LA GUERRA PER SPARTIRSI IL BOTTINO

La guerra per spartirsi il bottino di Enzo Acerenza Scarica qui articolo in pdf.  L’offensiva per piegare agli interessi del grande capitale il governo della piccola e media borghesia del...

La guerra per spartirsi il bottino

di

Enzo Acerenza

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 L’offensiva per piegare agli interessi del grande capitale il governo della piccola e media borghesia del Nord e del Sud è in atto. Salvini e Di Maio resistono, ma non si sa fino a quando. La legge di bilancio dello Stato è una leva per distribuire fra le diverse classi sociali una massa ingente di denaro pubblico. L’alta finanza, la grande e media industria e il vero e proprio funzionariato statale, non vogliono rinunciare alla loro parte se non incrementarla. Al governo ci sono forze che rappresentano altri strati sociali, questi hanno spinto, con il voto, Lega e 5Stelle al governo ed ora vanno ripagati. Niente di meglio che usare il bilancio dello stato per questa operazione. Così assistiamo ad un inedito braccio di ferro fra grande capitale, con tutte le sue articolazioni, finanziarie industriali e statali, e una numerosa media e piccola borghesia, rovinata dalla crisi che chiede il conto.

Il capitale industriale vuole dallo Stato un sostegno diretto, vuole una riduzione delle tasse, tenere e sviluppare il finanziamento sul macchinario, l’avvio delle grandi opere, committente lo Stato grande pagatore. La piccola borghesia vuole i soldi per tentare di migliorare immediatamente la propria situazione, i piccoli e medi padroncini vogliono meno tasse future e abbuono di quelle passate non pagate. Un intervento anche a favore della piccola borghesia dipendente, che si tira dietro anche tanti operai, un intervento sulla legge Fornero permettendo un pensionamento anticipato. Ed infine un reddito per quelli che sono stati buttati fuori dal ciclo produttivo o che non vi sono mai entrati, occorre disinnescare la tensione sociale che la miseria potrebbe produrre in particolare al Sud e, come sempre, un sussidio ai poveri è ciò che la società del capitale si inventa regolarmente. Non vuol correre rischi.

Questo braccio di ferro si gioca nell’ambito, stante le condizioni presenti, delle reali disponibilità finanziarie dello Stato. Per i capi della piccola borghesia lo Stato si può indebitare ulteriormente, aumentando il debito pubblico, mettendosi nelle mani dei grandi borghesi finanziatori. Ma per il capitale direttamente operante nella produzione, per le banche non è un buon affare: il credito per gli alti tassi di interesse si contrae, si rischia di non poter più pagare i debiti fino a rischiare la bancarotta.

Dove non è riuscito Tria, ministro dell’economia, e cioè mettere un freno all’indebitamento dello Stato, può ora risultare utile minacciare la mancanza di investitori o, peggio, il dover pagare interessi sui titoli quasi doppi rispetto alla gestione precedente. La minaccia può funzionare, le banche perdono terreno in Borsa, gli interessi salgono e una buona parte della base elettorale della Lega non può non preoccuparsi. Piccoli e medi padroncini del Nord sono detentori di depositi bancari significativi la sola possibilità di perdere dei risparmi li mette in allarme, il rischio di perdere una parte dei loro investimenti li spingerà a riportare ordine nelle sfuriate da bar di Salvini e mettersi nelle mani del mediatore Giorgetti. Va bene parlare contro l’Europa, ma non si metta a rischio nemmeno un euro di “sudati” risparmi.

Anche se, con il condono fiscale, propongono a queste categorie, e non ai poveri, uno scambio: un colpo di spugna sulle tasse non pagate in passato in cambio di un obolo da pagare subito alle casse dello Stato per finanziare la manovra. È pur vero che il condono produce un risentimento fra chi le tasse le paga e principalmente tutto il lavoro dipendente. Ma una buona parte della borghesia grande e piccola a stipendio si divide con il partito democratico e non solleverà grandi problemi né alla Lega, né ai 5Stelle.

Fermo restando che la ricchezza reale che ogni anno si incrementa e passa di mano in mano, che finisce nelle tasche dei padroni, nei depositi delle banche, ed infine nelle casse dello Stato non è che neovalore prodotto dagli operai che ricevono in cambio quel che basta per sopravvivere e niente di più. Se l’intervento dell’oligarchia finanziaria riesce a contenere l’aumento del debito pubblico entro limiti accettabili, rimarrà lo scontro sulla suddivisione delle risorse ed, in particolare, l’attacco si rivolgerà contro il reddito di cittadinanza, è quello che costa di più.

Su questo versante tutto il capitale industriale è compatto, non vuol sentire parlare di reddito di cittadinanza, vuole i soldi per le imprese. Gli industriali vogliono il riconoscimento sociale che se migliorano i loro affari migliora tutta la società, cancellando bellamente il fatto che la produzione di povertà per gli operai che occupano e per quelli che espellono, è il carattere distintivo del loro sistema.

Boccia, capo della Confindustria, era disposto ad accettare il fatto che si intervenga fra chi perde il lavoro e chi lo cerca – grazie, sono i suoi associati che licenziano e non assumono-, ma per nessuna ragione questo deve produrre una riduzione degli investimenti a favore delle imprese. E Di Maio aggiusta il tiro ogni giorno. Restringe l’area di chi ne usufruirebbe, minaccia di galera chi fa carte false per averlo – una pena più severa della bancarotta. Un reddito contro la povertà a condizione che venga speso nei modi e nei consumi stabiliti dallo Stato benefattore. Una nuova moneta dei poveri da spendere per i prodotti convenzionati: la povertà messa in un ghetto, altro che abolirla.

Di Maio è prigioniero delle sue stesse promesse, deve renderle compatibili con gli interessi della grande borghesia che gestisce il potere di banche e capitale, deve realizzarle per non perdere la faccia, ne uscirà su tutta la linea una truffa, un raggiro. Ma le promesse che hanno fatto sotto elezioni, quelle che riguardano gli operai e i poveri vanno mantenute alla lettera altrimenti è finita anche per loro e si fa strada l’idea che senza una vera rivoluzione contro il capitale nessun miglioramento duraturo è possibile per gli operai e i lavoratori poveri.

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