BASTA FARE I PECORONI

BASTA FARE I PECORONI di Enzo Acerenza scarica qui il file in pdf. In un programma televisivo del mattino di lunedì 5 novembre si trovano a fare salotto un vecchio...

BASTA FARE I PECORONI

di

Enzo Acerenza

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In un programma televisivo del mattino di lunedì 5 novembre si trovano a fare salotto un vecchio studioso intellettuale (Masi), la Santanchè, in rappresentanza dei piccoli e medi padroni senza scrupoli, il politico di sinistra-sinistra piccolo borghese, Fassina e, in collegamento esterno, un famoso giornalista, un gruppo di operai di una fabbrica del milanese ed infine dei dipendenti di un call-center. La solita conduttrice che si vanta di trattare i “problemi del lavoro”. Iniziano quelli del call-center, raccontano di una storia di contratti capestro, di rinnovi non avvenuti, di una vita legata ad un filo, di salari miserabili. Per poter dire queste cose devono nascondere il viso e contraffare la voce, hanno paura. Paura delle ritorsioni che il padrone metterà in atto se li potrà individuare! In studio nessuna seria reazione, qualche stupore, ma passano oltre.

Iniziano una discussione sul rinnovo dei contratti a termine e sui contenuti del “decreto dignità”. Eppure in quel volto nascosto si manifesta, per chi ha interesse a vederlo, tutta la mistificazione della libertà di parola, l’esistenza di una categoria di cittadini che per esprimere le proprie opinioni sul padrone che li impiega devono nascondersi, non farsi scoprire. La paura di essere licenziati, e così perdere i mezzi di sostentamento, agisce con forza. Ma lo schiavo che si morde la lingua per paura della reazione del padrone è comprensibile, quello che fa impressione è che questo fatto passi quasi come normale: in fondo è assolutamente normale – per la Santanchè – chi critica il proprio padrone non ha diritto di lavorare nella sua azienda. È quasi normale anche per gli altri interlocutori in studio, con rammarico riconoscono che così va il mondo. Non è un caso che il dibattito prosegua come da scaletta, una denuncia vale l’altra, l’importante è fare spettacolo. Come siamo ridotti e come si riducono gli schiavi per poter andare in televisione a denunciare le proprie condizioni, sperando che qualcuno risolva i loro problemi. Poveri illusi, la storia è piena di appelli dei poveri ai ricchi perché si mettano una mano sul cuore, sono venute solo nuove bastonate e più miseria rispetto alla loro ricchezza.

La trasmissione va avanti, i borghesi nel salotto televisivo e i soliti operai raggruppati davanti alle fabbriche ed agli uffici, disperati. Opinionisti, giornalisti ed esponenti politici si confrontano e discutono anche animatamente sulle possibili soluzioni, fra loro. Le cavie viventi non hanno voce in capitolo, devono solo lamentarsi del cattivo destino che li ha colpiti. Lo schiavo del call-center, se si fosse dovuto nascondere per dire che al suo padrone andava tagliata la testa alla maniera della Francia del 1789, che bisognava eliminarlo in quanto padrone perché nelle sue mani il lavoro è solo fonte di arricchimento senza limiti per lui e miseria per loro, si poteva anche capire, ma essere costretti a nascondersi per denunciare la precarietà, per chiedere un lavoro stabile e un salario più alto ci dice qualcosa di più profondo sul rapporto fra libertà formale e dittatura sostanziale. La dittatura del padrone trova legittimità e giustificazione  nel suo diritto al profitto, e tutti sono d’accordo, per carità: il profitto va garantito.

Ma non abbiamo finito, tocca di seguito agli operai di una fabbrica del Nord che corrono il rischio di finire in mezzo ad una strada. Sono a contratto di somministrazione, come pillole per combattere l’influenza, fra loro c’è qualcuno che lavora ormai da anni con contratti rinnovati settimana per settimana. Riparte il giro di commenti in salotto su queste cavie sociali. Per la Santanchè è necessaria la massima libertà di impresa e la riduzione delle tasse per il padrone. Se lo schiavo vuol mangiare deve lavorare alle condizioni che il padrone stabilisce. L’uomo di sinistra-sinistra vuole lavoro ed investimenti, sogna un capitalismo senza sfruttamento, il giornalista invece cerca il lavoro con le regole, nascondendosi il fatto che è lo stesso lavoro sfruttato che produce le regole su cui si rende possibile. Lo studioso, con un guizzo, almeno conosce la storia, mette in guardia i suoi interlocutori. Attenti, c’è un’altra possibilità per risolvere questi problemi sociali: la rivoluzione, attenti. Se certe ingiustizie sociali si dimostrano irrisolvibili, non riformabili, c’è una sola via d’uscita: la rivoluzione, come fecero i borghesi che per cambiare la società e conquistare il potere tagliarono alcune migliaia di teste. Gli interlocutori, seduti in salotto, sorridono un po’ sconcertati. Chiede la parola, in collegamento esterno, l’anziano operaio e dichiara deciso: “non vogliamo fare nessuna rivoluzione, non siamo violenti, non vogliamo capovolgere niente”. Il vecchio intellettuale avrà pensato: “allora morite da schiavi”. E non avrà assolutamente pensato male.

Bisogna finirla di fare i servi buoni, le pecore, che si fanno macellare giorno per giorno senza ribellarsi, senza dare segni di rabbia. Bisogna finirla col prestarsi per queste trasmissioni televisive dove facciamo la figura dei poveri che chiedono l’elemosina, dove ci tocca sopportare commenti offensivi sulla nostra condizione fatti da chi sta al caldo con la pancia piena.

Stia sicuro, il vecchio studioso, ci sono operai, specialmente giovani, che si rendono conto che la realtà del lavoro salariato diventa ogni giorno più insopportabile, operai che si rendono conto che niente può essere riformato e che un’altra soluzione vada trovata. Che sia la rivoluzione operaia? State attenti.

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