Truffatori, imprenditori e banchieri

La crisi della Parmalat non rappresenta una crisi isolata, né tantomeno è relegabile nell’ambito ristretto della truffa come borghesi e governanti vorrebbero. E’ invece un serio indicatore che il sistema...

La crisi della Parmalat non rappresenta una crisi isolata, né tantomeno è relegabile
nell’ambito ristretto della truffa come borghesi e governanti vorrebbero. E’ invece un
serio indicatore che il sistema economico comincia a incepparsi.
E’ dal 2001 che le cose vanno peggio; peggio perché anche prima la situazione mondiale
non era affatto brillante. Il fatturato medio di tutti i grandi gruppi societari nel mondo
cala costantemente e, costantemente, aumenta l’indebitamento delle imprese. L’Italia in
tutto questo è l’elemento debole.
Una analisi di “affari e finanza” del quotidiano Repubblica sui primi quattro grandi
gruppi italiani, FIAT, ENEL, Pirelli-Telecom, Autostrade, (ricordiamo che Parmalat era
il sesto grande gruppo), individua problemi di indebitamento molto gravi, non dissimili
da quelli di Parmalat. L’analisi si basa su dati aggregati, quindi le informazioni non sono
dettagliate, ma risulta comunque utile per avere un’idea della situazione.
Per i quattro gruppi le passività finanziarie complessive sono di circa 110 miliardi di
euro (un decimo dell’intero debito pubblico italiano). Tenendo presente il rapporto tra
capitale investito (capitale di terzi più capitale proprio) e capitale proprio esce un indice
di indebitamento di 3,64. Il che significa che per ogni euro di capitale proprio ve ne sono
2,64 di capitale avuto in prestito. In altre parole più del 70% del capitale investito è
capitale avuto in prestito.
Senza dilungarci sulla gravità di tale situazione, ricordiamo solo alcune questioni
fondamentali. Tutto questo avviene in un periodo in cui gli utili già sono bassi. E’ da
ricordare che l’indebitamento di per se non è in assoluto un fatto negativo. Se i profitti
superano abbondantemente gli interessi passivi che si pagano sui finanziamenti,
l’indebitamento determina una moltiplicazione degli utili. Si allarga la produzione e, pur
pagando gli interessi, aumenta l’utile d’impresa. In una situazione ottimale il debito
viene costantemente pagato con i profitti che aumentano. Se i profitti sono bassi però,
l’effetto moltiplicatore diventa negativo e l’indebitamento elevato comincia a creare
grossi problemi all’impresa. Nella crisi tutto diventa più difficile.
Per ora siamo in una fase in cui i tassi d’interesse sono bassi, ma cosa succederà se
aumenteranno? La conseguenza immediata sarà un aumento dei costi finanziari per le
imprese e un calo ulteriore degli utili.
.
Perché succede?
Siamo in una situazione di crisi mondiale. I mercati sono saturi di merci e queste
rimangono invendute. Invendute non inservibili. All’umanità servirebbero, visto che
gran parte di essa è completamente sprovvista anche dell’essenziale. La “nostra” società
però, prende in considerazione solo il consumo “pagante”, non altre forme di consumo.
Non si produce per soddisfare i “bisogni” umani, ma si produce solo per realizzare
profitto. Se non c’è guadagno non c’è produzione.
Nella crisi continua a realizzare profitti solo colui che riesce a portare sul mercato merci
i cui costi (e i cui prezzi) sono inferiori a quelli dei concorrenti. Chi ci riesce vende, gli
altri no; ma per riuscirci servono diverse cose, prima fra tutte, una struttura produttiva
evoluta, capace di spremere la forza lavoro al massimo. Bisogna essere grandi per essere
forti. Bisogna investire per essere grandi.
1
Ma se il processo di accumulazione ad un certo punto si blocca e i profitti sono
inadeguati per sviluppare ulteriormente la produzione, gli imprenditori che sono
comunque costretti ad allargare e potenziare la propria capacità produttiva pena la
chiusura, cosa fanno?
Nella speranza che le cose migliorino e il saggio di profitto ricominci a crescere,
nell’immediato chiedono soldi in prestito. Se la crisi continua, questi soldi non potranno
mai restituirli e gli interessi da pagare abbasseranno ulteriormente i profitti ed è quello
che oggi sta accadendo.
Le banche.
Sia che gli imprenditori chiedano soldi in prestito direttamente ai “risparmiatori”, sia che
facciano riferimento a istituti di intermediazione per i finanziamenti, il tramite rimane
sempre la banca.
E’ vero, con l’emissione di prestiti obbligazionari gli imprenditori non devono sottostare
alla “forbice” bancaria. Pagano direttamente gli interessi ai “risparmiatori” che
acquistano le obbligazioni. Ma anche in questo caso chi “colloca” materialmente i titoli
sono le banche e le banche tutto questo non lo fanno gratis. A volte acquistano tutto il
pacco di obbligazioni ad un prezzo stabilito e poi se lo rivendono ad un prezzo più alto.
Altre volte si assumono solo il compito di vendere per l’impresa in cambio di alte
commissioni.
Nel caso in cui i finanziamenti arrivano direttamente dalla banca, gli interessi che le
imprese devono pagare sono più alti perché le banche, con quello che qui guadagnano,
devono pagare anche gli interessi ai “risparmiatori” che hanno depositato i propri soldi
nella banca. In generale, però, nonostante questo, alle banche conviene di più lavorare
nella “collocazione” dei titoli delle SPA invece che finanziarle direttamente. La stessa
“collocazione” delle azioni presso i “risparmiatori” da parte delle imprese avviene
tramite banca e nello stesso modo. Quindi, sia che si tratti di capitale proprio, sia che si
tratti di capitale “di terzi”, le imprese devono servirsi delle banche.
Questa onnipresenza delle banche le porta ad avere un rapporto strettissimo, integrato,
con le imprese industriali e diventa complicato stabilire chi comanda.
In una fase di crisi dei profitti, le imprese produttive sono già orientate ad allontanarsi
dalla propria, tipica, attività nella speranza di realizzare utili alternativi. Si orientano
verso la borsa, quando questa fa intravedere la possibilità di lauti guadagni; investono le
loro liquidità eccedenti, e non solo, nelle speculazioni finanziarie. Anche qui sono le
banche che svolgono un ruolo determinante, sia perché il “gioco” in borsa è il “loro”
gioco, sia perché queste operazioni sono direttamente da esse finanziate quando (spesso)
gli imprenditori non hanno soldi propri da investire.
Questa tendenza, imperante dalla metà degli anni ottanta fino alla fine degli anni
novanta, ha determinato un ulteriore peggioramento delle condizioni economiche delle
imprese. All’ euforia dei facili profitti speculativi, con i devastanti crolli in borsa che si
sono succeduti, è subentrata una crisi finanziaria che ha lasciato le imprese ancora più
indebitate e le banche più esposte.
Acquisti e capitalizzazioni.
Lo stretto legame tra banche e imprese, sostiene e facilita anche i processi di
acquisizione e ricapitalizzazione di imprese, che negli ultimi anni ha avuto un grande
sviluppo e che spesso ha assunto una connotazione apparentemente irrazionale.
2
Le acquisizioni e gli aumenti di capitale, che normalmente si accompagnano, fanno
guadagnare una barca di soldi a chi le fa (le imprese) e a chi le gestisce (le banche).
Vediamo meglio la cosa. Le azioni, i titoli che rappresentano le quote di proprietà
dell’impresa, hanno un valore nominale, quello stampigliato sul titolo, e un valore di
mercato, quello che si stabilisce giorno per giorno nell’ambito delle contrattazioni in
borsa. Il valore nominale va a costituire il capitale sociale dell’impresa e rimane quello
che è. Il valore di mercato cambia e oscilla continuamente. All’inizio, quando i titoli
sono “collocati” dalle banche, il loro valore è pari alla “quota capitalizzata del reddito” e
il loro prezzo verrà stabilito non in base a quello che rappresentano di capitale reale, né
tantomeno in base a quello che il capitale potrà rendere come profitto, ma in base al
tasso medio dell’interesse che vale in quel momento. Facciamo un esempio. Un’impresa
produttiva con un capitale di un milione di euro, lavora in un settore dove il saggio
medio di profitto realizzabile è del 10% e quindi essa dovrebbe produrre un profitto di
100.000 euro. Nello stesso momento il tasso d’interesse corrente è del 5%. La domanda
che gli industriali e i banchieri si fanno è: quale capitale investito al 5% ci dà 100.000
euro di guadagno? La risposta è: due milioni di euro; e questo sarà il valore complessivo
delle azioni sul mercato. Così, con un gioco di prestigio, il capitale investito, nel
passaggio dalla dimensione produttiva a quella della borsa, è raddoppiato.
Nella realtà il rendimento delle azioni è a un tasso leggermente più alto di quello
dell’interesse corrente, questo per invogliare i “risparmiatori” ad investire in quelle
azioni, ma se nel nostro esempio il tasso di capitalizzazione fosse di un punto
percentuale maggiore di quello dell’interesse, quindi 6% al posto del 5%, avremmo
comunque un valore delle azioni sul mercato di 1.666.666 di euro, cioè 666.666 euro in
più del valore reale del capitale. Tutti soldi che si mettono in tasca industriali e
banchieri.
Questo è quello che il vecchio Hilferding definiva “utile di fondazione” già più di
novanta anni fa.
Le truffe.
Le banche hanno tutto l’interesse, quindi, a “finanziare” le imprese, aumentare la loro
emissione di titoli, sia obbligazionari che, principalmente, azionari. Cosa succede però
se il giocattolo si rompe, cioè quando i profitti non tirano più e le imprese non hanno più
la possibilità di pagare i debiti?
Regola base: si scarica tutto sui “risparmiatori”, agnellini sacrificali del capitale. Sia per
le obbligazioni, sia per le azioni, chi perde nei tracolli, sono sempre gli stessi: i piccoli
pesci del capitalismo. Come avviene? Il caso esemplare non è tanto la Parmalat, dove il
quadro d’insieme è chiaro, ma vi sono ancora zone d’ombra sui dati; ma la Cirio, dove
tutto è già stato chiarito dai giudici.
La Cirio è già piena di debiti, moribonda, ma emette obbligazioni per 1125 milioni di
euro. Le banche le collocano a queste condizioni: commissioni 0,5%, sovrapprezzo 2% o
3%, commissioni al pubblico altri 2% o 3%. Così guadagnano, le banche, i primi
settanta milioni di euro circa.
Una volta “collocati” i titoli presso i “risparmiatori”, dei soldi che entrano, solo 169
milioni vanno alla Cirio e 190 alla Lazio (squadra di calcio). Tutto il resto va a pagare i
debiti della Cirio nei confronti delle banche. Ma la Cirio non restituirà mai i soldi ai
“risparmiatori” il che, alla fine, porterà ad ufficializzare la crisi aziendale. Con un bel
giochetto delle tre carte le banche scaricano le proprie “sofferenze” sui “risparmiatori”
3
guadagnandoci. Ma anche dopo, quando il funerale dell’impresa sarà ormai concluso,
questi cari personaggi continueranno a guadagnare insieme agli altri capitalisti. Infatti, il
latte si continuerà a produrlo e a venderlo. Tanzi e Cagnotti, dopo qualche mese di
patimenti andranno a godersi il loro giusto riposo in qualche parte meravigliosa del
mondo e si toglieranno di mezzo. Ma le loro imprese alimentari si salveranno,
sicuramente ci sarà da sacrificare qualche migliaio di operai licenziandoli, come già sta
avvenendo, ma poi tutto riprenderà a girare. Nel frattempo il prezzo delle azioni di
queste due imprese sarà caduto dove più in basso non si può perché i “risparmiatori”, i
soliti, le avranno svendute e, proprio in questo momento, imprenditori e banchieri le
avranno rastrellate e conservate per tempi migliori, quando le quotazioni cominceranno
a risalire.
Questa situazione che può sembrare straordinaria, è un esempio tipico di come vanno le
cose abitualmente nella realtà. Che i piccoli “risparmiatori” vengano truffati non è
l’eccezione, ma la regola. Nel “gioco” di borsa sono gli unici che giocano a carte
coperte. Tutti gli altri invece le carte le conoscono. Sono proprio i piccoli “risparmiatori”
che devono agire da cuscinetto nelle crisi e attutirne l’impatto rispetto ai grandi
capitalisti. E’ chiaro che le perdite immediate sono i loro “risparmi”.
La cosa divertente è il pianto di coccodrillo dei vari politici e “specialisti” di
informazione e di economia, che lamentano la “truffa” ai danni di quel “motore” della
nostra società rappresentato dai piccoli “risparmiatori”. Esso rappresenta il massimo
dell’ipocrisia, visto che questi signori non possono non sapere come vanno le cose. Il
gioco delle parti però, impone loro la recita e loro la eseguono da copione,
prendendosela con le poche (secondo loro) mele marce di un sistema nel complesso
sano.
La “moralità” del sistema
Un altro aspetto importante dei casi Parmalat, Cirio, ecc. è che gli “organi di controllo”
non hanno controllato un bel niente, o sono stati addirittura complici. La questione è
interessante perché sulle società per azioni (SPA) si è costruita l’ideologia mistificante
del capitalismo democratico, partecipativo, tendente, attraverso una politica favorevole
agli azionisti, a distribuire gli utili d’impresa a quanta più gente è possibile, dipendenti-
azionisti dell’impresa stessa compresi. Questo capitalismo “etico” o “sociale” mostra qui
tutta la sua inconsistenza.
Gli organi di controllo interno, il collegio sindacale, che non controlla proprio niente,
dimostrando l’impossibilità da parte di un controllore eletto dal controllato stesso
(azionista di maggioranza) di poter svolgere questo ruolo.
I controllori esterni, le società di revisione, che dovrebbero appurare la validità dei
bilanci e di quello che realmente questi rappresentano. In pratica sistematicamente
dichiarano falsità. Non potrebbe essere altrimenti, visto che sono le stesse imprese che
poi devono essere controllate che commissionano il lavoro di controllo alle società di
revisione e le pagano. E chi controlla un “datore di lavoro”?
Le banche, che negli “affidamenti” dovrebbero approfondire la conoscenza delle
imprese finanziate per dimostrarne l’affidabilità, ma che invece danno i soldi
allegramente alle SPA visto che poi li possono recuperare guadagnandoci, come
dimostrano le inchTruffatori, imprenditori e banchieri
La crisi della Parmalat non rappresenta una crisi isolata, né tantomeno è relegabile
nell’ambito ristretto della truffa come borghesi e governanti vorrebbero. E’ invece un
serio indicatore che il sistema economico comincia a incepparsi.
E’ dal 2001 che le cose vanno peggio; peggio perché anche prima la situazione mondiale
non era affatto brillante. Il fatturato medio di tutti i grandi gruppi societari nel mondo
cala costantemente e, costantemente, aumenta l’indebitamento delle imprese. L’Italia in
tutto questo è l’elemento debole.
Una analisi di “affari e finanza” del quotidiano Repubblica sui primi quattro grandi
gruppi italiani, FIAT, ENEL, Pirelli-Telecom, Autostrade, (ricordiamo che Parmalat era
il sesto grande gruppo), individua problemi di indebitamento molto gravi, non dissimili
da quelli di Parmalat. L’analisi si basa su dati aggregati, quindi le informazioni non sono
dettagliate, ma risulta comunque utile per avere un’idea della situazione.
Per i quattro gruppi le passività finanziarie complessive sono di circa 110 miliardi di
euro (un decimo dell’intero debito pubblico italiano). Tenendo presente il rapporto tra
capitale investito (capitale di terzi più capitale proprio) e capitale proprio esce un indice
di indebitamento di 3,64. Il che significa che per ogni euro di capitale proprio ve ne sono
2,64 di capitale avuto in prestito. In altre parole più del 70% del capitale investito è
capitale avuto in prestito.
Senza dilungarci sulla gravità di tale situazione, ricordiamo solo alcune questioni
fondamentali. Tutto questo avviene in un periodo in cui gli utili già sono bassi. E’ da
ricordare che l’indebitamento di per se non è in assoluto un fatto negativo. Se i profitti
superano abbondantemente gli interessi passivi che si pagano sui finanziamenti,
l’indebitamento determina una moltiplicazione degli utili. Si allarga la produzione e, pur
pagando gli interessi, aumenta l’utile d’impresa. In una situazione ottimale il debito
viene costantemente pagato con i profitti che aumentano. Se i profitti sono bassi però,
l’effetto moltiplicatore diventa negativo e l’indebitamento elevato comincia a creare
grossi problemi all’impresa. Nella crisi tutto diventa più difficile.
Per ora siamo in una fase in cui i tassi d’interesse sono bassi, ma cosa succederà se
aumenteranno? La conseguenza immediata sarà un aumento dei costi finanziari per le
imprese e un calo ulteriore degli utili.
.
Perché succede?
Siamo in una situazione di crisi mondiale. I mercati sono saturi di merci e queste
rimangono invendute. Invendute non inservibili. All’umanità servirebbero, visto che
gran parte di essa è completamente sprovvista anche dell’essenziale. La “nostra” società
però, prende in considerazione solo il consumo “pagante”, non altre forme di consumo.
Non si produce per soddisfare i “bisogni” umani, ma si produce solo per realizzare
profitto. Se non c’è guadagno non c’è produzione.
Nella crisi continua a realizzare profitti solo colui che riesce a portare sul mercato merci
i cui costi (e i cui prezzi) sono inferiori a quelli dei concorrenti. Chi ci riesce vende, gli
altri no; ma per riuscirci servono diverse cose, prima fra tutte, una struttura produttiva
evoluta, capace di spremere la forza lavoro al massimo. Bisogna essere grandi per essere
forti. Bisogna investire per essere grandi.
1
Ma se il processo di accumulazione ad un certo punto si blocca e i profitti sono
inadeguati per sviluppare ulteriormente la produzione, gli imprenditori che sono
comunque costretti ad allargare e potenziare la propria capacità produttiva pena la
chiusura, cosa fanno?
Nella speranza che le cose migliorino e il saggio di profitto ricominci a crescere,
nell’immediato chiedono soldi in prestito. Se la crisi continua, questi soldi non potranno
mai restituirli e gli interessi da pagare abbasseranno ulteriormente i profitti ed è quello
che oggi sta accadendo.
Le banche.
Sia che gli imprenditori chiedano soldi in prestito direttamente ai “risparmiatori”, sia che
facciano riferimento a istituti di intermediazione per i finanziamenti, il tramite rimane
sempre la banca.
E’ vero, con l’emissione di prestiti obbligazionari gli imprenditori non devono sottostare
alla “forbice” bancaria. Pagano direttamente gli interessi ai “risparmiatori” che
acquistano le obbligazioni. Ma anche in questo caso chi “colloca” materialmente i titoli
sono le banche e le banche tutto questo non lo fanno gratis. A volte acquistano tutto il
pacco di obbligazioni ad un prezzo stabilito e poi se lo rivendono ad un prezzo più alto.
Altre volte si assumono solo il compito di vendere per l’impresa in cambio di alte
commissioni.
Nel caso in cui i finanziamenti arrivano direttamente dalla banca, gli interessi che le
imprese devono pagare sono più alti perché le banche, con quello che qui guadagnano,
devono pagare anche gli interessi ai “risparmiatori” che hanno depositato i propri soldi
nella banca. In generale, però, nonostante questo, alle banche conviene di più lavorare
nella “collocazione” dei titoli delle SPA invece che finanziarle direttamente. La stessa
“collocazione” delle azioni presso i “risparmiatori” da parte delle imprese avviene
tramite banca e nello stesso modo. Quindi, sia che si tratti di capitale proprio, sia che si
tratti di capitale “di terzi”, le imprese devono servirsi delle banche.
Questa onnipresenza delle banche le porta ad avere un rapporto strettissimo, integrato,
con le imprese industriali e diventa complicato stabilire chi comanda.
In una fase di crisi dei profitti, le imprese produttive sono già orientate ad allontanarsi
dalla propria, tipica, attività nella speranza di realizzare utili alternativi. Si orientano
verso la borsa, quando questa fa intravedere la possibilità di lauti guadagni; investono le
loro liquidità eccedenti, e non solo, nelle speculazioni finanziarie. Anche qui sono le
banche che svolgono un ruolo determinante, sia perché il “gioco” in borsa è il “loro”
gioco, sia perché queste operazioni sono direttamente da esse finanziate quando (spesso)
gli imprenditori non hanno soldi propri da investire.
Questa tendenza, imperante dalla metà degli anni ottanta fino alla fine degli anni
novanta, ha determinato un ulteriore peggioramento delle condizioni economiche delle
imprese. All’ euforia dei facili profitti speculativi, con i devastanti crolli in borsa che si
sono succeduti, è subentrata una crisi finanziaria che ha lasciato le imprese ancora più
indebitate e le banche più esposte.
Acquisti e capitalizzazioni.
Lo stretto legame tra banche e imprese, sostiene e facilita anche i processi di
acquisizione e ricapitalizzazione di imprese, che negli ultimi anni ha avuto un grande
sviluppo e che spesso ha assunto una connotazione apparentemente irrazionale.
2
Le acquisizioni e gli aumenti di capitale, che normalmente si accompagnano, fanno
guadagnare una barca di soldi a chi le fa (le imprese) e a chi le gestisce (le banche).
Vediamo meglio la cosa. Le azioni, i titoli che rappresentano le quote di proprietà
dell’impresa, hanno un valore nominale, quello stampigliato sul titolo, e un valore di
mercato, quello che si stabilisce giorno per giorno nell’ambito delle contrattazioni in
borsa. Il valore nominale va a costituire il capitale sociale dell’impresa e rimane quello
che è. Il valore di mercato cambia e oscilla continuamente. All’inizio, quando i titoli
sono “collocati” dalle banche, il loro valore è pari alla “quota capitalizzata del reddito” e
il loro prezzo verrà stabilito non in base a quello che rappresentano di capitale reale, né
tantomeno in base a quello che il capitale potrà rendere come profitto, ma in base al
tasso medio dell’interesse che vale in quel momento. Facciamo un esempio. Un’impresa
produttiva con un capitale di un milione di euro, lavora in un settore dove il saggio
medio di profitto realizzabile è del 10% e quindi essa dovrebbe produrre un profitto di
100.000 euro. Nello stesso momento il tasso d’interesse corrente è del 5%. La domanda
che gli industriali e i banchieri si fanno è: quale capitale investito al 5% ci dà 100.000
euro di guadagno? La risposta è: due milioni di euro; e questo sarà il valore complessivo
delle azioni sul mercato. Così, con un gioco di prestigio, il capitale investito, nel
passaggio dalla dimensione produttiva a quella della borsa, è raddoppiato.
Nella realtà il rendimento delle azioni è a un tasso leggermente più alto di quello
dell’interesse corrente, questo per invogliare i “risparmiatori” ad investire in quelle
azioni, ma se nel nostro esempio il tasso di capitalizzazione fosse di un punto
percentuale maggiore di quello dell’interesse, quindi 6% al posto del 5%, avremmo
comunque un valore delle azioni sul mercato di 1.666.666 di euro, cioè 666.666 euro in
più del valore reale del capitale. Tutti soldi che si mettono in tasca industriali e
banchieri.
Questo è quello che il vecchio Hilferding definiva “utile di fondazione” già più di
novanta anni fa.
Le truffe.
Le banche hanno tutto l’interesse, quindi, a “finanziare” le imprese, aumentare la loro
emissione di titoli, sia obbligazionari che, principalmente, azionari. Cosa succede però
se il giocattolo si rompe, cioè quando i profitti non tirano più e le imprese non hanno più
la possibilità di pagare i debiti?
Regola base: si scarica tutto sui “risparmiatori”, agnellini sacrificali del capitale. Sia per
le obbligazioni, sia per le azioni, chi perde nei tracolli, sono sempre gli stessi: i piccoli
pesci del capitalismo. Come avviene? Il caso esemplare non è tanto la Parmalat, dove il
quadro d’insieme è chiaro, ma vi sono ancora zone d’ombra sui dati; ma la Cirio, dove
tutto è già stato chiarito dai giudici.
La Cirio è già piena di debiti, moribonda, ma emette obbligazioni per 1125 milioni di
euro. Le banche le collocano a queste condizioni: commissioni 0,5%, sovrapprezzo 2% o
3%, commissioni al pubblico altri 2% o 3%. Così guadagnano, le banche, i primi
settanta milioni di euro circa.
Una volta “collocati” i titoli presso i “risparmiatori”, dei soldi che entrano, solo 169
milioni vanno alla Cirio e 190 alla Lazio (squadra di calcio). Tutto il resto va a pagare i
debiti della Cirio nei confronti delle banche. Ma la Cirio non restituirà mai i soldi ai
“risparmiatori” il che, alla fine, porterà ad ufficializzare la crisi aziendale. Con un bel
giochetto delle tre carte le banche scaricano le proprie “sofferenze” sui “risparmiatori”
3
guadagnandoci. Ma anche dopo, quando il funerale dell’impresa sarà ormai concluso,
questi cari personaggi continueranno a guadagnare insieme agli altri capitalisti. Infatti, il
latte si continuerà a produrlo e a venderlo. Tanzi e Cagnotti, dopo qualche mese di
patimenti andranno a godersi il loro giusto riposo in qualche parte meravigliosa del
mondo e si toglieranno di mezzo. Ma le loro imprese alimentari si salveranno,
sicuramente ci sarà da sacrificare qualche migliaio di operai licenziandoli, come già sta
avvenendo, ma poi tutto riprenderà a girare. Nel frattempo il prezzo delle azioni di
queste due imprese sarà caduto dove più in basso non si può perché i “risparmiatori”, i
soliti, le avranno svendute e, proprio in questo momento, imprenditori e banchieri le
avranno rastrellate e conservate per tempi migliori, quando le quotazioni cominceranno
a risalire.
Questa situazione che può sembrare straordinaria, è un esempio tipico di come vanno le
cose abitualmente nella realtà. Che i piccoli “risparmiatori” vengano truffati non è
l’eccezione, ma la regola. Nel “gioco” di borsa sono gli unici che giocano a carte
coperte. Tutti gli altri invece le carte le conoscono. Sono proprio i piccoli “risparmiatori”
che devono agire da cuscinetto nelle crisi e attutirne l’impatto rispetto ai grandi
capitalisti. E’ chiaro che le perdite immediate sono i loro “risparmi”.
La cosa divertente è il pianto di coccodrillo dei vari politici e “specialisti” di
informazione e di economia, che lamentano la “truffa” ai danni di quel “motore” della
nostra società rappresentato dai piccoli “risparmiatori”. Esso rappresenta il massimo
dell’ipocrisia, visto che questi signori non possono non sapere come vanno le cose. Il
gioco delle parti però, impone loro la recita e loro la eseguono da copione,
prendendosela con le poche (secondo loro) mele marce di un sistema nel complesso
sano.
La “moralità” del sistema
Un altro aspetto importante dei casi Parmalat, Cirio, ecc. è che gli “organi di controllo”
non hanno controllato un bel niente, o sono stati addirittura complici. La questione è
interessante perché sulle società per azioni (SPA) si è costruita l’ideologia mistificante
del capitalismo democratico, partecipativo, tendente, attraverso una politica favorevole
agli azionisti, a distribuire gli utili d’impresa a quanta più gente è possibile, dipendenti-
azionisti dell’impresa stessa compresi. Questo capitalismo “etico” o “sociale” mostra qui
tutta la sua inconsistenza.
Gli organi di controllo interno, il collegio sindacale, che non controlla proprio niente,
dimostrando l’impossibilità da parte di un controllore eletto dal controllato stesso
(azionista di maggioranza) di poter svolgere questo ruolo.
I controllori esterni, le società di revisione, che dovrebbero appurare la validità dei
bilanci e di quello che realmente questi rappresentano. In pratica sistematicamente
dichiarano falsità. Non potrebbe essere altrimenti, visto che sono le stesse imprese che
poi devono essere controllate che commissionano il lavoro di controllo alle società di
revisione e le pagano. E chi controlla un “datore di lavoro”?
Le banche, che negli “affidamenti” dovrebbero approfondire la conoscenza delle
imprese finanziate per dimostrarne l’affidabilità, ma che invece danno i soldi
allegramente alle SPA visto che poi li possono recuperare guadagnandoci, come
dimostrano le inchieste giudiziarie.
4
La CONSOB, che dovrebbe controllare le società quotate in borsa e le loro emissioni per
salvaguardare gli interessi dei “risparmiatori” e che, come la realtà dimostra,
evidentemente fa altre cose.
Sopra le banche e la CONSOB, la Banca d’Italia, che comanda e “vigila” sulle altre. Il
governatore Fazio davanti alla commissione parlamentare sulla Parmalat se la cavò con
delle battutine con Tremonti, sapeva che l’allora ministro poteva portare l’affondo solo
fino ad un certo punto, visto che interesse di entrambi era ed è salvaguardare in ultima
analisi il sistema nel suo complesso. Ma se fosse possibile un’inchiesta seria, sarebbe
bello vedere cosa s’inventa il governatore dell’organo di controllo per eccellenza (sulle
banche in modo diretto) per dimostrare che dei traffici illeciti delle sue controllate “non
poteva saperne niente”.
Da più parti arrivano richieste di “moralizzare” il sistema, come sempre succede dopo
esperienze del genere. Lo stesso governo Berlusconi ha messo in cantiere addirittura una
nuova legge per il risparmio. E’ stato detto: “Basterebbe stabilire un sistema di regole
chiaro e definito per evitare episodi come la Parmalat”. Vecchie illusioni.
I lacci che i borghesi hanno ripetutamente inventato per imbrigliare il capitalismo ed
evitarne le “storture” si sono sempre dimostrati vani. L’unica regola che vale è il
profitto. Il capitalismo è un animale rapace.
L’iter della nuova legge sul risparmio ne è già una dimostrazione. A marzo era già data
per certa la sua approvazione in tempi “brevissimi”. Si proponevano nuovi controllori al
posto delle vecchie autorità di vigilanza (ma chi controlla i controllori?). Si stabilivano
regole che assicuravano una maggiore partecipazione degli azionisti di minoranza, anche
nell’ (inutile) organo sindacale di controllo. Inasprimento delle sanzioni. Ritorno, in
qualche modo, al reato di falso in bilancio. Addirittura, istituzione di un fondo di
indennizzo per risarcire i danni subiti dai risparmiatori. E, tra tutto questo, un
ridimensionamento dei poteri del governatore della banca d’Italia.
La legge, data per certa a marzo è slittata poi a giugno. Dopo un altro rinvio a fine
luglio, si è deciso di riparlarne a dopo le ferie. Poi se ne è persa la traccia. Nel frattempo
buona parte degli elementi che conteneva sono spariti per strada per l’opposizione di
banche ed imprese prima di tutto.
I due relatori bipartizan, autori del testo, già a giugno così commentavano:
Gambini (DS): “La maggioranza sembra avere come obbiettivo la volontà di insabbiare
la riforma. Non escludo le mie dimissioni da relatore.”
Conte (Forza Italia): “… accarezzo l’idea di dimettermi. Non ho tempo da perdere:”
Franco Rossi
5

ieste giudiziarie.
4
La CONSOB, che dovrebbe controllare le società quotate in borsa e le loro emissioni per
salvaguardare gli interessi dei “risparmiatori” e che, come la realtà dimostra,
evidentemente fa altre cose.
Sopra le banche e la CONSOB, la Banca d’Italia, che comanda e “vigila” sulle altre. Il
governatore Fazio davanti alla commissione parlamentare sulla Parmalat se la cavò con
delle battutine con Tremonti, sapeva che l’allora ministro poteva portare l’affondo solo
fino ad un certo punto, visto che interesse di entrambi era ed è salvaguardare in ultima
analisi il sistema nel suo complesso. Ma se fosse possibile un’inchiesta seria, sarebbe
bello vedere cosa s’inventa il governatore dell’organo di controllo per eccellenza (sulle
banche in modo diretto) per dimostrare che dei traffici illeciti delle sue controllate “non
poteva saperne niente”.
Da più parti arrivano richieste di “moralizzare” il sistema, come sempre succede dopo
esperienze del genere. Lo stesso governo Berlusconi ha messo in cantiere addirittura una
nuova legge per il risparmio. E’ stato detto: “Basterebbe stabilire un sistema di regole
chiaro e definito per evitare episodi come la Parmalat”. Vecchie illusioni.
I lacci che i borghesi hanno ripetutamente inventato per imbrigliare il capitalismo ed
evitarne le “storture” si sono sempre dimostrati vani. L’unica regola che vale è il
profitto. Il capitalismo è un animale rapace.
L’iter della nuova legge sul risparmio ne è già una dimostrazione. A marzo era già data
per certa la sua approvazione in tempi “brevissimi”. Si proponevano nuovi controllori al
posto delle vecchie autorità di vigilanza (ma chi controlla i controllori?). Si stabilivano
regole che assicuravano una maggiore partecipazione degli azionisti di minoranza, anche
nell’ (inutile) organo sindacale di controllo. Inasprimento delle sanzioni. Ritorno, in
qualche modo, al reato di falso in bilancio. Addirittura, istituzione di un fondo di
indennizzo per risarcire i danni subiti dai risparmiatori. E, tra tutto questo, un
ridimensionamento dei poteri del governatore della banca d’Italia.
La legge, data per certa a marzo è slittata poi a giugno. Dopo un altro rinvio a fine
luglio, si è deciso di riparlarne a dopo le ferie. Poi se ne è persa la traccia. Nel frattempo
buona parte degli elementi che conteneva sono spariti per strada per l’opposizione di
banche ed imprese prima di tutto.
I due relatori bipartizan, autori del testo, già a giugno così commentavano:
Gambini (DS): “La maggioranza sembra avere come obbiettivo la volontà di insabbiare
la riforma. Non escludo le mie dimissioni da relatore.”
Conte (Forza Italia): “… accarezzo l’idea di dimettermi. Non ho tempo da perdere:”
Franco Rossi
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