Comunismo Domani

Comunismo domani Comunismo, maledetta parola. Non passa giorno che qualche oppositore del governo venga tacciato di comunista da Berlusconi. I comunisti sarebbero milioni e se anche hanno ufficialmente smesso di...

Comunismo domani
Comunismo, maledetta parola. Non passa giorno che qualche oppositore del governo
venga tacciato di comunista da Berlusconi. I comunisti sarebbero milioni e se anche
hanno ufficialmente smesso di esserlo lo sono loro malgrado e come tali vanno
combattuti. Berlusconi capo del governo ed esperto padrone dell’industria
dell’informazione li conosce bene, ne annusa nell’aria la presenza. Se lui si sente
come l’interprete del moto concreto dello sviluppo sociale del capitale, chiunque
muove le critiche al suo operato è per forza di cose un comunista, un sovvertitore
dell’ordine sociale, un pericolo concreto della società di oggi. Dal punto di vista
strutturale non si sbaglia, la società produce il comunismo come processo reale, se il
comunismo è il movimento reale che abolisce lo stato di cose esistente, ogni
contraddizione che affiora nel reale funzionamento della società è un manifestarsi
reale della tendenza storica che va verso il superamento di questa organizzazione
sociale e non lo fa dormire. Attribuisce ai suoi avversari politici il manifestarsi di
questi fenomeni come se fossero creati dalla loro stessa azione. I consumi ristagnano?
Colpa della propaganda dei comunisti. La produzione è in declino? Colpa dei
sindacati comunisti. La guerra in Iraq è diventato un pantano? Colpa dei pacifisti
comunisti. La magistratura colpisce la corruzione? È ancora colpa delle toghe rosse.
Dovunque vede una contraddizione sociale, scopre l’azione dei comunisti. Il suo
approccio alla realtà come venditore di telenovele non poteva essere altro. Sul
palcoscenico la realtà immaginata è tanto più degnamente rappresentata quanto più la
finzione è spinta al suo apice. Se la scena non riesce bene, è colpa degli attori e della
loro insofferenza, cambiate attori ed avrete tutt’altra realtà di fronte.
I suoi avversari tacciati di comunismo se ne fanno beffa, noi comunisti? Nemmeno
per sogno, noi siamo riformisti, moderati, democratici, le nostre critiche sono
costruttive, tutte nell’ambito di un’evoluzione normale, razionale del sistema vigente.
Berlusconi farnetica, ribattono, il comunismo del novecento è morto e sepolto, anche
gli ultimi che si definiscono comunisti hanno fatto i conti con il passato, anche loro
hanno superato “gli aspetti più violenti, antidemocratici dell’ideologia e della pratica
del comunismo del passato”. Sono rifondatori del comunismo o comunisti italiani che
è come dire comunismo di casa, adeguato al buon cuore degli italici.
Berlusconi, contro se stesso, ha ragione. La società del capitale non passa giorno che
manifesti il suo andare verso il comunismo come processo reale, come sua specifica
contraddizione in divenire, non hanno nemmeno torto i suoi avversari, sono cosi
estranei al comunismo come movimento reale che sovverte che non sanno far altro
che cercare dei palliativi ai contrasti sociali e conseguentemente negare ogni
riferimento al comunismo teorico o almeno ai suoi cardini di fondo. Reazionari
entrambi, entrambi conservatori verso una realtà in accelerato movimento, entrambi
contro il comunismo come movimento che in questa società prepara il suo
superamento per via rivoluzionaria.
ENGELS contro HEINZEN,siamo nel 1847. Non ridano gli ignoranti dei fatti della
storia per questo richiamo a centocinquanta anni fa, non andranno tanto lontano. In
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una serie di articoli pubblicati dalla Deutsche- Brusseler- Zeitung si scontrano Heizen
che si presenta come il rappresentante di tutti i radicali tedeschi ed Engels e Marx che
si definiscono comunisti. L’interesse per questa polemica è legata al fatto che vi
troviamo una prima sintetica definizione di comunismo che può essere nuovamente
usata oggi per i nostri fini.
“Il signor Heizen si immagina” scrive Engels-sulla D-B-Z, n. 80 del 7 ottobre 1847
“che il comunismo sia una certa dottrina, che scaturisce nel suo nucleo da un
determinato principio teorico, e ne trae ulteriori conseguenze. Il signor Heizen si
sbaglia di molto. Il comunismo non è una dottrina, ma un movimento; esso non
prende le mosse da princìpi, ma dai dati di fatto. I comunisti non hanno questa o
quella filosofia come premessa, ma tutta la storia fino ad oggi, ed in particolare ai
suoi risultati concreti nei paesi civili. Il comunismo è il risultato della grande
industria e delle sue conseguenze, dalla costituzione del mercato mondiale, alla
concorrenza senza freni che esso comporta, dalle crisi commerciali sempre più
violente e più generali, che già ora sono diventate crisi dell’intero mercato mondiale,
dalla nascita del proletariato e dalla concentrazione del capitale, dalla conseguente
lotta di classe tra proletariato e borghesia. Il comunismo, nella misura in cui è teorico,
è l’espressione teorica della posizione del proletariato in questa lotta e la sintesi
teorica delle condizioni per la liberazione del proletariato stesso”. Basta guardarsi in
giro per capire quanta strada ha fatto il comunismo come espressione della realtà
contraddittoria dello sviluppo del capitalismo. Niente funziona, tutto è lacerato da
contraddizioni che non trovano soluzione. Da un lato aumento della giornata
lavorativa degli operai, dall’altra licenziamento di quelli definiti in sovrannumero, da
una parte necessità assoluta di allargare i mercati, dall’altra vendere solo ad un
determinato saggio di profitto. Alla necessità di allargare i consumi, si contrappone
l’immiserimento degli operai. Ma questi dati di fatto si possono cogliere o non
cogliere, interpretarli in un modo piuttosto che in un altro, si possono intuire alla
Berlusconi e darne la responsabilità ai comunisti, oppure analizzarli alla Bertinotti e
cercarne la soluzione in un diverso governo dell’economia, con Prodi, grande ex
manager dell’industria di stato.
Collocare il comunismo come movimento che ha dei presupposti reali vuol dire
scoprirlo nella realtà, nella storia. Per quale ragione è quasi inesistente la discussione
sulla struttura economica, sul suo funzionamento se non per non affrontare il grande
tema dell’inevitabilità del superamento di questo modo di produzione attraverso una
rivoluzione sociale? Gli stessi dati della realtà si impongono nella testa della gente in
rapporto alla più o meno intensità in cui si manifestano ed in rapporto al punto di
osservazione di ognuno. Oggi, e si è posto solo in alcune epoche particolari del ciclo
economico mondiale, la vastità e profondità della crisi economica mondiale sono in
grado di imporre anche al più accecato osservatore il fatto che il capitale si trova di
fronte alle forze dirompenti che esso stesso ha sollevato ed il comunismo diventa
ancora la risposta praticabile ed effettivamente possibile. La discussione sul modo di
produzione è scansata come la peste, la discussione sulle ragioni della miseria
crescente dei produttori diretti di ricchezza materiale degli operai è liquidata come il
risultato di una politica di bassi salari, la discussione sul funzionamento del modo di
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produzione fondata sul plusvalore è meglio non farla, potrebbe aprire la porta al
comunismo come espressione teorica della liberazione del proletariato. Ma se il
comunismo è il movimento della realtà autonegantisi cosa è stato del comunismo
come espressione teorica di questa realtà? Ne è stato il riflesso, ed ha assunto
caratteristiche proprie in rapporto sia alle classi che lo hanno interpretato, sia alla
storia ideologica e culturale dei diversi interpreti. Ai momenti di rottura economica,
di contrasto maturo fra le classi è corrisposto un’altrettanta coscienza comunista di
questa rottura con le conseguenze politiche che tutti conosciamo, il manifesto
comunista, la comune di Parigi, la rivoluzione russa per fissarne alcuni significativi e
i successivi flussi e riflussi … Engels non solo definisce il comunismo come
movimento reale ma in quanto è espressione teorica lo lega indissolubilmente al
movimento di liberazione di una classe determinata, il proletariato moderno, che noi
interpretiamo come sinonimo di operai dell’industria capitalistica. Ci troviamo di
fronte non solo ad un modo di produzione che i contrasti ad esso inerenti
impediranno ad un certo punto l’andare oltre ma anche al prodotto sociale che gli è
proprio: una classe rivoluzionaria che ha necessità unica di sovvertirlo. Il comunismo
come espressione teorica non muove da principi, mai, né ora nel 2004, né ai tempi
della discussione con Heizen ma dalla necessità di definire le condizioni politiche e
sociali di un movimento di liberazione di una classe determinata. Un modo di
produzione attraversa anch’esso diversi stadi di evoluzione, le classi che su di esso si
conformano acquistano sempre più caratteristiche proprie, se il capitale industriale ha
conquistato il mercato mondiale, ha sottomesso a se anche l’agricoltura, ha
trasformato di fatto ogni processo produttivo in mezzo per estorcere plusvalore, deve
aver prodotto una classe di operai nella forma più pura senza incrostazioni nazionali,
di mestiere, senza nessun tipo di mezzi di produzione propria, una classe operaia
internazionale Il comunismo di oggi deve rappresentare il movimento di liberazione
di questa classe, altrimenti non è niente.
Il risultato degli ultimi anni del dibattito intorno alla modernità del capitalismo ha
portato alla scoperta della fine degli operai. Un risultato divertente per i padroni che
hanno continuato a sfruttare fantasmi, che ne hanno aumentato il numero in ogni
parte del mondo. Alcuni lettori superficiali o strumentali di Marx hanno usato i
Grundrisse per fondare un giudizio sugli ultimi sviluppi del capitalismo come
superamento dello sfruttamento degli operai in quanto base della ricchezza
capitalistica. Là dove Marx proiettando l’analisi reale scorgeva la potenziale rottura
fra operai e capitale, questi vi vedevano la fine del contrasto, il suo superamento ad
opera del capitale stesso.
Capitale fisso e comunismo, la grande industria si fonda su uno sviluppo
generalizzato del macchinario e il macchinario è la forma più adeguata del capitale
fisso. “La premessa del modo di produzione del capitale è e rimane” scrive Marx “la
massa di tempo di lavoro immediato, la quantità di lavoro impiegato, come fattore
decisivo della produzione della ricchezza”. Ma prosegue “lo stesso capitale nella
misura in cui si sviluppa il capitale fisso tende a superare questa premessa, la
creazione della ricchezza reale viene a dipendere meno dal tempo di lavoro e dalla
quantità di lavoro impiegato rispetto alla potenza degli agenti messi in moto durante
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il tempo di lavoro” (Grundrisse, quaderno VII pag. 716 Einaudi 1977). Ecco la frase
famosa che è stata usata per sostenere la fine della centralità del lavoro salariato
operaio. Marx cercava altro, cercava nel futuro del capitalismo la possibilità reale
dell’abolizione dello sfruttamento degli operai, la base materiale del suo
sovvertimento. La risposta la trova e la trova nel contrasto fra presupposti e sviluppo
del capitale stesso, la fine del lavoro salariato non si trova in nessuna ricerca morale
di giustizia, di equa distribuzione della ricchezza, di altra politica dei redditi. “Il furto
di tempo di lavoro altrui sul quale si basa la ricchezza odierna, si presenta come una
base miserabile in confronto a questa nuova base creata dalla grande industria stessa”.
Capito bene, “base miserabile”, chiama Marx, nella stessa pagina, più avanti, il
rapporto di lavoro salariato che gli operai sono costretti, per mangiare, a subire. Il
funzionamento di questo meccanismo economico è una contraddizione in processo e
“naturalmente queste contraddizioni conducono ad esplosioni, crisi, nelle quali una
momentanea soppressione di ogni lavoro e la distruzione di gran parte del capitale lo
riconducono violentemente al punto in cui gli è data la possibilità di impiegare
appieno le sue capacità produttive senza suicidarsi”, è ancora Marx che coglie il
contrasto entro cui la società si muove, ma tanti sono pronti ad osservare “quante crisi
ha superato il capitale e proprio con la ricetta individuata da Marx?” Tante, ma il
problema è tutto qui, o si capisce il movimento della contraddizione che si pone
sempre a nuovi livelli pur muovendo dagli stessi presupposti che l’hanno generata per
cui va per salti di qualità verso il suo superamento o …o non si capisce niente. Ma
cosa si può chiedere a degli intellettuali formatisi all’ombra della chiesa cattolica,
della terra piatta e dell’idealismo crociano? Marx usa parole chiare nella descrizione
del processo reale che analizza e conclude “tuttavia queste catastrofi che ricorrono
regolarmente, conducono alla loro ripetizione su scala più larga e, infine, al
rovesciamento violento del capitale” (Grundrisse quaderno VII pag. 770 Einaudi
1977).
Il comunismo come utopia era già stato superato quando il movimento economico e
sociale aveva fornito a Marx ed Engels sufficiente materiale per fondare questa
analisi critica, occorreva partire da lì per ripetere e approfondire su scala più larga le
scoperte scientifiche che avevano acquisito in nome e per conto degli operai. Ma non
poteva essere un processo lineare, come non era un processo lineare quello delle crisi
del capitale, come il capitale ricominciava da capo ma su nuove basi il suo processo
di accumulazione, così i suoi ideologi trovavano nuove fonti di elaborazioni. Gli
operai avversari di sempre, di volta in volta sconfitti, erano costretti a subire le fasi di
un nuovo sviluppo e assumere come buone tutte le storie sul livello di benessere
ormai riconquistato. Il modo di interpretare il comunismo, i programmi legati al
precedente ciclo erano diventati, almeno nella forma che avevano assunto, inservibili.
Chi continuava a parlare col vecchio linguaggio senza affrontarlo criticamente, e cioè
senza verificarlo nella nuova realtà, riscoprendo in essa le antiche radici
dell’antagonismo comunista, ripeteva, alla fine, vuote formule “religiose” che
venivano abbandonate man mano che la nuova realtà sembrava distaccarsene
definitivamente. Il comunismo, nella misura in cui è l’espressione teorica della
posizione degli operai e della loro lotta per emanciparsi, poteva passare indenne oltre
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le crisi, poteva volare al disopra delle contraddizioni del capitale? Poteva pensare se
stesso fuori dal ciclo del capitale, fuori del suo ricominciare da capo su basi sempre
più larghe verso nuove crisi e di nuovo cadere ed ancora ricominciare fino alla caduta
definitiva? Poteva, il comunismo come pensiero politico formarsi e riformarsi fuori
dal ciclo economico? Non poteva, se non scadendo nell’idealismo. E tanti idealisti
continuano a dirsi comunisti facendo del male a se stessi ed al comunismo stesso
Il comunismo come movimento della realtà doveva esso stesso seguire il capitale e lo
ha seguito, doveva seguirlo se voleva tentare in ogni serio ciclo economico di
sfruttare l’occasione per abbatterlo. E’ toccato a Lenin cinquanta anni dopo la
pubblicazione del manifesto comunista del 1848 ricominciare daccapo e guarda caso
negli stessi anni in cui il capitale con la grande crisi dei primi del novecento si
trovava di fronte al suo stesso limite e richiedeva per essere superato una distruzione
generalizzata di capitali ed operai. La prima guerra mondiale.
Il comunismo in quanto teoria tornava sui suoi presupposti di cinquanta anni prima.
Come il capitale cercava nella crisi del suo ultimo sviluppo, come capitale
finanziario, come imperialismo, il suo nucleo fondante, l’estorsione di plusvalore
operaio, il comunismo di Lenin cercava e trovava contro i molteplici marxismi e
socialismi fine ottocento il nucleo fondante dell’insorgenza degli operai, la necessità
della loro liberazione e la usava come arma per far fuori tutte le incrostazioni
sedimentate negli anni di sviluppo relativamente pacifico. Operai e capitale correvano
entrambi verso lo scontro e nel 1917 si ebbe una prima resa dei conti. Il leninismo
come il marxismo nell’epoca dell’imperialismo? Come è stata usata male questa
definizione, quale superficialità, come se ogni epoca avesse un comunismo
particolare, così cambiando le epoche cambiano, naturalmente revisionati, i
riferimenti comunisti. Al posto di scoprire in ogni nuova fase la profondità della
rottura fra operai e capitale scoperta dai teorici del comunismo, se ne negava
tendenzialmente la validità. Ogni piccolo cambiamento della realtà, invece di
interpretarlo come un ulteriore passo verso il comunismo, veniva usato per far dire ad
ognuno ciò che voleva e per inventare ogni sorta di rifondazione. Il comunismo ha
per presupposto il movimento della società e il movimento della società del capitale è
il ciclo, accumulazione, crisi, nuovo livello di accumulazione nuova crisi e avanti
fino alla rottura. Il comunismo teorico muove da presupposti reali ed anch’esso
attraversa diversi stadi, ciclicamente torna su se stesso e riscopre nei cardini di fondo
la propria modernità. Se il capitale ciclicamente è costretto dal suo stesso
funzionamento a scoprire nello sfruttamento degli operai la propria ragione di
esistenza in quanto capitale, allo stesso modo il comunismo deve scoprire nel
movimento di liberazione degli operai la sua espressione più matura o nuovamente
matura per la nuova epoca. Ogni epoca ha bisogno di ritornare al comunismo teorico,
ai suoi presupposti di fondo; solo da lì può riprendere il cammino ed affrontare la
nuova realtà e diventare ancora l’espressione teorica del movimento di liberazione
della classe degli operai che il capitale ha prodotto e riprodotto a nuovi livelli. Il
leninismo è stato il ritorno ai fondamenti della critica comunista del capitale
nell’epoca del capitalismo del novecento, così ha potuto demolirne la modernità
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borghese, cosi ha potuto scoprire gli operai come classe antagonista, organizzarne
l’indipendenza politica, condurla all’assalto del potere statale avverso.
Ma cosa serve tutto questo ragionamento per quanto abbozzato? Serve a chiarire
perché noi ripetutamente richiamiamo come fondamento delle nostro lavoro critico di
parte operaia le famose pietre angolari che Marx ed Engels posero nella critica alla
società dello sfruttamento e il ruolo che scoprirono degli operai come veicoli del suo
sovvertimento. La corsa è ricominciata, il capitale già inizia a trovare i soliti nuovi
limiti al suo sviluppo, già li aggira con difficoltà, già cerca di far fuori gli operai
mentre è costretto ad averli al suo servizio se vuole accumulare, già vorrebbe
investire in macchinari e rendere superflui gli operai mentre riesce a fatica a
valorizzare il capitale investito…, anche i più ottusi non sanno che pesci prendere di
fronte a queste finalmente e nuovamente evidenti contraddizioni. La corsa verso la
nova resa dei conti è iniziata, già primi gruppi di operai si pongono il problema di
ricostituirsi in classe e con ciò in partito politico, già pensano di doverlo fare a livello
internazionale, già pongono la maturità strutturale della loro possibile liberazione dal
lavoro salariato. Il prossimo appuntamento può essere l’ultimo per il capitale, il
comunismo è già in marcia.
Enzo Acerenza
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