Da tradurre più fedelmente: «Nell’esempio dato sopra il valore della forza-lavoro che funziona durante 12 ore, è 3 sh.».
Pag. 620 Alternativa. «La misura del valore grazie alla semplice durata del tempo di lavoro [das Maß des Werts  durch die  bloße  Dauer  der  Arbeitszeit]». Il senso non è chiaro, andrebbe tradotto come di solito: «La misura del valore in base alla semplice durata del tempo di lavoro».
Pag. 635 Alternativa. «Non più il processo di produzione della merce preso singolarmente [den vereinzelten Produktionsproceß], bensì il processo di produzione capitalistico». Tradurrei: «non più il processo isolato di produzione della merce, bensì il processo di produzione capitalistico». Si tratta delle stesse considerazioni fatte nelle annotazioni riguardanti pp. 73 e 421.
Pag. 657 Alternativa. «Effetto del meccanismo sociale, all’interno del quale egli non è altro che una ruota dell’ingranaggio [worin er nur ein Triebrad ist]». “Triebrad” o “Treibrad” è più che una semplice “ruota dell’ingranaggio”, è quella ruota che riceve il movimento dal motore. Una possibile traduzione alternativa: «Effetto del meccanismo sociale, all’interno del quale egli [non è il motore, ma] è solo una ruota motrice».
Pag. 664 Refuso: manca l’aggettivo “forzata”. «Tuttavia, la riduzione [die gewaltsame Herabsetzung] dei salari del lavoro al di sotto del valore della forza-lavoro». Deve essere: «La riduzione forzata».
Pag. 670 Correzione: “reale” si riferisce al salario, non al lavoro. «Anche quando aumenta il salario del lavoro reale [der  reelle  Arbeitslohn]». Da tradurre: «Anche quando aumenta il salario reale del lavoro».
Pag. 670 Alternativa. «Produce dunque sia un maggior numero di creatori di prodotti che un maggior numero di creatori di valore, o succhiatori di lavoro [liefert  also  sowohl  mehr  Produktbildner  als  Werthbildner,  oder  Arbeitseinsauger]». Quelli a cui ci si riferisce nel testo tedesco chiamandoli “Produktbildner” e “Wertbildner” sono i mezzi di produzione. Essi non sono però “creatori” né del prodotto, e tanto meno del valore; essi sono “solo” “costitutori”, “elementi costitutivi” del prodotto e del valore. La traduzione non esatta di questa frase attribuisce ai mezzi di produzione la creazione di valore, confondendo tra “Wertschöpfung”[creazione di valore] e “Wertbildung” [costituzione o formazione di valore], che nella teoria del capitale di Marx sono differenti: in base ad essa l’unico creatore di valore è la forza-lavoro in atto, cioè il lavoro vivo, mentre elementi costitutivi del valore sono anche i mezzi di produzione (in quanto lavoro oggettualizzato); nel caso dei mezzi di produzione non si tratta però di “Wertschöpfung”[creazione di valore], ma di “Wertabgabe” (cessione o trasmissione di valore).
Pag. 691 Correzione: va aggiunta la virgola da me inserita tra parentesi quadre. «Sul fondamento della produzione di merci [,] nella quale i mezzi di produzione sono proprietà di persone private [Auf Grundlage der Waarenproduktion, wo die Produktionsmittel Eigenthum von Privatpersonen sind]». La proposizione relativa qui è una relativa esplicativa e non una relativa restrittiva. Senza virgola si intenderebbe un determinato tipo di produzione di merci (quella nella quale i mezzi di produzione sono proprietà di persone private), invece con la virgola si intende la produzione di merci in generale (sua caratteristica è che i mezzi di produzione sono proprietà di persone private).Vedi in questa tabella le considerazioni riguardo a pag. 459.
Pag. 692 Alternativa. «Questi due fattori economici producono, in questo rapporto che li connette nel loro urtarsi reciproco, il cambiamento della composizione tecnica del capitale [Diese beiden ökonomischen Faktoren erzeugen, nach dem zusammengesetzten Verhältniß des Anstoßes, den sie sich gegenseitig ertheilen, den Wechsel in der technischen Zusammensetzung des Kapitals]». Al posto di “rapporto che li connette nel loro urtarsi reciproco”, utilizzerei l’espressione secondo me più chiara “rapporto fatto di connessione e spinta reciproca”.
Pag. 699 Correzione. «Quindi, con l’accumulazione di capitale prodotta dall’accumulazione, la popolazione dei lavoratori produce [Mit der durch sie selbst producirten Akkumulation des Kapitals producirt die Arbeiterbevölkerung also]». Da tradurre così: «Quindi, con l’accumulazione di capitale da essa stessa prodotta, la popolazione dei lavoratori produce». «Da essa stessa [durch sie selbst]» si riferisce alla «popolazione dei lavoratori», non all’«accumulazione».
Pag. 700 Alternativa. «Una legge astratta della popolazione esiste soltanto per le piante e per gli animali nella misura in cui l’uomo non vi interviene portandovi la storia [Ein abstraktes Populationsgesetz existirt nur für Pflanze und Thier, soweit der Mensch nicht geschichtlich eingreift]». La traduzione può far pensare che piante ed animali non abbiano affatto storia, cioè non vivano un processo di sviluppo, prima che l’uomo vi intervenga coscientemente. Si potrebbe invece tradurre: «nella misura in cui l’uomo non vi interviene storicamente»; oppure (ma meno fedelmente): «non interviene nella loro storia».
Pag. 702 Refuso: manca l’aggettivo “relativo”. «Egli la faccia derivare da un aumento eccessivo assoluto della popolazione dei lavoratori e non dal fatto che essa venga posta in soprannumero [relativen  Ueberzähligmachung]». Si può rendere così: «Che essa venga posta relativamente in soprannumero».
Pag. 707-8 Refuso. «L’esercito industriale di riserva preme durante i periodi di stagnazione e di prosperità media sull’esercito di lavoratori attivo e ne frena le rivendicazioni nel periodo della sovrappopolazione [Ueberproduktion] e del parossismo». “Ueberproduktion” non è “sovrappopolazione”, ma invece “sovrapproduzione”.
Pag. 836 Refuso: manca la negazione e la frase assume il senso opposto. «In quanto è trasformazione di schiavi e di servi della gleba in lavoratori salariati [Soweit  sie  nicht  unmittelbare  Verwandlung von Sklaven und Leibeignen]». Da tradurre: «Nella misura in cui non è trasformazione immediata di schiavi e di servi della gleba in lavoratori salariati».
Pag. 841 Alternativa. «L’economia politica fa confusione, in linea di principio [principiell], fra due generi assai diversi di proprietà privata». Tradurrei “principiell” con “per principio”, considerato che “in linea di principio” (come l’espressione “in linea di massima”) significa anche “di solito”, mentre è proprio per il principio della sua mancanza di storicità che l’economia politica fa confusione tra i due generi di proprietà privata di cui si parla in questo passo, si tratta proprio di una questione di principio.

Fuor di tabella, a conclusione di questa parte segnalo, a vantaggio dei lettori delle altre traduzioni italiane (quelle di Cantimori, Meyer, Maffi), un intervento correttivo operato da Fineschi – in due casi su tre – rispetto alle traduzioni italiane precedenti, intervento marginale ma dovuto, che riguarda le dimensioni dei luoghi di lavoro descritti nel libro di Marx. È stato Pedro Scaron[38] a richiamare l’attenzione su questo diffuso errore, ripetuto in numerose traduzioni condotte sulla IV edizione del Libro primo, refuso presente fino alla II edizione tedesca di esso. Si tratta infatti di testi originalmente in inglese, più precisamente e nell’ordine in cui sotto presenterò i tre casi: di una citazione dalle relazioni degli ispettori di fabbrica inglesi; di una citazione dalla relazione di una commissione inglese sull’impiego di bambini nelle manifatture non regolate dalla legge; di informazioni estratte dalla relazione del Dr. Henry Julian Hunter sulla salute pubblica nell’ambito dell’inchieste volute dal Privy Council. Tenendo presente che 1 piede equivale (almeno oggi) a 30,48 cm, Scaron fa presente che alla base degli errori c’è l’errata identificazione dell’unità di misura “square foot” (in tedesco “Quadratfuß”) con foot square (in tedesco “Fuß im Quadrat”). La prima delle due corrisponde all’italiano “piede quadrato” o anche “piede quadro” (analogamente alle da noi più comuni “metro quadrato” e “metro quadro”). La seconda in italiano sarebbe “piede in quadrato”, o se vogliamo “piede per ogni lato”. Facciamo un esempio utilizzando, al posto del piede come unità di misura, il metro; l’esempio renderà chiara la differenza appena esposta: una stanza grande 10 metri quadrati è una stanza con un’area equivalente a un rettangolo con la base di 2 metri e l’altezza di 5 metri; un’area grande invece “10 metri in quadrato” è un’area grande quanto un quadrato che ha ogni lato di 10 metri, cioè è un’area di 100 metri quadrati. Vediamo ora i tre casi a cui abbiamo fatto sopra riferimento. Nel primo Fineschi traduce correttamente: «Dodici ragazze stirano e sovrappongono le pezze (cambrics ecc) in una stanzetta di circa 10 piedi per 10 [10 Fuß im Quadrat], che ha al centro una stufa completamente chiusa»[39], dove invece Cantimori, Meyer e Maffi avevano involontariamente rimpicciolito la stanza, rendendola di «dieci piedi quadrati»[40]. Rispetto a tutte le traduzioni errate come queste Scaron ironizza: «Generazioni di lettori de Il capitale si sono visti obbligati a credere che 12 ragazze ( oltre a una stufa) potessero stare e persino lavorare in un “bugigattolo” di 10 piedi quadrati»[41]; 10 piedi quadrati equivalgono infatti a poco più di 3 metri quadrati (che corrispondono a una stanza rettangolare con un lato di un metro e un lato di tre metri). Nel secondo caso Fineschi ripete l’errore dei precedenti traduttori, e al posto dei 12 piedi in quadrato, quindi 12 piedi x 12 piedi , traduce: «A Nortingham non è insolito trovare da 15 a 20 bambini stipati in una stanzetta di forse non più di 12 piedi quadri [in einem kleinen Zimmer von vielleicht nicht mehr als 12 Fuß im Quadrat], occupati per 15 ore su 24 in un lavoro che di suo porta all’esaurimento per la noia e la monotonia e che per giunta è compiuto in tutte le possibili circostanze nocive alla salute»[42]. Siamo così all’ultimo caso, qui in gioco è la differenza tra “piede cubico” (Kubikfuß) e “piede in cubo”, o “piede di spigolo” (Fuß Kubik). Marx riporta quanto ha rilevato il dottor Hunter dalla visita dei cottages degli operai agricoli nelle contee inglesi, qui in particolare in Buckinghamshire; Fineschi traduce correttamente: «La riserva d’aria concessa a ogni persona nel caso accennato [Tinker’s End, presso Winslow] corrisponde a quanto gliene verrebbe se di notte fosse rinchiusa in una scatola cubica di quattro piedi di spigolo [in eine Schachtel von 4 Fuß Kubik[43], lo spigolo è infatti, in un cubo, il lato del quadrato che costituisce ogni faccia, dunque si fa riferimento a uno spazio di 4 piedi x 4 piedi x 4 piedi = 64 piedi cubi, equivalenti a circa 1,8 m cubo (= 1800 litri). Cantimori, Meyer e Maffi riducono invece involontariamente questo spazio a 4 piedi cubi[44], circa 113 litri.

Giungendo ormai alla conclusione vorrei indicare un ultimo importante limite dell’edizione che ho qui preso in esame: la mancanza, ancora più vistosa nell’anno del duecentesimo anniversario della nascita di Marx, di una introduzione che, oltre a rendere conto delle vicende editoriali de Il capitale, facesse riferimento alla storia della sua ricezione storica, non solo con lo sguardo alla letteratura critica, ma anche alla passata prassi politica ispirata dalla teoria marxiana; una introduzione cioè che almeno stimolasse il lettore a mettersi sulle tracce della storia del marxismo. A prescindere da questo difetto, e sulla base di tutto quanto detto fin qui, questa edizione del Libro primo è giustamente motivo d’orgoglio per il curatore e per tutti coloro che vi hanno collaborato, in quanto costituisce una edizione critica popolare[45], seppure in diversi punti da editare.


[*] Per evitare una lettura eccessivamente “faticosa” di un testo che, per la sua natura filologica, ha bisogno di continui riferimenti a numerosi testi, viene utilizzato il sistema di citazioni a pie’ di pagina invece del consueto sistema autore-data [N.d.C.].

[1] Come Cantimori e Maffi che traducono dal volume 23 delle Marx-Engels-Werke (MEW), Meyer invece traduce dalla Edizione Cotta a cura di Benedikt Kautsky e Hans-Joachim Lieber. Fineschi sceglie la IV edizione tedesca, pubblicata come volume 10 della seconda sezione della Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA), adducendo la motivazione che è questo il testo che presenta nel corpo principale il numero maggiore delle modifiche volute da Marx e già inserite nell’edizione francese; vedi l’Introduzione del curatore, in particolare: K. Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro primo, a cura di R. Fineschi, in Marx Engels Opere Complete, vol. 31, Tomo I, Napoli, La Città del Sole, 2011, p. XXX. D’ora in poi il testo verrà così citato: MEOC, vol. 31, I (o II, a seconda del tomo), 2011, p. [numero di pagina]. Il riferimento bibliografico del volume MEW da cui nel proseguio citerò è: K. Marx, Das Kapital. Kritik der politischen Ökonomie. Erster Band, in Marx-Engels-Werke, vol. 23, Berlin, Dietz Verlag, 1962; utilizzerò d’ora in poi la forma abbreviata MEW/23 seguita dal numero di pagina. Il riferimento bibliografico del volume MEGA da cui nel proseguio citerò è: K. Marx, Das Kapital. Kritik der politischen Ökonomie. Erster Band, Hamburg, 1890, in: K. Marx, F. Engels, Gesamtausgabe (MEGA). Zweite Abteilung. “Das Kapital” und Vorarbeiten, Band 10, Berlin, Dietz Verlag, 1991; utilizzerò d’ora in poi la forma abbreviata MEGA/II vol. 10 seguita dal numero di pagina, dove “II” indica la seconda sezione della MEGA. Sempre a proposito della scelta del testo su cui condurre la traduzione, o su cui basare l’edizione, segnalo che l’anno scorso è uscita in Germania a cura di Thomas Kuczynski una nuova edizione del Libro primo (Karl Marx, Das Kapital, Kritik der politischen Ökonomie, Erster Band, Buch I: Der Produktionsprozess des Kapitals, a cura di T. Kuczynski, VSA Verlag Hamburg, 2017) realizzata editando la seconda edizione tedesca, cioè operando proprio nella maniera criticata da Fineschi quando scrive che «”Creare” un’opera, ricostruendo il testo sulla base dei manoscritti marxiani per il I volume sarebbe opera redazionale, di cui sarebbe difficile valutare la “marxianità”» (MEOC, vol. 31, I. p. XXX, nota 70). Intendo recensirla nel prossimo numero di Materialismo storico e in tedesco in uno dei prossimi numeri di Das Argument, sul quale verrà pubblicata anche una versione abbreviata del presente testo sottoforma di ricensione.

[2] Nella prefazione Alla quarta edizione del Libro primo Friedrich Engels scrive: «Ho confrontato di nuovo l’edizione francese con le note manoscritte di Marx e ho accolto nel testo tedesco alcune altre aggiunte tratte da essa» (MEOC, vol. 31, I, p. 35). Scrive «di nuovo» perché già la III edizione, sopraggiunta la morte di Marx, era stata approntata da Engels in base alle «carte lasciate da Marx», tre le quali «un esemplare tedesco, da lui corretto in vari punti e corredato di riferimenti all’edizione francese» e «un esemplare francese in cui egli aveva indicato con precisione i passi da usare» (ivi, p. 25). Ad integrazione di quanto detto qui, vedi la successiva nota 4. Se fin dalla prima pagina della sua Introduzione Fineschi mette in rilievo l’incompiutezza dell’opera marxiana, riferendola -con un’amplificazione- anche al Libro primo de Il capitale, bisogna tenere presente che esso è incompleto in un senso molto peculiare: è stato più volte completato! Perciò dire che «non ne esiste una edizione “di ultima mano”» (ivi, p. XXIII) significa in definitiva, come del resto informa la stessa Introduzione di Fineschi, che grazie all’insoddisfazione dell’autore ce n’è una prima edizione la cui ultima mano fu dell’autore, una seconda la cui ultima mano pure fu dell’autore, una edizione francese la cui traduzione fu autorizzata dall’autore e una edizione (mi riferisco alla III e alla IV, che nella sostanza sono uguali) che fu pubblicata da colui che fu «dal 1850 al 1883 il più importante interlocutore per Marx» (Michael R. Krätke, Kritik der politischen Ökonomie heute. Zeitgenosse Marx, VSA Verlag, Hamburg, 2017, p. 213) e che si servì di materiali manoscritti lasciati da Marx.

[3] L’ingegnoso e discreto sistema adottato per indicare le varianti, contenute a parte nel secondo tomo divise per capitolo e sempre con l’indicazione della pagina, consiste in puntino nero e cifra romana in apice inseriti nel corpo del testo; le rende visibili senza disturbare la lettura.

[4] Si fa per lo più riferimento, oltre ai due esemplari (tedesco e francese) annotati da Marx e di cui Engels disponeva (vedi la precedente nota 2), alle indicazioni contenute nell’indice redatto da Marx e pubblicato in lingua tedesca come K. Marx, Verzeichnisse der Veränderungen der 2. deutschen Auflage des ersten Bandes des “Kapitals”, in K. Marx, F. Engels, Gesamtausgabe (MEGA), Zweite Abteilung, “Das Kapital” und Vorarbeiten, Band 8, Berlin, Dietz Verlag, 1989, pp. 5-20. Fineschi, in linea con i curatori della MEGA, ritiene che l’indice sia stato «redatto da Marx in preparazione di C3 [terza edizione del Libro primo]» (MEOC, vol. 31, II. p. 1198). Thomas Kuczynski ritiene che questo indice di istruzioni sia solo una prima redazione di quanto poi inviato da Marx per la preparazione della edizione inglese del Libro primo negli Stati Uniti e che tanto l’indice di istruzioni quanto le annotazioni di Marx sugli esemplari di cui sopra non debbano essere considerati come redatti in vista della terza edizione e con ciò contrapposti -come fece Engels- agli indici per l’edizione americana (Karl Marx, Das Kapital, Kritik der politischen Ökonomie, Erster Band, Buch I: Der Produktionsprozess des Kapitals, a cura di T. Kuczynski, VSA Verlag Hamburg, 2017, pp. 763-770).

[5] «In chiave antiengelsiana, Scaron decise nel 1975 per la II [edizione tedesca, come testo base per la traduzione], per rendere un “autentico” testo marxiano, mettendo come varianti le differenze successive» (MEOC, vol. 31, I, pp. XXIX-XXX). Nella Advertencia del traductor Scaron scrive: «Il testo di base -ma non l’unico, come si vedrà- è quello dell’ultima edizione tedesca pubblicata Marx vivo, la seconda» (K. Marx, El capital. Crítica de la economía política, Libro primero, edición a cargo de Pedro Scaron, tomo I, vol. 1, siglo xxi editores, Mexico, 2008, p. XI).

[6] «Per quanto concerne le varianti, è ben precisare che questa edizione offre solo un’ampia selezione delle più significative e che certo non può, né intende, sostituire l’edizione critica» (MEOC, vol. 31, p. XXX, n. 71). Scaron nella Advertencia del traductor spiega come la sua edizione non aspira ad essere una edizione critica, ma pretende essere semplicemente «una prima approssimazione a una edizione critica de Il capitale in castigliano» (K. Marx, El capital. Crítica de la economía política. Libro primero, op. cit., p. XI).

[7] Cristina Pennavaja nel 1976, nella Nota di traduzione alla prima traduzione in italiano del primo capitolo dell’edizione 1867 de Il capitale e dell’Appendice su La forma di valore, scrive: «Ho osservato sempre una rigorosa distinzione fra i termini erscheinen (manifestarsi o presentarsi) e scheinen (sembrare o apparire), quindi anche fra i termini Erscheinungsform (forma di manifestazione o forma fenomenica) e Schein (apparenza o parvenza). (La presenza delle coppie di termini è costitutiva del discorso di Marx sul feticismo della merce; il fatto che egli -attingendoli da Hegel- finisca per servirsene talvolta in modo analogico, non autorizza a dimenticare la distinzione)» ( K. Marx, L’analisi della forma di valore, a cura di C. Pennavaja, Editori Laterza, Roma-Bari, 1976, p. LIII).

[8] Riporto qui alcuni esempi: «Lo stesso quantum di lavoro si espone [stellt sichdar] per esempio con una stagione favorevole in 8 bushel di grano, con una stagione sfavorevole solo in 4» (MEOC, vol. 31, I, p. 50); il titolo del paragrafo: «Doppio carattere del lavoro esposto [dargestellt] nelle merci» (ivi, p. 51); «Il valore della merce espone [darstellt] però lavoro umano come tale, dispendio di forza-lavoro umana in genere» (ivi, p. 54). Al posto del «si espone» del primo caso, Cantimori utilizza «si presenta» (K. Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro primo, a cura di D. Cantimori, Roma, Editori Riuniti, 1994. p. 72), invece di «esposto» sceglie «rappresentato» (ivi, p. 73), e al posto di «espone» traduce «rappresenta» (ivi, p. 76). In Meyer abbiamo rispettivamente per gli stessi tre casi: «[la medesima quantità di lavoro]è rappresentata» (Id., Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro primo, a cura di E. Sbardella, tr. it. di Ruth Meyer, Newton Compton Editori, 1996, p. 56), «rappresentato» (ivi, p. 57), «indica» (ivi, p. 59). In Maffi: «si rappresenta» (Id., Il capitale. Critica dell’economia politica. Libro primo, a cura di A. Macchioro e B. Maffi, Torino, UTET, ebook, 2013, p. 101) «rappresentato» (ivi, p. 102) e «rappresenta» (p. 104). Le tre traduzioni italiane a cui ho fatto riferimento in questa nota verranno citate nel prosieguo in forma abbreviata, indicando il nome del traduttore seguito dall’anno dell’edizione citata e dal numero di pagina.

[9] Oltre alle frasi riportate nella nota precedente, uno dei casi in cui la forzatura è più evidente è il seguente: «Se quindi il modo di produzione [capitalistico] da una parte si espone come una necessità storica» (MEOC, vol. 31, I, p. 367). Un’altro: «È cosa abbastanza nota in tutte le scienze, tranne che nell’economia politica, che nella loro manifestazione fenomenica le cose spesso si espongono in modo capovolto» (MEOC, vol. 31, I, p. 591). In questi due casi sarebbe stata consigliabile meno rigidezza, e l’utilizzo di altri verbi, ad esempio “manifestarsi” o “presentarsi”.

[10] Un passaggio chiave mi sembra essere il seguente, alla nota 15 del capitolo 15: «Naturalmente era molto più comodo e molto più rispondente agli interessi delle classi dominanti, idolatrate da Malthus proprio da quel prete che era, spiegare questa “sovrappopolazione” con le eterne leggi di natura anziché con le solo storiche leggi di natura della produzione capitalistica» (MEOC, vol. 31, I, p. 577). Riguardo all’uso marxiano di “Naturgesetze”, vedi Michael R. Krätke, Kritik der politischen Ökonomie heute. Zeitgenosse Marx, VSA Verlag, Hamburg, 2017, pp. 110-112.

[11] MEOC, vol. 31, II, p. 1258.

[12] Caso nel quale indica in maniera estensiva una persona che lavora in un certo modo, per es. “ein fleißiger Arbeiter” è “un lavoratore diligente”, espressione che può essere riferita a chiunque, per es. a qualsiasi libero professionista che si adopera con zelo nella sua attività, o per es. per apprezzare lo zelo di un amico che ci aiuta in un lavoro lungo e impegnativo.

[13] Similmente accade con il termine italiano “dottore”, che da una parte indica in generale una persona laureata, dall’altra è specificamente utilizzato per designare una persona laureata in medicina. Il traduttore inglese della parola deve prestare attenzione al caso specifico perché l’inglese utilizza due parole distinte: “graduate” per il primo caso, “doctor” per il secondo. Così la difficoltà del traduttore italiano de Il capitale sta nel riconoscere, in ogni luogo in cui è utilizzato il termine “Arbeiter”, se Marx si riferisca, o meno, in particolare al lavoratore subordinato al capitalista e che svolge lavoro di tipo fisico, è impiegato dalla macchina, cioè all’operaio.

[14] Ad esempio: «Nella misura in cui il processo lavorativo è puramente individuale, lo stesso lavoratore [derselbe Arbeiter] unifica tutte le funzioni che successivamente si separano. Nell’appropriazione individuale degli oggetti naturali per gli scopi della propria vita, il lavoratore [er] controlla se stesso. Successivamente egli viene controllato» (MEOC, vol. 31, I, p. 555; MEGA/II vol. 10, pp. 456-457). In questo caso usare “lavoratore” nella traduzione di “Arbeiter” è corretto, è dovuto.

[15] Quando parla di operai Fineschi sembra prendere in considerazione solo l’esistenza dell’operaio nella fabbrica strettamente intesa; vedi MEOC, vol. 31, II, pp. 1325-1326.

[16]  MEOC, vol. 31, II, p. 993.

[17] Si può obiettare che il mondo sia cambiato e che oggi anche ingegnere, manager e sorvegliante, maestro di scuola privata, musicista assunto in azienda e informatico si trovino nella stessa condizione degli operai. Senza entrare nel merito di questa importante questione attuale, si deve ricordare che qui si sta discutendo la traduzione di un testo pubblicato per la prima volta nel 1867 e se pure oggi la posizione socio-economica delle figure sociali indicate fosse assimilabile alla condizione “operaia”, non sarebbe lecito obliterare la distanza tra il testo e la nostra attualità.

[18] Ivi, p. 1236.

[19] Nemmeno l’aver riscontrato da parte di Fineschi, al momento della traduzione dal tedesco all’italiano e della (elusa) scelta in ogni luogo tra “lavoratore” e “operaio”, «più di un caso soggetto a interpretazione», può giustificare di aver «preferito tradurre sempre con “lavoratore”» (ivi, p. 1325). Le citate versioni italiane precedenti, la traduzione spagnola di Scaron e le traduzioni francesi da noi consultate, quella di Roy (Karl Marx, Le capital, traduction de M. J. Roy, entièrement revisée par l’auteur, Paris, M. Lachâtre, 1872, disponibile su Gallica, la biblioteca digitale della Bibliothèque nationale de France, al seguente indirizzo: https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/ bpt6k1232830/f1n351.pdf) e quella di Lefebvre (Karl Marx, Le Capital. Critique de l’économie politique. Livre premier, a cura di Jean-Pierre Lefebvre, Paris, Quadrige, 1993), scelgono correttamente di distinguere tra “operaio” e “lavoratore”, decidendo caso per caso quali delle due parole utilizzare; rispettivamente “ouvrier” oppure “travailleur” per il francese, “obrero” oppure “trabajador” per lo spagnolo. Giudicare se ogni singola scelta sia stata pertinente è ulteriore operazione, di cui più oltre alle pp. 8-9 in tabella faccio un esempio.

[20] Per quanto io sappia, a contestare per la prima volta pubblicamente questa espunzione sono stati alcuni membri di AsLO-Operai Contro, nel loro intervento nel dibattito, a cui ho assistito, in occasione della presentazione del volume che sto qui discutendo, che si è tenuta il 17 gennaio 2014 nell’aula “Aliotta” dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Loro, in particolare l’amico Andrea Vitale, hanno portato la mia attenzione su questo aspetto, in particolare le discussioni con lui e con un altro amico, Gabriele Borghese, hanno stimolato le riflessioni che ho raccolto qui a proposito di “Arbeiter”, il che non significa che tutte le mie conclusioni coincidano con le loro e viceversa. La prima presa di posizione critica per iscritto riguardo ad “Arbeiter” è questa: «In una recente nuova edizione del Libro I de Il Capitale [...], edizione curata da Roberto Fineschi, è stata fatta la scelta, teoricamente, politicamente e filologicamente per noi estremamente sbagliata, di tradurre il termine tedesco Arbeiter sempre con “lavoratore” e mai con “operaio”, di modo che in questa edizione de Il Capitale, la parola “operaio” è stata del tutto cancellata. La cosa ci pare ancora più scorretta perché della scelta di traduzione effettuata si rende edotto il lettore solo alla fine dell’opera, nella voce 11 del Glossario» (Andrea Vitale, La rivista Operai e Teoria. Marxismo e operai nel dibattito alla fine degli anni ’70 [Tesi di laurea in Storia delle dottrine politiche], p. 41: https://www.academia.edu/36121703/La_rivista_Operai_e_Teoria_._Marxismo_e_operai_nel_dibattito_alla_fine_degli_anni_70).

[21] Si tratta di due citazioni da Storch, una da Turgot, una da F. Skarbek, rispettivamente: MEOC, vol. 31, I, p. 191 n. 50; p. 395 n. 65; p. 342 n .1; pag. 358 n. 14.

[22] «Si segnala che nei testi originali Marx e Engels usano sempre il termine tedesco arbeit (e derivati, arbeiter…) sia per lavoro come generica costrizione, in condizioni di sforzo, fatica, pena, sostanzialmente di illibertà o anche quale generale “operare”, come attività creativa libera» (G. Pala, Perla critica: dell’economia politica secondo Marx, Napoli, La Città del Sole, 2014, p. 13).

[23] Ivi, p 14.

[24] «Inoltre Arbeiter è tradotto con “lavoratore”, invece di “operaio”. La scelta di “lavoratore” è dettata dall’aderenza al significato lessicale del termine usato da Marx e io la ritengo, oltre che condivisibile per questo motivo, anche opportuna nella situazione contemporanea della lotta di classe tra lavoro salariato e capitale, visto che “operaio” ricorda la figura produttiva di plusvalore in un’epoca in cui il lavoro sussunto – o sottomesso – sia formalmente (ovvero formalisticamente) che realmente sotto il capitale […] era prevalentemente lavoro volto a produrre oggetti di materiale cosiddetto “durevole” (metallico, plastico, organico ecc.), mentre nei processi lavorativi contemporanei il capitale ormai sussume lavori delle più diverse specie, anche quelli cosiddetti “immateriali” (software, pubblicità, servizi alla persona ecc.), quindi “lavoratore” denota meglio questa nuova situazione. Tuttavia, avendo io assunto come base delle citazioni il testo tradotto da Cantimori (1994), ho conservato in tutto il testo – nelle parti citate e non – il termine “operaio” per semplice uniformità e perché, pur condividendo l’opportunità della traduzione di Arbeiter con “lavoratore” per le ragioni suddette, penso che la sostanza concettuale non cambi e sia desumibile senza equivoci dal contesto del presente lavoro» (G. A. Di Marco, I concetti marxiani di “macchine e grande industria” nella produzione postfordista contemporanea in: «Revista Virtual En_Fil (Encontros com a Filosofia)», IV (2015), n. 6, http://en-fil.net/intercambio/index_006_dimarco.php, p. 21 n. 21).

[25] «Molto più ampia e articolata rispetto a Il capitale è nel Capitolo sesto anche la distinzione tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo[...]. Marx sottolinea a più riprese, e con vari esempi, che è produttivo ogni tipo di lavoro che produce plusvalore, ovvero che accresce il capitale» (G. Sgrò, Sul cosiddetto “Capitolo sesto inedito” di Karl Marx. Appunti di lettura e considerazioni critiche in: «Consecutio Temporum. Rivista critica della postmodernitò», 5, 2013, pp. 108-109).

[26] Sopra ho spiegato perché non ritengo corretto cancellare la differenza tra “operaio” e “lavoratore” appoggiandosi al fatto che entrambi fanno parte del rapporto capitalistico.

[27] Ibidem.

[28] Detto in altre parole, affrontare la problematica attuale mantenendo durante la traduzione la fedeltà al testo originale significa porsi la domanda nel modo seguente: appurato che Marx nel punto x si riferisca alla figura indicata oggi dal termine italiano “operaio”, riferire quanto Marx dice nello stesso punto x non esclusivamente a quella figura indicata oggi da quel termine è dal punto di vista scientifico un perfezionamento della teoria marxiana, un aggiornamento, una estensione, una forzatura, uno stravolgimento? Certamente la questione ultima e più importante è se l’estensione sia o meno necessaria, vale a dire, se essa corrisponda o meno alla realtà attuale e di conseguenza se essa aiuti o meno nella pratica politica consapevole; la conoscenza e la pratica attuale non implicano però di dover trascurare la ricostruzione pertinente dei testi e della storia.

[29] Karl Marx, Critica del Programma di Gotha, a cura di Giovanni Sgrò, Bolsena, Massari Editori, 2008.

[30] S. Garroni, Lavoro produttivo e/o improduttivo in Karl Marx, in: «Metabasis. Rivista di filosofia on-line», 4, 2007, p. 11, n. 22.

[31] Ibidem. La posizione qui espressa da Garroni, nonostante conservi delle ambiguità, ha influito molto nell’elaborazione della mia posizione.

[32] Andrea Vitale, La rivista Operai e Teoria. Marxismo e operai nel dibattito alla fine degli anni ‘70, p. 41: (https://www.academia.edu/36121703/ La_rivista_Operai_e_Teoria_._Marxismo_e_operai_nel_dibattito_alla_fine_degli_anni_70).

[33] Friedrich Engels, Karl Marx, Manifesto del Partito Comunista, tr. di Palmiro Togliatti, Roma, Editori Riuniti, 1980, pp. 65-66; Id., Manifest der kommunistischen Partei, in: in Marx-Engels-Werke, vol. 4, Berlin, Dietz Verlag, 1977, pp. 468-469.

[34] MEOC, vol. 31, I, p. 459.

[35] K. Marx, El capital. Crítica de la economía política, Libro primero, tomo I, vol. 2, siglo xxi editores, Mexico, 2009.

[36] Vedi n. 20.

[37] Seppure la traduzione oggi di un’opera come Il capitale è agevolata dall’esperienza traduttiva accumulata e dai mezzi tecnologici a disposizione (si pensi per esempio al riconoscimento ottico dei caratteri, OCR), essa rimane una sfida impegnativa e il contributo di Roberto Fineschi è significativo, d’altronde queste mie segnalazioni presuppongono il lavoro da lui svolto. Mi impegno ad inviargli al più presto una più esauriente lista con tutti i refusi da me incontrati e ulteriori osservazioni. Preciso che non ho verificato se i punti a mio avviso difettosi della traduzione si trovino già nella originale traduzione di Cantimori, poiché ho considerato marginale individuarne l’autore, centrale invece migliorare il testo.

[38]  Scaron, tomo I, vol. 1 (2008), p. XXV , nota 22.

[39]  MEGA/II vol.10, p. 267, tr. it. MEOC, vol. 31, I, p. 322.

[40] Cantimori, 1994, p. 333; Meyer, 1996, p. 226; Maffi, 2013, p. 344.

[41]  Scaron, tomo I, vol. 1 (2008), p. XXV, nota 22.

[42] MEGA/II vol.10, p. 421, tr. it. MEOC, vol. 31, I, p. 510. Cfr. Cantimori, 1994, p. 513; Meyer, 1996, p. 344; Maffi, 2013, p. 485.

[43] MEGA/II vol.10, p. 620; tr. it. MEOC, vol. 31, I, p. 761.

[44] Cantimori, 1994, p. 751; Meyer, 1996, p. 498; Maffi, 2013, p. 709.

[45] “Popolare” da intendersi al netto del suo prezzo.

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