Partito operaio e comunismo delle piccole chiese

Un rapido preambolo. Ringraziamo i compagni di Piattaforma Comunista per essere intervenuti criticamente sulla proposta del partito operaio. Il fatto che abbiano letto e commentato i nostri documenti fa loro...

Un rapido preambolo.
Ringraziamo i compagni di Piattaforma Comunista per essere intervenuti criticamente sulla proposta del partito operaio. Il fatto che abbiano letto e commentato i nostri documenti fa loro onore, il perché lo spiegheremo alla fine, anche se in alcuni casi, a nostro giudizio, li hanno stravolti e male interpretati. Sono, ad oggi, gli unici che in Italia, fra quelli che si dicono “comunisti”, ad aver preso in considerazione le nostre posizioni. Ci auguriamo che la crudezza delle risposte non determinino la chiusura dei rapporti, ma che anzi servano a chiarirli, in fondo ci hanno costretto ad approfondire alcune questioni ed è stato utile anche a noi operai, che stiamo tentando le strada di un proprio partito indipendente.
Perché gli operai?
Iniziamo da ciò che dicono essere in sintonia con noi “il partito per il quale lottiamo è il partito di una sola classe, la classe operaia” Ma già la definizione di questa classe ci differenzia.
Le caratteristiche che attribuite alla classe operaia sono una somma di vuote formule sociologiche. La più forte? Solo in particolari momenti. La più combattiva? Solo quando scende in campo. La più capace di organizzarsi? I borghesi hanno da insegnarci.
La più coerente? Moralmente parlando? E’ la più rivoluzionaria della società? Quando la fa, la rivoluzione. Per noi la classe degli operai è prima di tutto strutturalmente la classe che occupa nella produzione sociale un ruolo specifico. Viene sfruttata come mezzo per accumulare capitale ed in quanto tale è storicamente predisposta a rovesciare questo sistema. Voi non fate una parola su questa condizione sociale ed invece è da qui che bisogna partire e rispondere alla domanda: attraverso quali processi organizzativi, politici far assumere agli operai il ruolo di becchini del sistema che li sfrutta? Come fate a parlare di partito della classe operaia quando non fate una parola della sua condizione reale oggi nella crisi? Cosa succede quando, questa mitizzata classe operaia che è nella vostra testa non lotta, non si organizza, non dà segni di vita, dispersa dal capitale? Succede semplicemente che sparisce dall’orizzonte politico. O si va a cercare qualche altro soggetto antagonistico oppure si inventano nuove epoche del capitalismo con Bertinotti che si diceva comunista mentre era seduto come presidente della camera dei borghesi. Noi e qui, come operai, aiutati dalla critica dell’economia politica dell’intellettuale MARX, leggendo e rileggendo il Manifesto Comunista, abbiamo capito che è venuto il momento di riconoscerci in classe e ciò non poteva manifestarsi senza iniziare a costituirci come partito indipendente. La confusione che sta nella vostra testa fra partito di una classe determinata e sua composizione non ci appartiene. Siamo al tempo di una scoperta nuova: ora gli operai non hanno un partito proprio ed è necessario iniziare a costituirlo. Una classe che si organizza in partito è il presupposto, la sua composizione è conseguente, saranno principalmente gli operai a portare avanti il lavoro, gli operai che più si sono impossessati degli strumenti di critica alla società del capitale, ma anche intellettuali che faticosamente hanno fatto i conti con l’ideologia dominante e vogliono contribuire alla liberazione degli operai, portando elementi di educazione. Può essere che, a chi si dice “comunista” e poi è solo nelle migliori delle ipotesi un borghese illuminato, il partito operaio sbarri la strada. Gli tolga la possibilità di continuare a parlare a vanvera, sulla necessità di un partito, che garantiscono questa volta “veramente” comunista.

Per dimostrare la tesi che la presenza operaia non garantisce il carattere di classe del partito i nostri critici usano la nota affermazione che la composizione della Lega Nord è a maggioranza operaia pur essendo un partito reazionario. Su questa questione affermiamo solo che essa è una menzogna propagandistica per ledere l’onore degli operai, sparsa a piene mani dalle agenzie di indagine statistica, un’operazione politica che i “comunisti” dovrebbero rigettare. Certo che se si mettono nello stesso calderone artigiani, piccoli e piccolissimi padroncini l’effetto statistico cambia ma è più utile, a chi non riesce a dire niente di serio sulla condizione operaia lavarsi la coscienza, dichiarando “tanto al nord sono tutti leghisti”. Ma non è così, dati statistici più precisi dicono che il più grande partito operaio oggi è quello dell’astensione, dell’estraneità al gioco parlamentare. Comunque sia occorre capire che organizzarsi in quanto operai è ben diverso dal dare il voto a qualcuno in quanto cittadino di un paese del Varesotto. La questione per gli operai è come rompere l’involucro di illusioni, realtà fittizie, strade false per evidenziare la condizione materiale dell’essere prima di ogni cosa operai sfruttati dal capitale. La lotta contro i padroni nella crisi è una bella scuola. Dateci un’organizzazione di operai, presente in ogni fabbrica o luogo di lavoro, che inizia misurarsi con il sistema politico nel suo insieme, che inizia ad affrontare dal proprio punto di vista il problema del riscatto degli operai dalla condizioni di schiavitù in cui li spinge il capitale nella crisi e potremmo ampiamente disquisire sul suo carattere di classe.
Teologia interclassista.
Nelle vostre note tirate in ballo due capi storici di notevole importanza e li citate. Il primo Gramsci che scrive “… il partito proletario è uno, il partito comunista”. Solo che a noi solleva un problema, oggi sarebbe necessario chiedere a Gramsci di scrivere “il partito proletario è uno, il partito comunista” ed aggiungere “quello vero”. Capirebbe la richiesta, perché oggi di partiti e tendenze che si dicono “comuniste” ce ne sono almeno una decina in Italia e ben divise. Allora la domanda che dovremmo porci come operai è a quale partito riferirci? Quello che dichiara di essere fedele ai principi, ma a quali? E i capi storici a cui richiamarsi? Marx ed Engels, Lenin e ci fermiamo o andiamo a Mao ed oltre? Oppure ai rifondatori del comunismo di casa nostra che giurano di averlo adeguato ai tempi moderni. Abbiamo intenzione di prendere un’altra strada. Invece di impantanarci nel dibattito teologico fra piccole chiese, fra i piccoli preti detentori di frasi magiche, partiamo dalla critica della società del capitale e delle classi che ha prodotto, dall’antagonismo di queste classi e ci scopriamo, in quanto operai, come schiavi del capitale bisognosi di un movimento di liberazione. Siccome non capite l’importanza storica di queste poche ultime righe ci viene il dubbio che forse comunisti non siete, concorderete con noi che non basti definirsi comunisti per esserlo, ci sono numerosi candidati che pur dichiarando fedeltà alla tradizione comunista, per carità tutti rispettosi di Gramsci e Lenin, aspettano le briciole che cadono dal tavolo del potere dei borghesi centrale e locale per continuare a vivere senza lavorare. Sulla questione delle alleanze, ci rimproverate che nei nostri scritti rimane assente questa questione. È vero. Ma noi non giochiamo alla guerra. Ad essere seri un’alleanza presuppone eserciti in movimento, obiettivi da perseguire, patti da rispettare. Non c’è un partito indipendente degli operai per quanto lavoriamo per costruirlo, non c’è oggi un movimento di lotta generalizzato degli operai per quanto è probabile che la crisi lo produca, chi si deve alleare per cosa? Oggi bisogna differenziarsi nettamente, gli operai come tali devono capire i rapporti con tutte le classi della società, capire la differenza fra i loro interessi e quelli della piccola borghesia a stipendio, fra loro e i bottegai o i piccoli artigiani, la posizione che occupano i funzionari statali, i manager colpiti dalla crisi … Occorre ristabilire l’indipendenza politica degli operai, questa è la garanzia che qualunque movimento di lotta contro lo stato delle cose intrapreso dalle altre classi non finisca in un vicolo cieco. Ma siamo solo all’inizio e già il mago delle formule ci ricorda che non riusciremo a conquistare il potere se non mobilitiamo attorno a noi le forze sociali anticapitalistiche … Questa definizione è ambigua, lo sa il nostro mago che nella società si produce anche un anticapitalismo reazionario, un tentativo di ritorno al passato di classi rovinate dalla crisi? Non è meglio un’analisi della situazione materiale delle forze in campo e capire fino a che punto hanno in determinati momenti e con quali limiti interessi comuni con la lotta di emancipazione degli operai?
Oppure, ed è il nostro sospetto, chi ci parla oggi di alleanze ha in mente il solito partito interclassista che vuol rappresentare tutto l’anticapitalismo dei lavoratori del braccio e della mente, i nostri interlocutori parlano di partito di una sola classe ma poi si fanno sfuggire una seconda definizione il partito che “difende” gli interessi di tutti gli sfruttati ed oppressi, una riedizione dei partiti riformisti della tradizione politica italiana. Una formazione politica che decide di volta in volta chi “difendere”, facendosi delegare questo compito e perché no, in parlamento.
Coscienza di classe e critica dell’economia politica.
Noi abbiamo posto il problema del partito politico indipendente degli operai, sia chiaro a tutti non è un caso che usiamo “operai”, “classe degli operai” e non “classe operaia” e “proletari”. La storia conta, e se per un lungo periodo questa terminologia è servita, mitizzandola, a svuotare il comunismo del suo contenuto di classe noi evitiamo di utilizzarla. Parlare di operai e classe degli operai ci permette di stare con i piedi per terra fra soggetti reali immediatamente riconoscibili. Il partito politico indipendente degli operai dicevamo, ebbene cosa ci rimproverano i compagni di Piattaforma comunista? Il fatto che ci siamo messi su questa strada a prescindere dall’attività di comunisti, cioè di chi? Di loro. Per sostenere questa tesi vogliono sentirsi leninisti, e leninisti del famoso opuscolo “Che fare?”. Cosa c’è di meglio che metterci fra i sostenitori dello spontaneismo, fra coloro che sostengono che gli operai nel corso delle loro lotte arrivano spontaneamente alla coscienza di classe, come riflesso immediato della lotta economica? Fatta questa operazione ci buttano addosso una citazione di Lenin “La classe operaia, con le sue sole forze è in grado di elaborare soltanto una coscienza tradunionista … La coscienza di classe può essere attinta dagli operai solo dall’esterno dei rapporti fra operai e padroni …” Non c’e niente da fare difendono il loro ruolo, tocca ai compagni di Piattaforma Comunista venire fra noi operai a darci la coscienza di classe. Peccato che noi siamo più leninisti di quanto loro immaginino e abbiamo così capito dove “attingere” la nostra per quanto limitata, in divenire, coscienza di classe. Come operai siamo andati direttamente alla critica dell’economia politica dell’intellettuale Marx, abbiamo preso il Manifesto Comunista, gli scritti di Lenin sullo stato, e ancora e ancora. La differenza sostanziale e che abbiamo fondato la critica teorica della società del capitale, che la storia ci ha fornito, nella classe che può e deve trasformarla in programma della sua emancipazione.
I comunisti di Piattaforma non se ne sono accorti, ci hanno messo fra coloro che sostenevano che al movimento operaio in Russia, che si stava risvegliando, bastasse proporre qualche cassa di resistenza, una lotta sindacale, niente teoria. Noi ci siamo messi al lavoro per costruire un partito politico degli operai su un programma semplice: siamo schiavi del capitale, vogliamo liberarci.
O noi non abbiamo passato l’esame o i nostri esaminatori non conoscono l’ABC della materia che vorrebbero insegnare. L’enigma va risolto anche confrontandoci con i testi, con le citazioni, ma devono stare attenti, noi operai copiamo e certe allocuzioni che usiamo li prendiamo direttamente dai fondatori del comunismo, per cui conviene essere più cauti nelle critiche.
Così noi abbiamo superato i due limiti invalicabili, indicati dai nostri critici, che impediscono all’operaio di farsi una consapevolezza teorica, il primo: “mancano i presupposti materiali favorevoli, fra cui il tempo libero” Ci dispiace siamo riusciti a trovarlo, visto che nessun intellettuale oggi era disposto a fornirci come operai strumenti per emanciparci, abbiamo trovato il tempo libero rubando ore al sonno, imparando a studiare assieme ad intellettuali che avevano sposato la nostra causa. Altrimenti, chi ha il tempo libero e i presupposti materiali favorevoli? I liberi professionisti, i professori e i maestri, gli impiegati di concetto, avvocati e medici e cioè esponenti della piccola borghesia. Non si dica che anche Marx ed Engels e Lenin erano dei borghesi e non si usi questo argomento per giustificare il ruolo della piccola borghesia nel partito operaio. In alcuni momenti storici elementi delle classi superiori, attraverso una rottura con l’ideologia dominante, si schierano con gli operai e forniscono elementi di educazione, ma si contano sulle dita di una mano e poi di quali esponenti della borghesia parliamo. Di Marx? Militante sovversivo, ricercato dalla polizia di mezza Europa, finisce a Londra a vivere in miseria, dedica tutto il suo tempo a dare strumenti di critica teorica e politica al movimento degli operai che si sta sviluppando in Europa. Così Engels, senza citare la vita di capo politico di un Lenin, avvocato che inizia con la galera, l’esilio, ricercato dalle polizia dello zar, dirigente della rivoluzione d’ottobre.
Dateci un mezzo nome di un’intellettuale che viene dalla borghesia che anche lontanamente è oggi paragonabile a questi e lo accoglieremo con onore nel partito operaio. Il secondo limite: “la borghesia stando al potere è in grado di disporre di enormi mezzi per propagandare l’ideologia proprietaria … per cui si impone facilmente alla coscienza dell’operaio”. Solo dell’operaio? E’ strano il fatto che, facilmente, gli operai si facciano convincere mentre le altre classi e i loro intellettuali meno, molto meno. Prendiamo “la sacralità della proprietà privata”; influenzano con questa idea gli operai, ma se questi non posseggono che le loro braccia da vendere e le vendono finché il padrone le può utilizzare per far soldi, l’idea della difesa della proprietà privata ha per loro una forza limitata anche se non sarà “spontaneamente” demolita. Ci vorrà un lavoro critico, ma per gli operai le basi materiali sono poste. La stessa idea della difesa della proprietà privata fra chi è proprietario di mezzi di produzioni anche infimi, fra chi possiede mezzi culturali e scientifici, di chi esercita professioni ben pagate sarà molto più dura da estirpare. Tanto per dire che se l’ideologia dominante si introduce facilmente fra gli operai figuriamoci fra chi ne ha anche i presupposti materiali. Per questa ragione gli intellettuali che tradiscono la loro classe sono ben pochi e lo fanno solo, scrive Marx nel Manifesto “nei momenti in cui la lotta di classe si avvicina alla resa dei conti …”
In poche parole, se l’acquisizione di una coscienza di classe è un processo faticoso per gli operai, per altri è un’impresa quasi impossibile, riguarda solo alcuni individui, in particolari momenti storici. Ad oggi non ne vediamo all’orizzonte specialmente in Italia fra le classi superiori.
Operai teorici contro ideologi della piccola borghesia.
Non c’è niente da fare, dai compagni di piattaforma comunista ci viene ripetuto in tutte le salse che da soli non possiamo risolvere la questione del partito se non ci rivolgiamo a loro, militanti comunisti. E se, come stiamo facendo, formassimo fra gli operai stessi dei militanti di un proprio partito indipendente, da soli, tenendo fuori dalla porta tutti gli intellettuali della piccola borghesia con le loro chiacchiere sulla necessità di dare al movimento operaio un carattere “socialista” cosa avrebbero da obiettare? Perché interpretano il nostro lavoro come se avessimo proposto agli operai la costituzione di un loro partito per la contrattazione salariale, per rincorrere diritti formali, per salvare un qualche posto di lavoro? Una mistificazione senza scusanti, il partito operaio anche se oggi informale agisce fra gli operai, nelle loro lotte, in funzione della formazione degli operai in classe, per l’abbattimento del dominio della borghesia , per la conquista del potere politico da parte degli operai. Dichiarazione scritta in un documento della nostra associazione del 1995 che Piattaforma Comunista riporta proprio all’inizio della critica nei nostri confronti. Se vi sembra che introdurre fra gli operai stessi questo programma strategico non sia cercare di “dare un carattere socialista al movimento operaio” non avete capito un’acca delle posizioni di Marx, tantomeno di Lenin di cui vi fate portavoce. Abbiamo usato, seguendo il vostro scritto, il termine socialista anche se tanta acqua è passata sotto i ponti, non solo abbiamo sperimentato il socialismo ma anche il comunismo dei borghesi, ma a voi piace stare attaccati alle formule magiche fuori dal tempo e dallo spazio e ci costringete a seguirvi. Per concludere su quello che voi avete chiamato il secondo punto delle critiche “ una concezione spontaneista dello sviluppo della coscienza di classe” facciamo solo delle osservazioni marginali. Che significato ha la vostra affermazione che il sapere storico universale ha il suo fondamento nell’azione rivoluzionaria? Non è forse spontaneismo far discendere il sapere storico da un atto politico con cui una classe ne rovescia un’altra per impossessarsi del potere sociale? La critica del capitale come massimo fondamento del sapere storico di una classe nemica non dicevate venisse da un processo esterno al movimento degli operai? Ma le frasi altisonanti le scrivete probabilmente perché suonano bene, niente di male è sempre musica. L’ultima osservazione marginale al capitolo la facciamo sulla vostra lapidaria affermazione “consideriamo il partito della classe operaia come l’unione della massa degli operai avanzati con il movimento comunista(m-l)”. Cosa intendiate per operai avanzati è ancora tutto da capire, operai con una coscienza di classe allora hanno bisogno di unirsi fra loro. Movimento comunista (m-l). M-l è forse una targa di garanzia ma se esistesse dovrebbe già essere parte integrante del partito che si va formando. Ma invece di riconoscere il grande passo in avanti fatto dagli operai che pongono il problema del partito i nostri critici ripetono fino alla noia che senza di essi non andremo da nessuna parte. La novità di oggi è che come operai teorici sappiamo dove andare e ciò fa fuori tutte le velleità degli ideologi della piccola borghesia di sentirsi indispensabili, con le loro frasi fatte, nella costituzione del partito operaio indipendente.
Partito di un mito o partito di una classe reale?
Nel terzo punto criticate la nostra scelta di estraneità “dal patrimonio teorico e pratico del movimento comunista ed operaio”. Una cosa terribile per chi ha fatto di questo patrimonio un’insieme di principi religiosi a cui richiamarsi. Un corpo unico di precetti buoni per ogni epoca e latitudine. E’invece indubbio che nessuna idea, programma, cognizione teorica non rifletta l’evoluzione dei rapporti fra le classi, non assuma caratteristiche proprie della classe che se ne impossessa. Prendiamo lo stesso Manifesto Comunista che è il nostro punto di partenza. Pensate che Togliatti capo dei comunisti italiani non lo abbia utilizzato a suo uso e consumo per dimostrare che la rivoluzione non era da fare in Italia, pensate che la teoria di Lenin sullo Stato non sia stato reinterpretata da qualche professore comunista per renderlo innocuo. Pensate che Rifondazione abbia provato qualche vergogna ad andare al governo per i padroni pur professandosi comunista? Chi parla di patrimonio teorico e pratico del movimento comunista copre il comunismo dei borghesi, il loro strumentale utilizzo per sottomettere gli operai allo sfruttamento. La crisi del comunismo dei borghesi grandi e piccoli è già un dato di fatto, hanno dovuto cambiare anche formalmente riferimento, Il comunismo che si conosce oggi è quello di gente che si muove nell’ambito del sistema dei padroni, della loro gestione del potere, pieni di illusioni su un capitalismo democratico e soprattutto senza il riconoscimento dell’autoattività storica degli operai nel rivoluzionamento della società. Perché volete, con il riconoscimento formale di una continuità storica del patrimonio comunista, coprire queste forme ideologiche? Forse venite dalla stessa scuola dei Togliatti e poi Bertinotti con cui non avete fatto ancora i conti. Il comunismo è una cosa seria, se ci permettete diremo con Engels che è l’espressione teorica del movimento di liberazione degli operai, ebbene uno dei compiti storici degli operai sarà la sua ripresa, ma potrà avvenire solo riutilizzandolo come strumento di lotta contro la classe nemica. Quanto più sarà maturo il movimento di liberazione degli operai tanto più la teoria e la pratica comunista conquisteranno il valore sociale che gli spetta, ma non sarà sicuramente quella minestra riscaldata che ci vogliono far ingurgitare i cosiddetti comunisti di casa nostra.
Se c’è una cosa che caratterizza la critica del capitale del dottor Marx è il suo andamento ciclico, si fronteggiano sempre capitale e lavoro, padroni ed operai, ma attraverso quali rotture e con che grado di maturità le classi in campo ingaggiano battaglie, affrontano lunghe tregue, agli ideologisti poco importa. Gli operai sconfitti vengono dispersi, si ricostituiscono in classe ad un nuovo livello e costringono anche i borghesi a nuove forme politiche finché la resa dei conti è storicamente inevitabile. Rotture si producono anche nelle forme di pensiero, un modo di concepire l’azione politica cambia e viene sostituita da una nuova, così come le forme di lotta. Cosa succede fra i nostri inventori del patrimonio comunista? Per non perdere la bussola prendono alcune acquisizioni dei momenti alti dello scontro di classe, le imbalsamano e ne fanno il loro credo. Solo che invece di perdere solo la bussola perdono qualsiasi rapporto con la realtà. La bussola dei cieli senza la terra. Gli operai non hanno paura di fare i conti con la realtà, anzi non difendono il passato contro il presente, nemmeno in campo teorico, intuiscono che la teoria del dottor Marx trova conferma nello scontro di oggi più di ieri. La società si è evoluta portando la sottomissione economica degli operai dal capitale in una condizione che Marx aveva individuato solo in alcuni paesi e per limitate aree di sviluppo. Siamo convinti come operai di dover riprendere daccapo il nostro processo di costituzione in classe ma non per scelta. Il ciclo di sviluppo del capitale passato ci ha disperso, la concorrenza al nostro interno si è allargata al mercato mondiale incontrollabile, le condizioni di schiavitù in cui vogliono sottometterci si stanno manifestando nuovamente nella forma pura del regime di fabbrica, tutto l’ordinamento statale si adegua a questo nuovo livello di sfruttamento. Le classi e i partiti che cercavano con le briciole di comprare il nostro consenso si sono messi in disparte, “è la crisi che chiede i sacrifici” dicono e non c’è altra scelta che accettarli, noi. Come si fa a concepire un partito politico della classe operaia se non si parte da qui, se non si individuano i mezzi e le forme concrete di una ripresa di un movimento degli operai? Sempre il dottor Marx aderisce ad un’organizzazione politica che si chiama Lega dei giusti, con l’attività sua e di Engels viene trasformata in Lega dei Comunisti. La definizione dell’organizzazione, una volta scoperta, doveva rimanere tale per non tradire il patrimonio ecc… ecc… Siamo nel 1848. Nel 1864 fonda, lo stesso Marx assieme ai rappresentanti degli operai di diversi paesi una nuova associazione: l’Associazione Internazionale degli Operai, il programma di questa associazione redatto da Marx non è più quello della Lega dei Comunisti. La spiegazione si trova in una lettera di Marx ad Engels del 4 novembre del 1864 “Era difficilissimo condurre la cosa in modo che il nostro punto di vista apparisse in una forma la quale lo rendesse accettabile all’attuale punto di vista del movimento operaio …. occorre tempo prima che il movimento ridestato consenta l’antica audacia di parola”. Si era chiuso un ciclo, se ne riapriva un altro ed anche le espressioni politiche ed organizzative si modificavano. E che dire di Lenin che nelle tesi di Aprile sostiene la modifica del nome del partito operaio socialdemocratico di Russia sostituendo con comunista il termine socialdemocratico. “Cinquanta anni di patrimonio socialdemocratico buttato alle ortiche” avrebbe osservato qualcuno di piattaforma socialdemocratica di allora. In fondo la socialdemocrazia in Europa aveva guidato in accordo con Marx ed Engels il primo costituirsi degli operai in partito politico con le lotte e le vittorie che avevano fatto storia. Ma Lenin era contro le formule che erano superate dagli eventi, preferiva superarle e lo fece senza tentennamenti. Scriveva in un abbozzo delle “Lettere da lontano” del 1917, “Modificare la denominazione del partito perché: a) è sbagliata, b) è stata lordata dai socialsciovinisti c) mette fuori strada il popolo alle elezioni in quanto socialdemocrazia = Ccheidze, Potresof e soci” Questi signori potremo con un poco di libertà paragonarli ai Ferrero, ai Di Liberto…Nel 1919 il partito si chiamerà comunista, riprendendo una denominazione che non veniva più usata in Europa da circa 60 anni. Se noi vogliamo riprendere l’antica denominazione di partito operaio indipendente apriti cielo, quale bestemmia contro “il patrimonio comunista”!
Certo è, che se bisogna organizzare il partito politico di un mito, la forma partito sarà sicuramente mistica. Non conviene nascondersi dietro la forma partito proposta da Lenin nel Che fare, essa è in tutta la sua forza, semplicemente, una risposta al quesito concreto: attraverso quali scelte organizzative si poteva organizzare un partito indipendente degli operai in Russia, in quel preciso momento e date certe condizioni. Lenin non si rifece, fotocopiandoli, ai partiti operai gia esistenti in Europa, percorse strade nuove sfidando tanti marxisti “ortodossi”di vecchia data. Non solo, il lavoro politico di Lenin iniziò con un’organizzazione che si chiamava “Unione di lotta per la liberazione della classe operaia” nel 1895, che venne superata quando aveva fatto il suo tempo.
Noi abbiamo tentato una strada simile e ci siamo chiesti come oggi, in questa situazione può riprendere un percorso di organizzazione degli operai come classe sociale indipendente, anche perché la crisi spinge tutte le classi sociali a ridefinire i propri interessi e le proprie rappresentanze politiche. I nostri critici hanno avuto il coraggio di sostenere che la nostra proposta agli operai di iniziare già oggi a costituirsi, anche se in modo informale, come comunità di un partito proprio “si poggi sul nulla”. E’ il nulla unirsi fra operai che hanno intenzione di usare la grande crisi per mettere in discussione questo modo di produzione e di scambio? E’ il nulla tentare di organizzarsi ed agire come operai per affrontare i padroni e il loro sistema politico? Abbiamo detto che all’inizio questo è gia un programma perché sappiamo che significato assume riunirsi in quanto operai e osservare come tali tutta la società, gli interessi delle altre classi, il ruolo dei sindacati collaborazionisti, le scelte dei padroni, la funzione dello Stato contro di noi quando ci muoviamo in modo indipendente. Per i comunisti di Piattaforma è nulla, ed allora ci dicano quale dovrebbe essere il programma del nostro nascente partito, oggi.

Organizzazione degli operai in classe e con ciò in partito
Stiamo lavorando alla costituzione di un partito operaio, per iniziare chiamiamo a raccolta tutti gli operai attivi nelle lotte, che hanno capito che se non fanno in proprio non vanno da nessuna parte, non riescono a difendersi nemmeno dai colpi della crisi, tanto meno riescono a muoversi verso una rottura con questo modo di produzione. Operai che hanno capito queste cose si sono formati nella crisi ed è venuto il momento che si unifichino in un partito, anche se all’inizio senza troppe formalità. Ciò che chiediamo agli altri operai non è un atto di fede verso “un nuovo, vero, rivoluzionario, partito comunista”, ne abbiamo visti troppi e comunisti non erano, ma più semplicemente il riconoscersi come classe particolare, sfruttata dal capitale e bisognosa di un proprio movimento di liberazione. Tutti possono capire che da questa ottica il sindacalismo collaborazionista è superato, la lotta politica per un posto al governo è vista per quella che è, una corsa alla poltrona ed ai privilegi conseguenti. Abbiamo scritto “all’inizio ogni operaio rimanga pure in rapporto con le formazioni politiche a cui aderisce, gruppi e sottogruppi, coordinamenti e centri sociali” perché nel momento in cui inizierà a pensare ed agire come operaio, come membro di una classe particolare inizierà a fare i conti con tutti, con le proposte politiche delle altre classi, con i loro metodi di lotta e le forme di organizzazione. Abbiamo solo descritto un processo, dentro un’occasione storica: la grande crisi che dimostra anche ai più ciechi che il loro modo di produzione e di scambio ha fatto bancarotta. La soluzione dei padroni alla crisi è una fase di distruzione, di miseria, la soluzione operaia della crisi è la fine dello sfruttamento, della produzione per il profitto. Nessuna delle due classi nemiche sa come andrà a finire, i padroni adeguano il loro sistema politico, il sistema di relazioni sociali per riprendere a pieno ritmo, costi quel che costi, l’accumulazione del capitale, gli operai devono rispondere con un processo di organizzazione di partito per munirsi degli strumenti necessari nella lotta contro la classe antagonista. Questa per noi è “l’ideologia proletaria” che torna nelle mani degli operai. Ci dicano i nostri critici cosa intendono loro per ideologia proletaria visto che ne parlano con tanta insistenza senza mai specificare di cosa si tratti. Forse intendono per “ ideologia proletaria” un pensiero puro fuori dalle classi e dalla lotta di classe, dalla loro reale condizione storica. In effetti ritengono che il pensiero puro sia stato attaccato dai revisionisti e dalle tendenze antimarxiste provocando “cocenti e dolorose sconfitte per la classe operaia” Il mondo è a testa in giù, le idee determinano il movimento della realtà. Le religioni hanno questi meccanismi, i popoli pagano i peccati per colpa degli eretici. Invece di analizzare su quali basi materiali è stato possibile fare dell’ideologia comunista una copertura dello sfruttamento operaio, come è stato possibile ed a quali classi, usare le formulazioni comuniste per andare al governo dei borghesi, si continua ad agitare una continuità teologica oltre le alterne vicende dello sviluppo storico di questi ultimi centocinquanta anni.
Verso la fine dello scritto di Piattaforma la critica raggiunge il suo apice, ci accusano di usare una frase magica. Per le frasi magiche abbiamo buoni maestri. Ma vediamo quella che i nostri critici ci attribuiscono come “frase magica” “i programmi, le forme organizzative le scopriremo insieme (come operai) mano a mano che ci costituiremo in classe e con ciò in partito politico indipendente” Sapete cos’é che non li convince anzi ne vedono un carattere fortemente deterministico e fatalistico il “con ciò”. Non ce l’hanno con noi ma con Marx e il suo Manifesto Comunista: citiamo “Questa organizzazione (riferita ai collegamenti degli operai in lotta) dei proletari in classe e con ciò in partito politico, viene ad ogni istante nuovamente spezzata dalla concorrenza che gli operai si fanno fra loro stessi. Ma risorge sempre di nuovo, più forte, più solida, più potente”. Bisogna riconoscere che forse hanno preso un abbaglio perché o non conoscono il Manifesto del “determinista e fatalista” Marx oppure si sono fidati della traduzione di Togliatti che al posto del “e con ciò” rende con “e quindi” un po’ meno deterministico, ma si sa, doveva aprire le porte del partito ai borghesi grandi e piccoli, e limitare il ruolo degli operai. Peccato che “damit” si traduce “con ciò” e non “quindi”, un vero peccato, per i nostri piccoli intellettuali, che si siano formati operai che vanno direttamente alle fonti “dell’ideologia proletaria”.

Comunismo senza operai.
Abbiamo scritto all’inizio che avremmo spiegato il perché fa onore al compagni di Piattaforma Comunista l’essere intervenuti, anche criticamente sul problema del partito operaio. Nel coacervo di riferimenti ideologici che rimasticano, qualcosa del rapporto con il movimento reale affiora, hanno riconosciuto che questo tentativo di piccoli gruppi di operai di costituire un proprio partito indipendente non è proprio cosa da buttare o da ignorare semplicemente, come fanno tanti altri che si dicono allo stesso modo comunisti e marxisti. Per noi è stata operata scientificamente e praticamente una scissione fra marxismo ed operai, fra critica comunista della società e gli operai che soli possono usarla come strumento di rivolgimento sociale. Questa scissione ha radici lontane, e si ritrova anche nelle posizioni di Piattaforma, interpretando in modo idealistico la teoria comunista hanno inteso che bastasse aderire a questa idea e organizzarsi su di essa per garantirsi la rappresentanza della classe degli operai. Questa idea staccata dalla sua base materiale, poteva essere rimaneggiata, reinterpretata dalle altre classi, non era più necessario riferirsi all’organizzazione in partito degli operai, bastava definirsi comunista e il gioco era fatto. A nessun idealista viene in mente che il funzionario statale rovinato adeguerà il comunismo alla sua condizione sociale, così come il maestro senza alunni, l’impiegato senza scrivania, il consigliere comunale o il grande professore universitario che vuol mantenersi, nel salotto, la fama di sovversivo. Questi sono solo rappresentanti di altre classi che possono anche prendere parte al movimento ma vi introducono naturalmente gli elementi contraddittori della loro posizione sociale. Non sono certo gli intellettuali di cui parlava Lenin, quelli sposavano la causa degli operai attraversando criticamente l’ideologia del capitale e la loro stessa coscienza particolare di borghesi. Se la composizione operaia di un partito non garantisce i suoi caratteri di classe come dice Piattaforma Comunista, figuratevi cosa può garantire in termini di rappresentanza politica di classe operaia un qualche piccolo borghese che mentre si autodefinisce militante comunista è pronto a fare le pulci al tentativo di significato storico degli operai di organizzarsi in partito. Da queste note viene invece in luce un altro metodo di giudizio su cosa si possa definire oggi come comunista, come marxista, nessuna professione di fede, nessuna dichiarazione di fedeltà a qualche principio ma solo una scelta, contribuire all’organizzarsi in classe degli operai e con ciò in partito politico indipendente per la loro liberazione. Ad ognuno la sua scelta.
In nome e per conto del partito operaio informale, E. A. operaio della INNSE.

About admin