Articolo 18: Il vero obiettivo di Monti e Fornero sono gli operai combattivi e l’annientamento del sindacato

Dopo una lunga sceneggiata, il parlamento ha approvato la “riforma Fornero” con cui viene eliminato l’articolo 18. Di Pietro ha votato contro. La destra di Berlusconi e la stessa Lega,...

Dopo una lunga sceneggiata, il parlamento ha approvato la “riforma Fornero” con cui viene eliminato l’articolo 18. Di Pietro ha votato contro. La destra di Berlusconi e la stessa Lega, si sono sfaldati nel tentativo di recupero dei pochi elettori che sono loro rimasti smarcandosi dalla Fornero, e con questoabiurando anche la lotta all’articolo 18, storico cavallo di battaglia. Gli altri hanno votato in massa a favore.

Il PD di Bersani a parte qualche muso lungo di facciata, lo ha fatto con entusiasmo.

Un grande uomo di sinistra come Ichino lo sottolinea:

C’è un merito di questa riforma che basta da solo a compensare tutti i difetti: in materia di licenziamenti si passa da un regime in cui la regola generale è costituita dalla reintegrazione nel posto di lavoro … alla sanzione indennitaria. Questo elimina una anomalia tutta italiana – la reintegrazione automatica – rispetto al resto d’Europa. Va in questa direzione anche la drastica limitazione dell’indennizzo nel caso di reintegrazione”.

Ricordiamo un attimo cosa diceva, in sintesi, questo famoso, assurdo e antimoderno articolo 18:

Il giudice … annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro … di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro”.

Quindi, se avveniva un licenziamento per il quale non esisteva giustificato motivo e, questo fatto veniva appurato da un giudice, il lavoratore doveva essere reintegrato al suo posto di lavoro!

Appare più l’affermazione di un principio logico che una regola dello Statuto dei lavoratori.

Il fatto che ci siano voluti scioperi e lotte per anni prima di avere questa tutela minima, la dice lunga sui rapporti tra operai e imprenditori.

Oggi, dopo tante “conquiste democratiche”, dopo una propaganda assillante sul “siamo tutti uguali”, “non esistono più operai e padroni, ma solo cittadini”, ecco che torniamo d’un balzo agli anni cinquanta.

Non sono padroni in doppiopetto, disposti a tutto pur di conservare i loro privilegi, non sono i proprietari delle “ferriere”, che lo decidono, ma un attempato intellettuale, ex rettore della Bocconi.

Monti, insieme ad altri professoroni universitari, attua una “riforma” (un termine che ormai definitivamente non significa più niente) con cui abolisce l’articolo 18.

Nella sua “riforma” individua tre tipologie di licenziamento “senza giusta causa”:

1) Licenziamento discriminatorio

2) Licenziamento per motivi disciplinari

3) Licenziamenti per motivi economici.

Per il licenziamento discriminatorio, continua a valere l’articolo 18. Quindi, se il padrone delle “ferriere” è così stupido o arrogante da licenziare un operaio perché cerca di organizzare gli altri operai, e lo dice nelle motivazioni del licenziamento, allora il giudice deve ordinare il reintegro dell’operaio.

Per il licenziamento per motivi disciplinari, la proposta di legge dice tre cose:

  • se “non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa” c’è il reintegro.

  • Per “insussistenza dei fatti contestati” c’è il reintegro.

  • Se “il fatto rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa”, cioè con una punizione minore rispetto al licenziamento, c’è il reintegro.

Sembrerebbe tutto chiaro, e invece un pò dopo, la stessa legge ci dice cose diverse:

Il giudice, nelle altre ipotesi … dichiara risolto il rapporto di lavoro” e avalla il licenziamento con un risarcimento da un minimo di dodici mensilità ad un massimo di ventiquattro e tanti saluti.

Quali sono queste “altre ipotesi” ? La legge non ce lo dice.

Mancando una norma certa, il giudice deciderà lui cosa fare, però deciderà in un contesto creato dalla nuova legge, in cui tutti lo spingeranno a confermare il licenziamento.

Se però il giudice, nonostante tutto, non si fa condizionare, e opta per il reintegro, la legge stabilisce che “l’indennità risarcitoria” che tocca al lavoratore per i mesi di lavoro persi, “non potrà essere superiore a dodici mensilità”.

Non solo, ma dovrà essere “dedotto quanto … percepito … per lo svolgimento di altre attività lavorative, nonché quanto avrebbe potuto percepire dedicandosi con diligenza alla ricerca di una nuova occupazione”.

Quindi, non si ha la certezza del reintegro, perché la legge non stabilisce una condizione certa per il reintegro. In più, se uno viene reintegrato, nonostante tutto, bisogna sottrarre dalla “indennità risarcitoria” quanto si è guadagnato da attività svolte nel periodo del licenziamento, evidentemente investigate dal giudice; ma anche quanto il giudice stima si sarebbe potuto guadagnare se il lavoratore licenziato, invece di perdere tempo, si fosse impegnato a fare qualcosa.

A questo punto il ricorso legale diventa una corsa ad ostacoli impossibile per il lavoratore che, in sede di conciliazione preliminare, finirà per accettare qualche soldo dall’azienda ed andarsene.

Per i licenziamenti per motivi oggettivi (economici), la legge prevede il reintegro quando:

  • Si accerti la manifesta insussistenza del fatto”.

  • Il “motivo oggettivo … (consiste) … nell’inidoneità fisica o psichica del lavoratore”.

  • Oppure che il licenziamento avvenga prima che sia stato superato il periodo di conservazione del posto di lavoro per malattia, infortunio, gravidanza o perpuerio (cod. civ. art. 2110).

Dopo che è stato detto questo, anche qui, troviamo la dicitura “nelle altre ipotesi”. Cosa succede in queste “altre ipotesi” non individuate e non individuabili? Il giudice non applica il reintegro, ma, come per i licenziamenti disciplinari, solo il pagamento di un indennizzo.

Quali sono queste “altre ipotesi”? Cosa c’è oltre “la manifesta insussistenza del fatto”? I professoroni non ce lo dicono.

Per rendere veloce le decisioni, la Legge prevede una regolamentazione giuridica specifica per i contenziosi sul lavoro che velocizza enormemente i tempi.

Inoltre, per “equità” tra i diversi settori, la legge verrà applicata anche nel settore pubblico.

Questo guazzabuglio di illogicità e malafede, scritto in modo da rendere le cose incomprensibili, che farebbe arrossire il peggiore degli imbroglioni, ai nostri “tecnici” appare come la migliore “riforma” del mondo. E per aumentare la dose, ci aggiungono la benedizione di quella gatta morta del presidente Napolitano che, politico nullafacente da una vita, diventa tifoso, oltre che di calcio per rincretinire ancora di più la piccola borghesia sul nazionalismo, anche della crociata contro il “posto fisso”.

Ma perché eliminare l’articolo 18? Non serve per licenziare migliaia di operai. Le nuove regole limitano il numero degli operai da buttar fuori a 4 ogni 120 giorni per stabilimento. No, le nuove norme servono a far fuori gli operai combattivi, le avanguardie, e per impaurire gli altri. Chi non piega la testa e fa andare le mani, va fuori! Questo è il messaggio che i padroni ci mandano attraverso i loro Napolitano, Monti, Fornero, con l’avallo ultimo della Camusso e di Bersani, dopo che è stata cambiata qualche virgola alla legge per permettere loro di salvare la faccia.

E’ bastato che la Fornero mettesse nel testo l’obbligo del monitoraggio della legge attuato anche con la partecipazione dei “rappresentanti sindacali”, e gli ultimi mal di pancia sono spariti.

Dimostrare la fedeltà ai padroni per salvare carriere e privilegi a volte obbliga ai sacrifici più estremi!

Camusso e Bersani sono stati costretti al suicidio politico!

Con le nuove regole verrà fatto fuori quello che rimane della “sinistra” di fabbrica: attivisti FIOM e alternativi. Nella FIAT questo è già avvenuto senza che sia stata messa in campo nessuna valida difesa, ora, negli altri comparti, con l’eliminazione dell’articolo 18, il compito viene facilitato.

Sentenze “favorevoli” agli operai, come quella del reintegro dei 145 operai FIOM a Pomigliano, con la legge Fornero, per il clima che creerà, diventano in futuro impossibili.

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