Ora viene il bello.

Il sistema delle relazioni sociali è in crisi, il sistema dei rapporti internazionali è in crisi. Nuova povertà ma marginale, guerra al terrorismo sono gli schemi di interpretazione usati normalmente...

Il sistema delle relazioni sociali è in crisi, il sistema dei rapporti internazionali è in crisi. Nuova povertà ma marginale, guerra al terrorismo sono gli schemi di interpretazione usati normalmente ma fanno acqua da tutte le parti, non spiegano niente, sono solo la copertura politica, ideologica, di ben altri interessi economici. La realtà affiora mettendo in discussione le loro verità. La struttura inizia a lacerare la sovrastruttura così ben confezionata ed operante ormai da molti anni. Questo processo spinge gli ideologi della classe dominante, i partiti politici stessi a cercare risposte che non trovano e cadono in ripetute contraddizioni. Tutti parlano di pace e si sta combattendo una guerra feroce contro intere popolazioni, si parla di benessere a portata di mano e si scopre che il povero di oggi è semplicemente chi vende la sua forza lavoro ad un padrone. Si racconta del libero mercato che si regola per processi interni e invece sono la truffa e il raggiro che ad un certo punto diventano necessità fondanti per il mercato. Non parliamo della libertà di parola, del rispetto della verità, dell’informazione obiettiva. Se c’è un periodo dove pochissime persone controllano i mezzi di informazione e impongono la loro verità è proprio questa. Se c’è un periodo dove i fatti vengono costruiti negli studios e poi spacciati per veri è proprio questo. La forma di potere che la società del capitale ha prodotto e cioè la repubblica democratica si manifesta per quello che è, una forma moderna di dominio, di dittatura. Amato piccolo uomo politico, ex socialista, scopre che oggi siamo di fronte ad una dittatura della maggioranza, ma la repubblica democratica non si fonda forse su elezioni e maggioranze parlamentari?

La crisi economica iniziata alla fine degli anni ottanta ha spinto il sistema verso una strada obbligata, la maggioranza degli industriali si è subito convinta che andavano rimossi tutti i limiti ai loro movimenti, che gli operai dovevano flessibilmente piegarsi alle loro necessità, che i partiti politici dovevano finirla di prendersi un’eccessiva aliquota dei loro guadagni. Avrebbe vinto nella gara a rappresentare i padroni al governo solo chi sapeva interpretare questo progetto. Così è andata, un modo di gestire il potere politico è stata messo da parte per far posto ad un altro. Berlusconi al governo è stato prodotto da una necessità, quella di trovare mezzi nuovi per superare la crisi. Non li ha trovati perché la crisi non si era prodotta per motivi di cattiva gestione del potere politico, di lacci e limiti sindacali al libero movimento economico. La crisi che si andava manifestando era il prodotto del funzionamento stesso del sistema economico, era un prodotto del mercato.

Potevamo impedire ai padroni di fare questa sperimentazione? Di sperimentare sulla pelle degli operai, primi fra tutti, che la crisi non dipendeva dai famosi diritti, che dicevano, si erano conquistati negli anni precedenti? Impedire ai padroni ed ai nuovi partiti di percorrere questa strada avrebbe richiesto una terribile organizzazione politica capace di rovesciare ogni tentativo di risolvere la crisi contro gli operai in altrettante rivolte. Così non è stato, la sovrastruttura politico sindacale di sinistra precrisi aveva nel DNA le condizioni del capitale come sistema che produce profitto. Essa è stata battuta due volte, la prima perché sembrava la diretta responsabile della crisi, un freno alla modernizzazione, la seconda perché alle nuove soluzioni che il capitale cercava per uscire dalla crisi non riusciva ad opporre nessuna resistenza significativa, riconosceva in fondo che flessibilità, libertà di mercato, ristrutturazione dei rapporti di lavoro erano l’unica strada possibile, certo nei limiti dell’accettabile. La crisi ha lavorato con metodo, ha travolto ogni fantasia, ha prodotto una situazione dove lo stesso governo Berlusconi è in seria difficoltà. Qualcosa di più profondo che non il cattivo sabotaggio dei “cattivi comunisti” e dei sindacati da questi controllati minava il meccanismo economico e la mediazione sociale. Migliaia di licenziamenti ad ondate, operai ricattati in ogni modo, ridimensionamento del ruolo dello Stato, libertà di non pagare le tasse e contrattare con lo Stato la sanatoria non sono servite a niente, l’economia è in crisi, le fabbriche continuano a strangolare gli operai e chiudono. Nei servizi è la stessa cosa, tagli e salari da fame. I salari scendono e spingono gli operai alla miseria. Finalmente queste cose si leggono su quasi tutti i giornali, non sono un invenzione degli eterni critici del sistema.

Sono tutti preoccupati, il funzionamento strutturale del sistema va per la sua strada, come governarlo senza rischiare l’insorgenza degli strati sociali più colpiti è la domanda di oggi a cui non riescono a dare risposte. La discussione sta prendendo piede fra gli intellettuali dominanti, dopo che il capitalismo controllato è stato superato dalla crisi, quello libero non la ha risolta ma aggravata, quale sarà il prossimo passo? La rottura del capitalismo? La legittimità di questa domanda si fa strada inesorabilmente. Un caso come Parmalat negli anni ’60 avrebbe dato l’impressione di trovarsi di fronte ad un bubbone da tagliare in un corpo sano, oggi l’impressione che fa è quello di trovarsi di fronte al manifestarsi attraverso questo bubbone di un corpo economico totalmente marcio. Qualcuno dei risparmiatori prenderà in seria considerazione la proposta di controlli più stretti? Da parte di chi? L’unico pensiero che avrà sarà quello di recuperare i suoi soldi e basta.

Ora cerchiamo di inscrivere in questo processo il significato della rivista di critica strutturale che inizia oggi. Ripubblichiamo come base di partenza i testi di Operai e Teoria. Erano gli anni del riflusso, gli alleati sovversivi della piccola e media borghesia tornavano a casa, altri teorizzavano la fine degli operai come classe e cercavano altri soggetti rivoluzionari, era moderno sostenere che il plusvalore non venisse più prodotto dagli operai , che assieme agli operai classici era morto anche il marxismo. La fabbrica diceva tutt’altro: più il macchinario produceva esuberi più si spingeva avanti lo sfruttamento, più gli operai venivano ridimensionati numericamente in una nazione più si impiantavano fabbriche in altri luoghi del mercato mondiale, più si parlava dell’operaio-tecnico e più una massa di operai diventava appendice di un macchinario che li trascinava in un consumo senza fine. Con Operai e Teoria si aprì un varco nella moda politica dell’epoca, gli operai si appropriavano della critica del sistema dal loro punto di vista indipendente, usarono con accanimento Marx come un’arma contro intellettuali e dirigenti politici e sindacali per imporsi con una autonomia teorica e iniziare a sviluppare un’azione politica propria. Uscivano dall’ombra dei soldati semplici della classe degli operai per proporsi come teorici dell’insorgenza dell’unica classe che prodotta dal capitalismo più maturo era dagli eventi stessi costretta a diventarne la sua più radicale negazione. Lo scontro è diventato di conseguenza uno scontro sulle caratteristiche e le funzioni degli operai oggi fino a scoprirsi “schiavi moderni con ancora la necessità di un proprio movimento di liberazione”. Eravamo e siamo come operai dell’industria moderna parte integrante di un meccanismo economico che iniziava proprio ai tempi di Operai e Teoria a manifestare gli elementi di una nuova crisi che li avrebbe portati ad oggi. Gli altri, prima negavano le possibilità della crisi in generale, dicevano che il capitalismo riformista le aveva superate storicamente, dicevano; quando la crisi si fece sentire nelle fabbriche si cercò di addossarne la responsabilità alla rigidità operaia, agli eccessivi garantismi. Ci hanno creduto tutti. Pochi, fra cui noi, sostennero che era insito nel plusvalore e nel mercato produrre la crisi. Ma la società per la prima volta dopo anni affrontava una nuova crisi, bisognava cercare i responsabili fra gli operai, bisognava cercare nuove fonti di valorizzazione del capitale che non fosse l’industria. La fonte vera della valorizzazione del capitale diventava per loro obsoleta e bisognava sbarazzarsene. In quella situazione i punti di vista degli operai e dei militanti che diedero vita ad Operai e Teoria passarono sotto silenzio e per anni sepolti da una massa di chiacchiere dove si sono scambiate la realtà dell’apparenza con l’apparenza della realtà Gli ultimi industriali nella ricerca del profitto hanno chiesto ed ottenuto mano libera, hanno usato governi di destra e di sinistra per risolvere i problemi della valorizzazione dei loro capitali ma si trovano dal punto di vista del livello di accumulazione più rovinati di prima. E’ di nuovo il tempo di un luogo dove riprendere con più audacia i vecchi ragionamenti sul rovesciamento del capitalismo ad opera degli operai organizzati in classe e con ciò in partito politico, una sede di dibattito teorico e critico contro la società.

Il sistema è in crisi strutturale, la crisi demolisce un passo dietro l’altro tutte le soluzioni che le classi superiori propongono ripescandole dal passato. Capitalismo etico, controllo sociale più stretto, cooperazione fra i popoli, aiuti ai paesi poveri, più la realtà si allontana da queste proposte più si rivelano come prese in giro a cui si crede sempre meno. Si sta aprendo, ne siamo certi, una nuova epoca di scontro sociale e di riflesso di scontro teorico e su un terreno nuovo. La struttura si impone con tutti i suoi antagonismi nella sovrastruttura che ancora se la racconta sulla funzione di Fazio controllore, o sulla non violenza quando le truppe americane sparano sui civili in Iraq o in Afghanistan. E’ tempo che si affronti, perché è maturato il tempo, una critica della struttura del sistema del capitale, è tempo che si lascino alle spalle tutte le critiche funzionali a mantenere intatta la base di questo sistema, tutti i sogni riformisti delle classi intermedie che vivendo male i tempi della crisi sognano un ritorno ai vecchi privilegi. La rivista teorica, che degli operai propongono oggi, serve per mettere a punto una critica strutturale del sistema, per non lasciare intatto niente di questa sovrastruttura politica che ha fatto il suo tempo. A chiunque può dare un contributo lo chiediamo ed è ben accetto. Una critica strutturale che si avvale del marxismo come la prima critica dell’economia politica che la società moderna ha prodotto. Ci sarà da ridere a leggere cosa si inventeranno per spiegare il formarsi di una nuova povertà industriale, ci sarà da divertirsi a sentirli rimpiangere il profitto industriale, il male della privatizzazione selvaggia, il rischio naturale dei piccoli investitori sul lastrico. Marx finito e gli operai sepolti e dispersi ricompaiono potenti, la struttura economica della società li ha richiamati in vita prepotentemente e con loro la società del capitale dovrà fare i conti. Potranno mai gli operai condurre alla fine la demolizione del sistema che li ha prodotti come schiavi, senza averne nel frattempo demolito criticamente i presupposti? Sicuramente no, il lavoro può di nuovo ricominciare, la crisi ha lavorato per noi indubbiamente.

Enzo Acerenza

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