IL PROFITTO NON HA PATRIA

Il profitto non ha patria. Patria, Nazione, Razza, queste sono sciocchezze che i padroni lasciano ai politici della piccola borghesia per continuare a tenere buoni i creduloni. di Franco Rossi...

Il profitto non ha patria.

Patria, Nazione, Razza, queste sono sciocchezze che i padroni lasciano

ai politici della piccola borghesia per continuare a tenere buoni i creduloni.

di

Franco Rossi

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Marchionne arriva alla FIAT, oggi FCA, nel 2003 e diventa amministratore delegato nel 2004. Ha davanti un gruppo decotto, dal 2001 al 2004 aveva cumulato 8 miliardi di perdite ed era in mano alle banche. Nello stesso periodo gli operai avevano continuato a produrre macchine e con queste un plusvalore che era finito nelle mani di tutti i co-divoratori dello sfruttamento operaio.

Inizia l’era dei “piani industriali” e della ristrutturazione. Nel 2009 annuncia il “progetto Italia” che ha come precondizione la “normalizzazione” degli stabilimenti. Gli operai vengono ancora di più, come se non bastasse, spremuti. Tutte le organizzazioni sindacali non allineate subiscono un pesante ridimensionamento. In realtà tutto questo era già stato anticipato a Pomigliano, prima con il licenziamento di Mimmo Mignano del gruppo del “potere operaio” nel 2007, poi, nel 2008 con il trasferimento dei 316 al reparto confino di Nola. Con queste operazioni erano stati espulsi dallo stabilimento tutti gli operai combattivi e gli appartenenti ai sindacati alternativi.

Con il “progetto Italia” iniziano i lunghi anni di cassa integrazione in quasi tutti gli stabilimenti con l’estromissione degli operai più sindacalizzati, degli operai più anziani, di tutti quelli ormai logorati da anni di catena di montaggio.

Pomigliano ne rappresenta il paradigma. Nello stabilimento si producono migliaia di Panda con meno di tremila addetti, a ritmi vertiginosi, con meno pause, senza scioperi. Circa metà fabbrica è sistematicamente fuori. I profitti che la FIAT realizza vanno agli azionisti e lo Stato interviene come supporto a questa operazione. Gli ammortizzatori sociali sono a carico dei lavoratori e dell’INPS. Ogni opposizione è annientata con i licenziamenti di quelli che si ribellano.

Nel 2009 inizia l’avventura Chrysler in America. Marchionne rileva il gruppo più decotto del settore auto statunitense, che gli viene praticamente regalato da Obama, e comincia a utilizzare gli stabilimenti americani, ma principalmente la rete di vendite su tutto il continente che Chrysler detiene. Gli operai americani subiscono lo stesso trattamento degli operai italiani. I giovani neoassunti percepiscono circa la metà del salario dei loro colleghi più anziani. Il piano di Marchionne prevede di vendere in America molte delle auto prodotte in Italia. Lo stabilimento di Melfi gioca un ruolo chiave, ma anche Cassino, con il rilancio delle produzioni Alfa.

Nonostante questi scenari, la “piena occupazione”, più volte annunciata, e più volte usata dai sindacalisti della Fiat come propaganda della necessità del loro collaborazionismo, non decolla. La produzione in Italia continua a seguire lo stesso indirizzo inaugurato a Pomigliano: ritmi impossibili per quelli che lavorano e “ammortizzatori sociali” per le migliaia di operai che rimangono inattivi. La FIOM ha calcolato che per gli ammortizzatori sociali gli operai hanno perso circa 40.000 euro in otto anni. Ma anche quelli che hanno sempre lavorato non sono andati tanto meglio. Mentre i ritmi di lavoro aumentavano e peggioravano di conseguenza le condizioni di lavoro, i salari non crescevano. Sempre la FIOM ha confrontato la busta paga di un operaio del Lingotto con i pari livello di Leonardo, Lear, Ge Avio e Oerlikon. In FIAT sono più bassi sia il salario base che i premi e la differenza con i colleghi metalmeccanici può arrivare a 3.600 euro annui.

La FIAT ha continuato a sfornare promesse di “Piani industriali” di ripresa degli stabilimenti che sono solo serviti ad illudere chi accettava di fare sacrifici in cambio di un lavoro sicuro.

Nel frattempo, le condizioni di lavoro sono ulteriormente peggiorate. A Pomigliano si è arrivati a una produzione per turno che supera le 450 auto. Più del doppio rispetto a qualche anno fa e con circa un terzo della manodopera di allora.

Mentre la condizione degli operai peggiora, i profitti degli azionisti aumentano. Negli ultimi dieci anni il debito FIAT viene eliminato, che vuol dire che il sudore degli operai Fiat non è solo finito ai loro diretti sfruttatori ma alle banche e a tanti altri imprenditori partecipanti al banchetto. Questo è il vero piano Marchionne.

Nelle fabbriche intanto è aumentata anche la repressione. Nel 2014 vengono licenziati per l’ennesima volta Mimmo Mignano e quattro suoi compagni del polo logistico di Nola (il reparto “confino”). Protestavano per i suicidi di due loro compagni avvenuti in quel periodo, inscenando il finto suicidio di Marchionne per l’improbabile rimorso provato dalle sciagure personali determinate dalle sue politiche industriali.

La magistratura ha reso esemplari anche questi licenziamenti confermandoli e inaugurando una nuova fase del diritto del lavoro, che può essere definito “diritto” solo intendendolo come diritto del più forte, dove l’“obbligo di fedeltà” del dipendente nei confronti del padrone coinvolge comportamenti e dichiarazioni critiche nei confronti del “datore di lavoro” avvenuti anche fuori dal contesto lavorativo. Chi non rispetta quest’obbligo, anche se non commette nessun reato perseguibile, può tranquillamente essere licenziato.

Bisogna ricordare che negli ultimi dieci anni la FIAT, e il suo amministratore delegato, sono diventati un faro esemplare per tutto il padronato italiano e per tutti i politici dei governi che in questi anni si sono succeduti. Tra i maggiori estimatori si è distinto il Partito Democratico e il suo degno capo, il “riformista” Renzi.

La crisi economica, però, peggiora. Il protezionismo che monta trova con Trump la sua manifestazione ufficiale. Le frontiere si chiudono allo “straniero”, le merci in entrata vengono gravate dai dazi. Il “liberismo” e la “globalizzazione” producono quello che apparentemente è il loro esatto contrario: la difesa del particolare, la chiusura, il nazionalismo. È il tentativo di superare la grande crisi di sovrapproduzione limitando alle merci straniere il mercato interno. La conseguenza sarà nuova sovrapproduzione, nuovo tentativo di forzare i mercati “esteri”, nuove tensioni economiche internazionali.

La FIAT, divisa tra America ed Europa, con sede legale ad Amsterdam e fiscale a Londra, vede andare all’aria i suoi piani di produrre parte delle auto in Italia, con costi del lavoro molto più bassi rispetto a quelli sostenuti in America, nonostante il peggioramento delle condizioni di lavoro e salario che gli operai americani hanno subito, e venderle poi lì. La vendita di auto ha un ridimensionamento su tutti i mercati, in particolar modo per la Fiat sul mercato europeo.

Si impone una scelta: rimanere con la produzione ancora in Italia e in Europa, o andare definitivamente via?

Dietro alle promesse di rilancio non mantenute c’è questa domanda. Marchionne non ha avuto il tempo di dare una risposta definitiva, ma gli azionisti di maggioranza hanno già scelto quando lui era ancora in vita. La messa fuori uso o a utilizzo ridotto degli impianti si spiega con il fatto che per l’Italia e l’Europa la FIAT non ha probabilmente un futuro. Costruire auto che contengono lavoro non pagato, rubato agli operai e non riuscire a trasformarlo in profitti per gli azionisti non conviene. O si produce e si vende con un profitto adeguato, o si chiude, questo è il funzionamento del sistema. C’è anche la soluzione di trovare un compratore che rilevi l’impresa. Difficilmente in Europa. Guardano all’oriente. Sperano in un grande gruppo giapponese, o nell’espansionismo cinese.

I grandi padroni delle nazioni dominanti ridefiniscono la loro presenza economica nei mercati esteri comprando e dismettendo impianti produttivi funzionali ai loro interessi.

Non sono conti sbagliati. Nell’era del protezionismo, prima di forzare i confini statali in modo violento, con la guerra, la soluzione per altri produttori di auto può essere quella di acquisire un gruppo europeo come FIAT e produrre negli stabilimenti acquisiti auto proprie per tecnologia, caratteristiche, a limite salvando anche il marchio acquisito. Gli operai che vi lavoreranno saranno gli stessi, tanto il plusvalore non ha patria. Certo non utilizzeranno tutti gli stabilimenti FIAT esistenti, ma per produrre profitti andranno ancora bene.

Gli operai subiranno un altro salasso e quelli che rimarranno, i “fortunati”, lo faranno a condizioni ancora peggiori, Ilva di Taranto insegna.

Gli azionisti FIAT faranno un altro affare. Dopo aver consumato generazioni di operai, e aver utilizzato miliardi di euro di aiuti statali, se ne andranno con le borse piene di soldi.

Nell’attuale situazione di frantumazione degli operai, deboli, divisi in tante parrocchie sindacali, senza una propria organizzazione politica, questo è quello che si vede all’orizzonte.

Certo ci sarà sicuramente il solito “scontro” tra chi vuole una FIAT tutta italiana contro il pericolo giallo e chi invece vedrà positivamente questa soluzione, già si cominciano a intravvederne le avvisaglie. Tra i primi ci saranno anche quelli che sono da sempre per la “nazionalizzazione”, rendere pubblica cioè la FIAT dimenticando che lo Stato è una macchina del capitale dove gli operai non solo non controllano nulla, ma vengono comunque schiavizzati da un padrone anche se ha le sembianze del manager di Stato.

Comunque sia, per gli azionisti di maggioranza sarà comunque un affare. A meno che gli operai non comincino a svegliarsi e a organizzarsi in proprio, affermando che il problema non è quale padrone compri le nostre braccia, ma quanto le paga e in che condizioni le utilizza.

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